La Serbia e i Balcani

La storia della nazione serba dalle origini sotto i bizantini alla mitica battaglia di Kosovo Polje del 1389

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Risale all’anno 1000 la nascita delle diverse nazioni cristiane dell’Europa balcanica, territorio posto sotto l’influenza culturale di Bisanzio, che ne aveva cominciato l’evangelizzazione nell’864. Gravitavano infatti in orbita bizantina i due regni balcanici più importanti, quello di Serbia e quello di Bulgaria, mentre, soprattutto dopo lo scisma d’Oriente (1054), si diffondeva la religione greco-ortodossa in tutte le regioni. Alla fine del XII secolo, con la dinastia dei Nemanjidi di Stefano I, nacque un vero regno unitario dei Serbi – peraltro ancora legato a Bisanzio – che raggiunse il suo massimo splendore a metà del XIV secolo, quando controllava anche Macedonia, Albania e Tessaglia. Il momento era favorevole alla Serbia: la Bulgaria, già smembrata dall’imperatore Basilio II, sopportava malamente le incursioni dei Mongoli, e Bisanzio stessa si trovava in difficoltà. Ma nonostante il vuoto di potere il re Stefano Dusan non riuscì a creare quel grande e solido stato slavo che avrebbe potuto raccogliere l’eredità bizantina: dopo la sua morte la Serbia si rivelò incapace di sostenere gli attacchi turchi. Nel 1371 il sultano Murad sconfisse serbi e bulgari sulla Maritza. Nel ’75 spostò la capitale ad Adrianopoli riuscendo ad impossessarsi della Serbia meridionale e a ridurre la Bulgaria a provincia turca (occupazione di Sofia, 1385).

Soltanto la Serbia settentrionale resisteva. Fino al fatidico 15 giugno 1389. In quella data il re serbo, Lazar Hrebljanovic, sfidò in campo aperto la potenza turca. L’ala destra serba era comandata dal genero di Lazar, Vuk (Lupo) Brankovic e l’ala sinistra dai bosniaci di Vlatko Vukovic, mentre Lazar si trovava al centro. È probabile che i turchi avessero una certa superiorità numerica (40mila uomini contro 25mila slavi), oltre a disporre di un corpo di cammelli per terrorizzare i cavalli degli avversari. La battaglia iniziò all’alba con un attacco turco, respinto dagli uomini di Brankovic sulle colline. L’iniziale vantaggio spinse i serbi all’attacco ma la fanteria turca si trincerò dietro un fossato scavato preventivamente, respinse l’assalto e passò al contrattacco. Si dice che Brankovic abbia tradito dandosi alla fuga, ma può darsi che la sua divisione, già logora, abbia semplicemente ceduto. Fatto sta che la cavalleria turca circondò e annientò l’esercito cristiano i cui soldati combatterono sino all’ultimo uomo: così nasce la leggenda del Kosovo. Si dice che il sultano Murad stesse visitando il campo di battaglia coperto di cadaveri quando, da un mucchio di morti, balzò in piedi il nobile Milos Oblic, genero di re Lazar, e conficcò il proprio pugnale nel ventre del sovrano turco. Milos fu fatto a pezzi ma, prima di morire, Murad ebbe la soddisfazione di vedere la decapitazione di Lazar e del suo stato maggiore. Comunque la leggenda ha il suo fondamento in un altro dato incontrovertibile: i turchi, sebbene vincitori, subirono perdite tremende, (circa 20mila uomini) tanto che l’offensiva musulmana fu fermata per diversi anni. Da quel giorno fatale iniziò la tradizione militare serba, il gusto per la sconfitta eroica, l’irrilevanza della realtà di fronte alle proprie illusioni, l’indifferenza nei confronti della morte se questa provocava la morte dell’avversario: caratteri che ravvivati dalla rinascita culturale e politica del secolo scorso, durano ancora oggi.

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