«La scuola ha reso i miei figli dei pazzi paurosi di tutto»

New York, un padre progressista racconta le peripezie dei figli nella scuola gender neutral, anti-Trump, ecologica e antirazzista

Dopo l’inferno passato nelle scuole “bene” di New York City (competizione, elitarismo, ghettizzazione, snobismo posticcio e foraggiato da tasse insostenibili), George Packer era convinto di avere fatto finalmente la cosa giusta. Certo, l’approccio “artigianale” della scuola pubblica in cui aveva appena trasferito il figlioletto, che privilegiava il “fare” a scapito dell’istruzione classica, ortografia e far di conto, aveva suscitato in lui e sua moglie molte perplessità. Ma il mix di razze, classi, miscellanea tra classi operaie e figli di immigrati che caratterizzava la nuova scuola era convinto potesse realizzare lo scopo più nobile dell’educazione: convincere suo figlio che nessuno è migliore di qualcun altro, che siamo tutti uguali.

DAL MONDO DELLE VILLETTE A MARCUS

Era passato anche sopra le risposte un po’ insolenti che aveva iniziato a dare il suo bambino («voglio imparare fatti, non competenze»), perché grazie a lui la sua famiglia aveva abbandonato le spocchiose élite per entrare in una vera e propria comunità dove ogni genitore doveva dare il suo contributo, fosse anche solo organizzare i turni per portare i bimbi a lezione quando gli autisti degli scuolabus avevano scioperato per settimane. Non fosse stato per quella scuola, suo figlio non sarebbe mai uscito dal suo quartiere borghese tutto villette e strade alberate, e non avrebbe mai conosciuto il piccolo Marcus, proveniente da un’umilissima famiglia caraibica che viveva in un palazzone e sognava un giardino. Ma «poi le cose sono cambiate».

LA DELUSIONE OBAMA, IL NUOVO PROGRESSISMO

In un lunghissimo articolo, “When the Culture War Comes for the Kids”, ospitato nel numero di ottobre di Atlantic, George Packer racconta l’impazzimento delle scuole pubbliche di New York dal momento in cui l’agenda progressista ha cominciato a usare i bambini come territorio fertile per le proprie battaglie. Tutto ha inizio in un anno preciso, «intorno al 2014 un nuovo mood è germogliato in America». Era finito il tempo dei maestri che confezionavano con i bambini le spillette di Obama pieni di aspettative: verso la fine del suo mandato la gente era ormai disillusa, frustrata, non c’era più la speranza, «al centro del nuovo progressismo c’era indignazione, a volte rabbia»: è allora che singoli episodi di ingiustizie o soprusi avrebbero dato benzina al diffondersi di un’ideologia radicalmente eugualitaria destinata a investire la politica, ma soprattutto il regno concretissimo dello spazio privato e pubblico in cui le istituzioni avrebbero modellato e custodito il perimetro culturale americano. «Chi guidava il nuovo progressismo? Giovani, influencer sui social media, leader di organizzazioni culturali, artisti, giornalisti, educatori e, sempre di più, eletti democratici».

NIENTE TEST SCOLASTICI, “STRESSANTI” E “RAZZISTI”

Packer capì che le dinamiche di quello che stava nascendo come un fenomeno elitario – le stesse dinamiche da cui aveva cercato di proteggere il figlio – avrebbero trovato facile sponda nel pubblico melting pot della sua scuola il giorno in cui venne dato inizio alla protesta contro i test di valutazione statali. L’istituto aveva deciso di dare ascolto a quattro famiglie che ritenevano i test inutilmente stressanti per i ragazzi nonché discriminatori nei confronti delle minoranze svantaggiate. In capo a un anno, centinaia di genitori incoraggiati dagli insegnanti si rifiutarono di fare eseguire i test ai ragazzi, test che nella retorica del disobbediente erano diventati anche “razzisti”: gli studenti non bianchi ottenevano sempre il punteggio più basso e la situazione non sarebbe mai cambiata «a causa del razzismo istituzionalizzato»: queste le parole di un padre di origini africane diplomato in una prestigiosa scuola pubblica di New York rivolte a Packer.

DALLA PROTESTA ALL’ASSOLUTISMO MORALE

La scuola divenne in fretta leader della protesta a New York contro i test di valutazione e la disobbedienza a velocità mozzafiato si trasformò in «una forma di assolutismo morale, con poca tolleranza per il dissenso». Il dipartimento per la pubblica istruzione finì per bollare come inclassificabile lo “Student achievement” dell’istituto. Morale: «Nessun estraneo poteva più giudicare come la scuola educasse i bambini, compresi anche i poveri, neri e latini», come avrebbe potuto questo tradursi in un vantaggio anche per loro? Immenso stress, demotivazione: così un insegnante cercò di convincere Packer a non sottoporre il figlio al test e fiaccare il fronte compatto della protesta. Ma Packer non lo ascoltò e il suo bambino fu uno dei 15 studenti che eseguì le prove fra centinaia di iscritti alla scuola.

NUOVI GHETTI: RAZZA, SESSO, DISABILITÀ

Quando il bambino non aveva ancora 10 anni gli studenti hanno iniziato a dividersi in gruppi «per discutere questioni basate sull’identità: razza, sessualità, disabilità. Capivo la solidarietà che poteva derivarne, ma temevo anche che tali incontri potessero rafforzare differenze che la scuola aveva fatto tanto per ridurre». Che differenza c’era con la ghettizzazione mascherata da divisione in “gruppi per affinità” che proponeva la scuola privata da cui Packer era scappato? Quasi mai il figlio aveva dovuto mettere in discussione il problema della razza con i compagni. Ora era obbligato a farlo.

BAGNI MISTI. E I BIMBI NON LI USANO PIÙ

«La crisi del bagno ha colpito la nostra scuola lo stesso anno in cui nostro figlio ha svolto i test statali». Una ragazzina aveva iniziato a vestirsi da maschio, farsi chiamare con i pronomi maschili e usare il bagno dei compagni, non senza problemi. La madre aveva chiesto un colloquio al preside che riunendo il corpo docenti decise di sbarazzarsi definitivamente delle distinzioni tra servizi maschili e femminili. «Nel giro di due anni quasi tutti i bagni della scuola, dall’asilo fino al quinto grado, erano diventati neutrali dal punto di vista del genere. Dove una volta c’era scritto “ragazzi” e “ragazze” ora c’era scritto “studenti”». Condizionati dalla nuova norma in così tenera età i bambini sarebbero diventati i primi nella storia per cui il genere non avrebbe avuto nulla a che spartire con il fare pipì. Una decisione presa dalla scuola senza informare i genitori, che avevano saputo del provvedimento solo quando i figli avevano iniziato a tornare a casa precipitandosi al bagno dopo essersi trattenuti per tutto il giorno: troppa la mortificazione e la vergogna di condividere bagni e orinatoi.

TOILETTE E IL FANTASMA DEL PATRIARCATO

Così tanta che alla fine «nostro figlio ci ha detto che i suoi compagni di classe, senza alcuna decisione collettiva, erano semplicemente tornati al vecchio sistema, indipendentemente dalla nuova segnaletica: i ragazzi stavano usando i bagni che una volta erano dei maschi, le femmine quelli delle femmine». Trovando il modo di sopravvivere alle decisioni degli adulti. Chi tra i genitori aveva infatti provato a contestare il provvedimento era stato redarguito da un fronte compatto di madri e padri che «sostenevano che le etichette di genere – e non solo sulle porte del bagno – avessero portato al bullismo e che il vero problema fosse il patriarcato». La discussione durò sei mesi, la scuola sollecitò un comitato “genitori-docenti” per risolvere il “problema”. Fino all’intervento del dipartimento della pubblica istruzione: l’istituzione di un bagno gender neutral.  

«TRUMP SEPARERÀ LA NOSTRA FAMIGLIA?»

Ci è voluto del tempo perché Packer capisse che il nuovo progressismo aveva inaugurato una nuova caccia alla streghe, una stagione di nuovi peccati e pentimenti coatti. Cresciuti a cast multietnico, hip hop, rap e R&B del musical Hamilton (storia del patriota statunitense Alexander Hamilton che ha fatto impazzire New York), la mattina seguente all’elezione di Trump «i bambini hanno pianto. Hanno pianto per le persone vicine a noi, i musulmani e gli immigrati che avrebbero potuto trovarsi in pericolo», «nostro figlio si sdraiò sul divano e singhiozzò inconsolabilmente finché non lo spedimmo alla fermata dell’autobus». Poche settimane dopo, ascoltando qualcuno parlare delle minacce di Trump agli immigrati privi di documenti, «nostra figlia ci ha chiesto se Trump potesse separare la nostra famiglia».

MIA FIGLIA NON VUOLE ESSERE FEMMINA E BIANCA

Quando Packer le ha letto la Costituzione spiegandole che la Carta dei diritti era più forte di Trump «ha detto che odiava essere una bambina, perché si sentiva impotente a fare qualsiasi cosa». La moglie di Packer aveva deciso quindi di portarla alla Marcia delle donne di Manhattan e per giorni la piccola aveva marciato per casa gridando «Show me what democracy looks like!». «Un giorno è tornata a casa da scuola ed ha espresso il desiderio di non essere bianca per non avere il peso della schiavitù sulla coscienza. Non mi è sembrata una grande vittoria morale per i nostri figli, crescere odiando la loro specie e se stessi».

IL TERRORE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Quanto al figlio di Packer, era meno interessato ad agitare i pugni perché dolorosamente consapevole dell’impotenza dei bambini e del problema dei cambiamenti climatici: «A cosa servono gli umani oltre a distruggere il pianeta?» era il refrain. L’ultimo anno la scuola scelta da Packer per i suoi figli pareva diventata una fucina di attivisti: molestie sessuali, diritti Lgbtq, violenza armata erano i contenuti dei diorami e dei pannelli del “museo” delle loro materie di studio, visitabile dai genitori. «Nostro figlio aveva realizzato una fabbrica di sacchetti di plastica dal cui fumaiolo venivano scagliati animali in via di estinzione». Era solo l’inizio. «Guardare i tuoi figli crescere ti dà un’immagine sorprendentemente vivida del mondo che li lascerai. Non posso dire di essere ottimista. Ci sono giorni in cui questa immagine mi riempie di terrore. Quel genio pragmatico per il quale gli americani erano conosciuti e ammirati, che includeva un talento per educare i nostri giovani: come ci ha abbandonato?».

Foto Ansa