La parola giusta non è diritto ma pietà

Auguriamoci che si legiferi il meno possibile su quella «zona grigia» che è il passaggio ultimo dell’esistenza

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Mi è stato chiesto un commento sul suicidio assistito di Fabiano Antoniani – chiamarlo dj Fabo mi sembra una giocosità ostinata e riduttiva. Lo scrivo con fatica. Nonostante il Petrarca dica che «un bel morir tutta la vita onora», non c’è nulla di facile nella morte. È l’abbandono di Dio, come gridò Cristo sulla croce, l’annullamento dell’io, di me, di un punto in cui la realtà assume consapevolezza: ragione, gioia e sofferenza. Certo, solo un punto, ma quanto importante perché le cose, le circostanze e le persone acquistino senso, diventino occasione di rapporto e ordine. Perché tutto non sia inutile.

Non giudico, cioè non condanno, chi per troppo dolore e disabilità rinuncia alla vita. Dico solo che non mi consola e non mi tranquillizza. C’è assai poca vittoria da celebrare e tanto meno diritto. Diritto di che? Di scomparire, di eliminare la sofferenza a prezzo di se stessi. E questa sarebbe autonomia e indipendenza? In realtà è la resa di una creatura, che, non facendosi da sé, quando la vita appare definitivamente insopportabile, non può cambiarla, ma solo togliersela.

Nell’Annuncio a Maria di Paul Claudel, il vecchio contadino Anna Vercors tornato dal pellegrinaggio in Terra Santa – non lo aspettavano, perché era un cammino in cui non era raro morire – trova il Monastero di Montevergine, segno di Dio, deserto e muto e la figlia Violaine morta per essersi contaminata baciando l’amante lebbroso. Esclama allora: «Forse che il fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna! […] Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire? Così Violaine, tutta pronta, segue la mano che prende la sua».

La mancanza di fede e l’estraneità culturale possono far sentire lontane e impraticabili le parole di Anna Vercors, ma, con un poco di attenzione, non assurde. Se non diamo la vita, essa comunque si consuma e, o la perdiamo, o ce la portano via la violenza e le malattie. Ma per dare la vita ci vuole qualcuno che la stimi e la prenda. In ciò, l’amicizia e l’amore – che dalle cronache Fabiano ha avuto – sono dei veri e propri porti, tappe e indicazioni fondamentali di un viaggio, il cui destino finale tuttavia nemmeno loro possiedono e sono in grado di determinare. La vita può essere data solo a chi è in grado di salvarla, di redimerla dalla sua ineliminabile fragilità e finitezza. Nella vita c’è un problema religioso, nel senso letterale della parola: da “religo” o “relego”, che suggeriscono di legarsi e prestare grande attenzione a ciò che è più grande di sé.

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Tutti ci dibattiamo nella necessità di donare e ricevere noi stessi, in un’esistenza che, anche quando sembra piatta, è drammatica e, a volte, altamente drammatica. Ognuno arriva, arriverà, in fondo a suo modo, cadendo e rialzandosi, infine cedendo. La vita non è un valore assoluto – si può per l’appunto darla, per Dio, per la patria, per i propri cari – ma è un valore fondamentale. È il fondamento di tutti i diritti. Rinunciare a essa più che affermare un diritto è rinunciare a tutti. Gridare questo come conquista civile non aiuta, spegne. E noi ci stiamo ritrovando in una società sempre più spenta e sterile. Soprattutto il nostro paese appare intossicato da una nube di proclami e norme, che, invece di chiarire, rendono più oscura la vista e la strada.

La parola più giusta di fronte a scelte come quella di Fabiano Antoniani, e di quelle oggi in discussione come disposizioni di fine vita, non è diritto, ma pietà. Pietà come compassione, esigenza e disponibilità di qualcuno che patisca con te in quella che alcuni definiscono zona grigia, non chiaramente definibile, dell’esistenza.

Qualcun altro deciderà
In effetti la morte, come la malattia grave che spesso la precede, è uno dei momenti più misteriosi della vita, dove la persona mette in gioco tutta se stessa in una partita invincibile. Aiuta la speranza della fede, propria e di coloro che, con sollecitudine e dedizione piene di affetto, sono vicini e presenti in un servizio che lo Stato, nella sua distante neutralità, non potrà mai dare. Nemmeno, quando la condizione umana diventa terminale e incosciente, lo Stato potrà proteggere decisioni prese anni prima in contesti sostanzialmente differenti. Qualcun altro inevitabilmente deciderà, magari con approvazione indifferente e acritica delle decisioni di cui sopra.

Auguriamoci che si legiferi il meno possibile e che sia lasciata dignità e scelta ai protagosti del passaggio ultimo della vita: malati, parenti, amici, medici e infermieri; e magari un prete. Così che si avveri la preghiera di Rilke: «Dà o Signore a ciascuno la sua morte/ La morte che fiorì da quella vita/ in cui ciascuno di noi amò, pensò e sofferse». Una morte che compia e non sia la liquidazione che si merita dalla vita.

Foto Ansa

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