la settimana 4

In queste prime settimane dell’anno sembra che (a parte la cacciata dalle Filippine del “Presidente-mariuolo” Estrada) la notizia asiatica che ha giocato la parte del leone sulla stampa italiana sia stata il grande pellegrinaggio induista del Maha Kummbh Mela

In queste prime settimane dell’anno sembra che (a parte la cacciata dalle Filippine del “Presidente-mariuolo” Estrada) la notizia asiatica che ha giocato la parte del leone sulla stampa italiana sia stata il grande pellegrinaggio induista del Maha Kummbh Mela. La qualcosa è spiegabile con l’attesa partecipazione all’evento (andata poi delusa perché i responsabili indù li hanno dichiarati “ospiti non graditi”) di Sharon Stone, Madonna e Richard Gere. Ma vale la pena di sottolineare qualche altra vicenda che riguarda l’Estremo Oriente e il fatto che, mentre il nostro premier Giuliano Amato si trovava in visita in Cina, negli Stati Uniti veniva pubblicato un rapporto che chiarisce definitivamente la dinamica e le responsabilità della strage di Pechino, sulla piazza Tienamen, avvenuta nel 1989 e che costò la vita a migliaia di studenti.

Tienanmen. Le prove che il massacro fu premeditato
È uscito in America un libro intitolato “The Tienanmen Papers” (I documenti di Tienanmen) contenente gli estratti di oltre 15.000 pagine di documenti interni del Partito Comunista Cinese relativi al massacro del 1989. Questi risultano forniti da un membro del PCC e dell’amministrazione statale che, sotto pseudonimo, afferma di sostenere la causa dei riformatori. Sulle prime gli esperti americani di cose cinesi hanno valutato con scetticismo i documenti, ma varie analisi portano a confermarne l’autenticità. Da tali documenti uscirebbe confermato che il massacro non fu dovuto a circostanze inevitabili, ma si trattò di un’azione largamente premeditata e voluta dallo stesso Deng Xiaoping, nel timore che le manifestazioni di piazza potessero provocare la caduta del regime. Dai documenti risulterebbe la divisione dei vertici del partito tra favorevoli e contrari alle riforme e che la decisione di Deng fu necessaria e fondamentale per determinare la vittoria dei primi e per portare i carri armati in piazza. I documenti testimonierebbero poi che la crisi Tienamen fu il campo di scontro definitivo per scegliere il successore di Deng, scontro che si concluse con la caduta in disgrazia degli elementi più riformatori e l’emergere degli attuali leader Jian Zemin e Li Peng.

India e Pakistan sempre sul piede di guerra
L’India ha recentemente effettuato un test positivo per un caccia leggero (LAT) di produzione nazionale e si prevede che per il 2015 potrà cominciare la produzione su larga scala. Con questa mossa l’India entra nel ristretto gruppo di potenze che vantano la produzione di caccia supersonici. In effetti il completamento del progetto giunge in ritardo rispetto a quanto originariamente previsto in quanto rallentato dall’embargo sulla tecnologia bellica imposto dagli Stati Uniti a seguito agli esperimenti nucleari del 1998. La produzione di questo caccia costituisce un notevole passo nella corsa agli armamenti in corso nel subcontinente indiano. Come si ricorderà nel 1998 agli esperimenti nucleari indiani fecero subito seguito quelli pakistani. Ora, è molto improbabile che il Pakistan possa produrre “in proprio” jet da guerra e si senta ulteriormente minacciato e costretto a “rispondere”. India e Pakistan sono in stato di confronto armato da oltre 50 anni, e albergano fieri propositi nazionalistici (il Pakistan è governato da un regime militare che scende a patti con i partiti islamici, mentre in India è al governo una coalizione sostenuta dall’estrema destra indù) e che il conflitto che oppone India e Pakistan in Kashmir ha subito nelle ultime settimane una grave recrudescenza a causa di una nuova offensiva del terrorismo islamico nei confronti di militari e civili indiani.

L’embargo che non ha funzionato in Irak, funziona in Birmania
La giunta militare che dal 1988 è al potere in Myanmar (ex-Birmania) ha ordinato a tutti gli organi d’informazione di cessare ogni attacco contro Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991 e coraggiosa leader del partito di opposizione NLD (Lega Nazionale per la Democrazia). L’annuncio segue quello totalmente inaspettato della settimana precedente che informava di incontri segreti a dicembre tra Suu Kyi e il n. 3 della giunta militare, Gen. Khin Nyunt. Gli incontri, costituiscono il primo dialogo ufficiale tra le due parti dal 1994. Certamente la decisione di interrompere la campagna diffamatoria contro Suu Kyi costituisce un buon segnale. Resta da vedere se e quando a questi passi faranno seguito vere riforme politiche. La decisione della giunta militare di aprire un dialogo va accreditata alle gravissime condizioni dell’economia nazionale già devastata dallo sfruttamento brigantesco del regime militare a cui si aggiungono l’embargo decretato da USA e UE e i postumi della crisi asiatica del 1997. Il regime è imputato di infrazione dei diritti umani contro oppositori e minoranze etniche, di diffuso ricorso al lavoro coatto della popolazione civile, di traffici illegali. A questo si aggiungano l’endemica diffusione di corruzione e appropriazione indebita.

Guerra di Corea. Revisionismo (parziale) Usa
Giovedì 11 è stato pubblicato un rapporto in cui, dopo decadi di smentite e silenzio, l’esercito americano riconosce che nel 1950 a No Gun Ri truppe americane uccisero un “numero indefinito” (tra 250 e 400 secondo fonti coreane) di sfollati coreani. Il rapporto conclude che l’episodio fu dovuto al caos seguito all’avanzare dell’esercito nordcoreano e dai documenti non emerge nessuna prova di responsabilità degli USA. Per le autorità investigative americane si tratta di un tragico incidente dovuto a sfavorevoli condizioni belliche. Ma sull’attendibilità del rapporto rimangono seri dubbi: da una più attenta analisi dei documenti risultano omessi passi che riferiscono esplicitamente di ordini a trattare i civili come ostili; nell’archivio dell’esercito non si trovano le registrazioni dell’attività del reggimento implicato per il periodo dell’incidente; alcune testimonianze di veterani che riferiscono di ordini espliciti sono state scartate come inattendibili. L’impressione è che gli investigatori americani abbiano voluto “chiudere” l’episodio imbarazzante. Non si tratta solo di una questione di giustizia storica: il contigente militare americano ancora presente in Corea del Sud è uno dei punti più delicati nelle trattative tra Nord e Sud.