La morte è tornata in pubblica via

La morte ha ripreso ad aggirarsi, fatalmente invisibile, per la pubblica via, fatto epocale. Ed è proprio questo fatto che, con tutto l’attuale clamore, si cerca di esorcizzare.

La morte è tornata a calcare la gran scena del mondo – specie in Occidente, ove si è cercato per decenni di espungerne la presenza – con i suoi coups de théatre, i suoi araldi e i suoi cantori. Chissà se un qualche artista riuscirà a immortalare, con contemporanea intuizione, il Covid-19, con la forza evocatrice del de Buschis (a Clusone), di Saint-Saëns (Danse Macabre), di un Liszt (Totentanz) sino a Berlioz (Sogno di una notte di sabba). Fortunatamente il Covid-19 non è la peste nera né un’epidemia di vaiolo, nonostante le centinaia di migliaia di morti mietute nel globo, le grida – inutili, farraginose e scomposte – di manzoniana memoria e il gran vociare.

Ciononostante, è bastato lui, il Covid, con il suo relativamente basso potere mortifero, perché la lugubre ed eterna falciatrice facesse il suo ritorno in Occidente. Ed è esattamente questo il problema esistenziale, spirituale, simbolico e prepolitico che attanaglia il nostro mondo, scuotendolo dalle sue (fragili) basi, e che alla radice rende così abnorme e ingestibile il pensiero e la comunicazione circa questo contagio, tra irresponsabili superficiali – da un lato – e l’opposta ossessione, continua e inesorabile, di gran parte dei media, con il terrore dispotico da essi veicolato e la paralisi che vi si accompagna.

Il relativo benessere economico e il progresso scientifico (ottime e benedette cose!) hanno fatto sì che le società occidentali confinassero la morte allo spegnersi, sazie di anni, di persone molto, molto anziane. Oppure era stata arginata nei vari reparti di oncologia, con tutto il timor panico che ingenera in noi la parola “cancro”. O, ancora, era ridotta a un’eccezione, drammatica certo, per morti accidentali o cruente, e così via. Si è cercato, poi, di ingentilirla sempre più negli usi linguistici: la gente non muore più, ma scompare, vola in cielo, ci lascia e se ne va, inclusi gli animali domestici. Neanche l’Aids, con tutto il suo carico di angoscia e di dolore (e per certi gruppi umani anche di ulteriori demonizzazioni patite), ha sconvolto così tanto il mondo -pur essendo ad oggi “addomesticabile” sì, ma comunque ancora incurabile -. Di questo contagio, infatti, secondo un’odiosa e gretta opinione comune, specie agli esordi, la vittima era in qualche modo corresponsabile: vuoi perché africana o nera (con un razzismo spaventevole, che non mancò); perché maschio omosessuale (con l’odio, la riprovazione moralistica e il disprezzo che dilagarono); perché, molto più democraticamente, troppo libertini o libertine e, dunque, reprobi; perché drogati. Così si poteva confinare, almeno finché non si diffuse nel più ampio mondo eterosessuale a tutti i livelli e a tutte le appartenenze, il contagio a una particolare categoria, il che tranquillizzava tutti gli altri. Ed è pur è vero che, oggi, anche per i più voraci gaudenti tra noi, basta usare un minimo di criterio e di cautele, e praticamente così si scongiura il problema.

Il contagio da Covid-19, invece, è imponderabile, imperversa e, qualora colpisca, colpisce in maniera del tutto diseguale, facendo dell’infinità di asintomatici degli ottimi untori, peraltro inconsapevoli e privi di responsabilità alcuna. E così, seppur con percentuali ridotte, ma comunque con numeri rilevanti, la morte ha ripreso ad aggirarsi, fatalmente invisibile, per la pubblica via, fatto epocale. Ed è proprio questo fatto che, con tutto l’attuale clamore, si cerca di esorcizzare.

Sembrerebbe essersi rivelato diseducativo per l’umanità occidentale non trovarsi a tentare – imparando a risultarne comunque sempre sconfitti – di fare i conti con la morte. Avevo compiuto da poco diciassette anni quando dovetti ricoverare d’urgenza in ospedale mia nonna, che assieme ai miei mi crebbe, disperando di salvarla. Era la notte fonda di un 28 dicembre di ormai tanti anni fa, dopo troppe birre con i miei migliori amici e il caso fortuito di essere restato a dormire da lei e non fuori Milano da mio padre, come capita ai figli adolescenti di genitori divorziati che si alternano tra un genitore e l’altro per le vacanze. Per vari motivi, quella notte fui solo, come nei giorni che seguirono. Passarono poi quattro mesi durissimi e scarnificanti, dopo i quali mia nonna morì. In quelle settimane scopersi e calibrai la mia forza interiore, come pure si manifestarono molte mie debolezze e vigliaccherie (alcune delle quali colpevoli). E presi per la prima volta, molto sul serio, le misure con la morte, sapendo che prima o poi toccherà a me, con tutta una serie di domande, di angosce e persino di stupide fantasticherie in proposito. Tuttavia, data la violenza assoluta e ineluttabile della morte, nostra immancabile compagna e sorella di vita, le fantasticherie cretine si dissolvono presto e resta il dato oppressivo della terra bruna, di carni marcescenti, di mute lapidi.

In generale, però, l’assunzione della nostra mortalità e della nostra finitudine è quanto da troppo tempo siamo inavvezzi a fare. Ed è questo il motivo primo dell’attuale paresi, come pure del frastuono demente e antipolitico dei continui dati di morti, contagi e serrate dei pubblici esercizi circa il Covid-19.

Leggevo di una comunità religiosa che sta approntando uno zoom, peraltro abbastanza paludato, sulla paura. Un simile fatto è sconcertante e sintomatico. Che proprio una religione, qualunque essa sia, anziché insistere sulla sua originale e originaria risposta alla morte, annacqui i suoi argomenti – oppure ne sia così sfiduciata o imbarazzata – rivendendo sociologismi e psicologismi triti e già abbondantemente masticati (che peraltro, per banalità, spesso offendono discipline altrimenti così serie!) lascia allibiti, proprio perché rinuncia al suo mandato basilare: offrire risposte, suscitando sulla scia di esse nuove domande, al mistero della vita e, dunque, anche della morte. Non ho nessuna intenzione di ridurre e profanare l’esperienza di fede e del sacro, personale e comunitaria, con la sua esigente e vibrante vitalità, a un cupo “memento mori”. Tuttavia, non c’è esperienza autentica di fede che non si misuri costantemente con l’enormità del nostro morire. Se si ritiene di non aver qualcosa di urgente e necessario – come tale di qualità per contenuti e forma – da affermare adesso, anche e soprattutto se scomodo e inattuale, per rafforzare la vita, essendo onesti – ognuno dalla propria prospettiva – sulla morte, allora è bene che le varie agenzie del “religioso” e dello “spirituale” chiudano bottega e una buona volta cessino di rompere su tutti gli altri fronti!

La domanda che s’impone è perché questa nostra umanità contemporanea avverta il bisogno, anche ora, di tacere sulla morte e, dunque, sulle cose ultime. O, non dissimilmente, quando se ne parla, perché si cerchi di neutralizzarle con simposi e pose, tanto da salotto che da accademia.

Credo che la risposta dimori nell’inedita negazione del “negativo”, nel suo tacitarlo o nella puerile e falsa pretesa di sopprimerlo. La “cancellazione” del “negativo” (anziché la sua difficile comprensione, accettazione e assunzione), in questo caso del dato, anche spirituale, della morte, è una delle infinite, perverse e stupide espressioni, pur su un altro piano, della follia della “cancelling culture”, ove l’elemento roccioso, aspro, duro, irruente e tagliente dell’esistenza, che a essa è connaturato – ed è bene che essa sia anche così, nonostante costi moltissimo riconoscerlo -, viene o eliso o fintamente “pacificato”, perché desta scandalo ed è brutale. Queste false ricostruzioni dell’umano e del divino, bambinesche e non adulte, mendaci e per nulla “buone”, potranno cianciare e sedurre, ma la morte e la vita fatalmente le smaschereranno sempre. Il problema è a che prezzo.