La santità di padre Damiano, il missionario «volgare e bigotto» che fu difeso da Stevenson

Un libro raccoglie l’apologia che lo scrittore scozzese (presbiteriano) fece per il sacerdote e santo belga, morto di lebbra tra i malati delle Hawaii. Con una dedizione ai bisognosi che non piaceva ai puritani

Cosa spinge una penna fine come quella del presbiteriano Robert Louis Stevenson a scrivere un pamphlet in difesa del «volgare, sporco, cocciuto, bigotto» e cattolico padre Damiano? La domanda è legittima nel tenere fra le mani il volume appena pubblicato da Medusa (R. L. Stevenson, In difesa di Padre Damiano), che raccoglie l’apologia dell’autore dell’Isola del tesoro nei confronti del sacerdote fiammingo Jozef de Veuster, detto Damiano, missionario della Congregazione dei Sacri Cuori morto nel 1889 per lebbra e proclamato santo da Benedetto XVI nel 2009.

SULL’ISOLA PER I LEBBROSI. Non si erano mai conosciuti i due, sebbene la loro data di nascita fosse simile e le loro vite avessero avuto la possibilità di incrociarsi dall’altra parte del mondo, le Hawaii, là dove entrambi erano finiti; ma Stevenson arrivò sull’isola di Molokai solo un mese dopo la morte di padre Damiano. Qui aveva sede un ghetto per lebbrosi, allontanati dal centro principale di Honolulu e abbandonati a vivere con ciò che la natura avrebbe potuto offrirgli: tra i malati il missionario si era fatto mandare 17 anni prima come cappellano, dedicando in tutto la sua vita ai bisognosi, tanto da contrarne il male che poi lo avrebbe portato alla morte.
Stevenson starà tra loro per otto giorni, accompagnato da due suore missionarie. E la sua diffidenza verso l’opera di padre Damiano e tutto il mondo cattolico lascerà spazio ad un grande stupore e una profonda ammirazione per il missionario belga, che porterà l’autore della Freccia nera a scrivere all’amico Colvin: «Non ho mai ammirato la mia povera razza così tanto e nemmeno amato la vita più che in quel lebbrosario (…). Una delle suore chiama quel posto “la biglietteria per il paradiso”».

LE ACCUSE DEI PURITANI. Eppure non era uguale il giudizio che all’interno della Chiesa presbiteriana circolava su Jozef de Veuster. Il suo zelo era considerato da fanatico, quel mescolarsi tra i malati era una decadenza impensabile per la cultura puritana, giunta tra gli hawaiani per civilizzarli. Quanto alla lebbra, le accuse erano pesantissime: si diceva che padre Damiano l’avesse contratta attraverso il rapporto sessuale con alcune donne dell’isola. Di questo parlava maliziosamente lo scambio epistolare tra due preti presbiteriani, i reverendi Gage e Hyde, pubblicata da quest’ultimo sul “Sydney Presbiterian”, per smontare la fama che in rapido tempo si era costruita sul missionario belga.

«SANTO CON TUTTA LA SPORCIZIA DELL’UOMO». Ed è contro di loro che Stevenson imbraccia la penna per difendere padre Damiano, in un testo che non riuscirà mai a pubblicare se non a sue spese. Alle loro argomentazioni oppose la sua esperienza diretta, appresa in quei giorni spesi sull’isola, dove il profumo della grandezza del sacerdote non si è ancora attenuato dopo la sua morte. Più di una volta usa la parola “santo” per indicare quell’uomo «con tutta la sporcizia e la meschinità dell’umanità, ma proprio per questo tanto più un santo e un eroe». E chiude: «L’uomo che cercò di fare ciò che fece padre Damiano è mio padre, è il padre di tutti coloro che amano il bene e sarebbe stato anche vostro padre, se Dio vi avesse dato la grazia di capirlo».