La prima fatwa di Shahan, giornalista americano e Mufti (ma solo “grazie” all’anagrafe e a Google)

Il cronista di origini pakistane si chiama Mufti di cognome, non è un esperto di sharia islamica ma è tra i primi risultati sul motore di ricerca

Chiamarsi Mufti di cognome è una bella responsabilità. Ne sa qualcosa il giornalista americano di origini pakistane Shahan Mufti, che per merito (o colpa) di Google ha cominciato a ricevere decine di e-mail di musulmani che gli chiedevano di emettere fatwa per risolvere i loro problemi.

GRAN MUFTI DI GOOGLE. I mufti, nel mondo islamico, sono i giurisperiti che per la loro conoscenza approfondita dei testi sacri sono autorizzati a emettere dichiarazioni alla luce della sharia per risolvere problemi specifici. «Da due anni ricevo e-mail da completi sconosciuti che chiedono la mia opinione su questioni strettamente private», racconta Mufti sul New York Times. «Alla fine ho deciso di scrivere su Google “Mufti” e ho scoperto il link al mio sito nella seconda pagina dei risultati. Sono il primo mufti in carne ed ossa – anche se solo di nome – che si incontra se ci si mette alla disperata ricerca di qualcuno su internet».

COSA PENSA ALLAH? Solo una volta Mufti è stato tentato di rispondere a una e-mail, che diceva: «Un mio amico che vive in Svezia vuole sposarsi con una donna svedese ma questo matrimonio sarà falso». L’amico, infatti, è già sposato in Pakistan ma vuole trovare un’altra donna per ottenere la cittadinanza svedese e ha chiesto all’autore dell’e-mail di falsificare per lui i documenti che dimostrino che è divorziato a Islamabad. Ma il problema non è certo falsificare documenti: «È la domanda che mi ha colpito: “Se falsifico le firme, questo causerà davvero il divorzio del mio amico da sua moglie [agli occhi di Allah]?».

«LA MIA PRIMA FATWA». «Per la prima volta – scrive Mufti – ho cominciato a rispondere e a emettere la mia prima fatwa. (…) “Sì. Se tu firmi i documenti e li invii al tuo amico in Svezia, questo porterà al suo divorzio davanti ad Allah. Allah infatti non fa differenza tra documenti di divorzio veri o contraffatti». A questo punto, però, Mufti si è chiesto se fosse la risposta giusta: «Ero terrorizzato dall’idea di poter cambiare il corso di un’altra vita. (…) Così ho salvato il messaggio nella cartella delle bozze, dove si trova ancora oggi. Ho desiderato che ci fosse qualcuno là fuori a dirmi cosa era meglio fare. Per la prima volta nella vita, ho sentito il bisogno di una fatwa».