La sexy reginetta obamiana Scarlett Johansson per una volta si gioca la faccia per la causa giusta

ScarJo ha rotto con la mega Ong Oxfam per non dover boicottare SodaStream, che offre lavoro a 500 palestinesi in una colonia israeliana. Un briciolo di bellezza piantato nel cuore dell’illegalità internazionale

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Scarlett Johansson è l’astro più luccicoso dello star system. A neanche 30 anni compiuti ha recitato in un carrettata di film leggendari. Notevole esemplare di bella figliola, è stata nominata chissà quante volte da chissà quante riviste la donna più sexy di chissà quanti pianeti. Abita a New York e piace alla gente che piace. Soprattutto, piace a Woody Allen, di cui è una specie di musa ispiratrice. È stata la ragazza immagine dell’ultima campagna di Obama: all’epoca, assieme alla sciantosissima Eva Longoria, è arrivata ad appellarsi alla coscienza delle donne contro i repubblicani che «vogliono ridefinire lo stupro» (ovvio che non era vero, ma per il mio Barack questo e altro). Ha sposato anche qualche battaglia di Planned Parenthood, il colosso americano delle cliniche abortive. In una parola, è un’eroina liberal fatta e finita, e i giornali del bel pensiero non esitano ad assecondarla quando dice che lei «usa la sua celebrità in maniera responsabile». Forse non esiste al mondo una persona più lontana dalla sensibilità di questo settimanale.

A volte, però, la vita sceglie proprio il protagonista più impensabile per regalarci un momento di verità. È successo qualcosa del genere anche con Scarlett, “ScarJo” per gli ammiratori, che pochi giorni fa ha deciso di rinunciare, dopo otto anni, al ruolo di “ambasciatrice” di Oxfam. La diva infatti si è messa a fare da testimonial anche alle attività di Sodastream, multinazionale israeliana che costruisce macchine per produrre bevande gassate fai-da-te, colpevole di aver piazzato un enorme stabilimento a Ma’ale Adumim, uno dei più grandi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Per la megagalattica Ong britannica, già nota per un certo approccio politicante ai problemi dell’umanità, la cosa naturalmente è «incompatibile» con la bontà: le colonie ebraiche nei territori palestinesi «sono illegali» e chiunque operi al loro interno, Sodastream compresa, «contribuisce alla povertà e alla negazione dei diritti delle comunità palestinesi che noi aiutiamo con il nostro lavoro».

Ora. Quel che è giusto è giusto, ma si dà il caso che la perfida invasora Sodastream offra un lavoro a qualcosa come cinquecento palestinesi della Cisgiordania e quattrocento arabi di Gerusalemme Est, tutti abbastanza contenti di godersi le stesse paghe e gli stessi identici benefit garantiti ai circa duecento israeliani impiegati. Si parla di cifre pari a quattro volte lo stipendio medio di un operaio palestinese. In una zona, la Cisgiordania, dove il tasso di disoccupazione supera il 20 per cento. E tutto questo senza rinunciare a sfidare sul mercato niente meno che Coca-Cola e Pepsi. All’interno, «donne con l’hijab lavorano accanto a ebrei immigrati dalla Russia», racconta stupito il Christian Science Monitor.

Non è poco, per una delle regioni più turbolente di questa terra. ScarJo lo ha capito e si è lasciata entusiasmare da questo momento di verità piantato nel cuore del crimine internazionale. Quelli di Oxfam invece no, non ne hanno alcuna intenzione.

C’è un video di neanche dieci minuti su YouTube (vedi in fondo all’articolo) che rende l’idea della loro inflessibilità. È la puntata del 4 febbraio di Bbc Newsnight. In collegamento da Tel Aviv c’è Daniel Birnbaum, ad di Sodastream, che si affanna a spiegare come si debba distinguere tra impresa e insediamento, anzi, «noi siamo parte dell’economia e perfino del futuro Stato palestinese». Ma è tutto inutile, perché a replicare in studio c’è Ben Phillips, policy director di Oxfam, che ripete a mitraglietta: «Gli insediamenti sono illegali per il diritto internazionale», la terra occupata «deve tornare al suo popolo». Giusto, osserva il conduttore, ma voi volete che quella fabbrica chiuda? E quello: «Noi non vogliamo alcuna fabbrica negli insediamenti, perché gli insediamenti sono illegali».

Fatti due conti, tra operai e rispettive famiglie, sarebbero circa 5 mila palestinesi affamati in più. Soprattutto, per usare i termini della Johansson, sarebbe «un ponte» in meno «per la pace tra Israele e Palestina».

Adesso obiettate pure quel che volete. ScarJo lo fa per soldi? Magari perché è a sua volta ebrea (famiglia materna askenazita)? Domani scopriremo che è solo una montatura pubblicitaria? E comunque tutto ciò non sposterà di un millimetro l’ingiustizia suprema degli insediamenti israeliani? Forse sì. Ma dite un po’, in un mondo che grillineggia dietro a parole d’ordine tombali come quelle di Oxfam, se la bella Scarlett non sbrilluccica più che mai.

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