La straordinaria storia dei carcerati che lavorano tra i bambini ricoverati al policlinico di Pavia

«Oltre la cura, oltre le mura». Un libro racconta l’incontro commovente tra i pazienti della chirurgia pediatrica del San Matteo e i detenuti coinvolti nell’opera di adeguamento del reparto

«Sono le 8.30, dov’è Gabriele?». Gabriele è uno dei ragazzi che, usciti dal carcere, hanno continuato a collaborare con il reparto di chirurgia pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia. Al punto che la mattina, prima che il lavoro entri nel vivo, ci sono medici che magari non ricordano chi dei colleghi sia in ferie e chi di guardia, ma cercano insistentemente gli occhi di quei ragazzi diventati di casa in corsia.

Tutto è iniziato un paio di anni fa, per via di due bimbi di dieci anni compagni di scuola. Sophia e Manuel raccontano di avere genitori che lavorano con gente che soffre. Vinti dalle insistenze dei rispettivi figli, i due adulti decidono di incontrarsi. La dottoressa Gloria Pelizzo, direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Pediatrica presso il già citato policlinico di Pavia, pensa di trovarsi davanti un collega medico; dall’altra parte c’è un papà che si aspetta una signora impegnata nel sociale. «Quando mi si è presentato davanti un uomo in divisa da guardia carceraria mi è preso un colpo», racconta a Tempi.

L’incontro che doveva durare il tempo di una ricreazione si protrae per ore. L’uno di fronte all’altra ci sono un uomo e una donna appassionati del proprio lavoro e desiderosi di comunicare il bene che sorprendentemente si fa largo nella sofferenza con cui sono a contatto ogni giorno. Esigenze intessute nelle necessità: la dottoressa è alla ricerca di fondi per l’adeguamento del reparto di chirurgia pediatrica. Ha bisogno di ristrutturare un luogo in cui arrivano pazienti da un mese di vita ai 16 anni. Le degenze generalmente sono piuttosto brevi, grazie alle metodologie di intervento poco invasive in uso in questo polo ospedaliero, eppure resta la necessità che quel luogo di sofferenza per piccoli e famiglie sia particolarmente accogliente. Servono fondi e non ci sono. Come responsabile del reparto la dottoressa Pelizzo ha già cercato aiuto tra gli imprenditori della zona, ma l’incontro con il papà del compagno di classe della sua bambina accende una lampadina: perché non chiedere una mano ai detenuti?

Comincia così una collaborazione lunga due anni, ancora in corso, e raccontata in maniera commovente nel volume Oltre la cura, oltre le mura, appena edito da Cantagalli e scritto dalla dottoressa Pelizzo insieme alla collega Valeria Calcaterra e con la collaborazione determinante dei detenuti. Imbianchini, falegnami, pasticceri, ma anche poeti e scrittori. I detenuti della casa circondariale di Pavia partecipano alla vita del reparto a seconda di quello che sanno fare e della libertà di movimento che la pena che stanno scontando gli concede.

Alcuni entrano in corsia. Lo fanno il sabato pomeriggio, quando il ritmo di vita del reparto è meno concitato e ci sono meno pazienti in giro. C’è bisogno di libertà di azione per ridipingere le pareti, fissare le nuove testate dei letti in cui campeggiano Batman, Biancaneve o Cenerentola (ognuno può scegliersi la sua), approntare la barella a forma di Ferrari laccata rossa costruita dentro la falegnameria del carcere con cui un piccolo paziente, un giorno, potrà iniziare la sua corsa contro la malattia. È anche questo un modo per vincere la paura.

E “paura” è un termine che torna spesso nelle pagine di questo bel libro. È forse la prima parola che lega il mondo del carcere e quello della chirurgia pediatrica. «Penso – scrive Cristiano in uno dei brani riportati nel libro – che quello che non si conosce faccia un po’ paura a tutti quanti, solo che loro lo affrontano con più coraggio di noi e anche con un universo di fragilità e innocenza, lottando non per la libertà, ma per la loro vita».

Da dove vengono i biscotti?
C’è anche chi partecipa al progetto facendo pane e biscotti. La fornitura dal forno del carcere arriva il mercoledì mattina per la colazione dei bimbi e per la distribuzione danno una mano i ragazzi di una parrocchia di Don Orione della città. I genitori dei bambini ricoverati li trovano sul comodino dei piccoli. L’etichetta che racconta la provenienza di quelle dolcezze (alla cui ricetta rigorosamente dietetica presterà il proprio aiuto anche il famoso chef Carlo Sadler) per un attimo apre uno scorcio su un mondo inimmaginato e lontano. Rompe un muro. Il titolo del progetto, “Oltre la cura, oltre le mura”, è tutto sintetizzato qui. Nel segno discreto e potente che un pugno di biscotti può portare dentro un calvario di sofferenza e isolamento.

L’altra parola che avvicina piccoli pazienti e detenuti è proprio quella: solitudine, incomunicabilità. E se dietro le sbarre la colpa può apparentemente giustificare l’abbandono; in corsia l’isolamento è il frutto più amaro dell’ingiustizia che si prova di fronte al dolore innocente. Un interrogativo per i pazienti, le loro famiglie e gli stessi medici.

«Nel libro – riprende la dottoressa – usiamo le parole di Dostoevskij per descrivere il dolore innocente: “Inconcepibile e perenne immagine del Golgota”. Se ci sono dei momenti in cui questo mestiere è insopportabile? Sì. Fa effetto oggi sfogliare il libro e vedere immagini e storie di bambini che non ci sono più. Io credo che noi medici abbiamo la responsabilità di creare una cultura della capacità di accogliere e vivere il dolore con i genitori e con i bambini. È un dovere del medico. Al contrario di quello che spesso oggi si va insegnando, non si può scindere il lato professionale da quello umano. Ciò di cui hanno bisogno i nostri pazienti e le nostre famiglie non è soltanto la cura, ma qualcuno che gli dica: io sono con voi, questo percorso terapeutico lo facciamo insieme».

Lo sa bene la mamma di Giacomo, la cui testimonianza è riportata nel libro. Il giorno dell’ecografia il medico formula la diagnosi impietosa: spina bifida, la strada consigliata è l’aborto. Lo smarrimento, il dolore e l’inaspettata sorpresa di vedere il marito condividere la sua istintiva resistenza a quella parole: «Mi parve di vedere raggi di sole, come se improvvisamente resuscitassi. Sorrisi e gli dissi: “Temevo che tu non lo volessi, ora mi sento meglio; anch’io lo voglio e Giacomo sarà il nostro secondo figlio”». Si informano sulla malattia e arrivano ai medici che gli propongono un intervento in utero. Giacomo viene operato alla ventitreesima settimana: si interviene sulla sua colonna vertebrale per tentare di ridurre i danni della malattia. «Oggi Giacomo ha quattro anni, cammina, corre, salta, rotola, chiacchiera più delle femminucce e a scuola si è fatto i suoi amici e le sue amiche. Ha ancora molti problemi e so che un po’ alla volta si possono risolvere molte difficoltà. Che dire, io e mio marito accompagneremo Giacomo nella sua crescita e autonomia così come accompagniamo la sua sorellina».

Dai diamanti non nasce niente
Sono queste storie, raccontate nelle parole e nelle belle fotografie che costituiranno il libro che entrano in carcere. Dove ci sono uomini che magari hanno dimenticato di essere padri o hanno visto i loro ragazzi crescere da dietro le sbarre. «Credo di aver fatto poco, pochissimo, anzi niente», scrive Fabrizio. «Vedendo loro ho visto mia figlia, per fortuna sana. Quel poco che ho fatto, anche con le lacrime agli occhi, non aiuterà a guarirli. Dio aiutali tu, se esisti!».

La dottoressa Pelizzo prima di tornare a lavorare («è sabato pomeriggio e bisogna approfittarne per portare a termine alcuni lavori») va con la mente a Fabrizio De André: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori. «È sicuramente l’esperienza più straordinaria che ho vissuto», dice la dottoressa che opera bambini passando attraverso le pance delle loro mamme. «A rispondere ai nostri bisogni e a quelli dei bambini è stata la parte più debole, isolata e lontana della società. Siamo stati noi medici a imparare da loro. L’esperienza che abbiamo fatto entrando ogni settimana in carcere a dire cos’è il dolore è stato un arricchimento enorme dal punto di vista umano. Prendersi cura significa davvero guardare oltre le mura. Mi ha insegnato che la speranza non può morire, deve diventare il metro di lettura della nostra vita».