La mia settimana da Dio

Domenica 21. Rimini città aperta
Tra quattro giorni, giovedì, seduto a cena nel ristorante argentino della Fiera, uno scrittore cattolico venuto a trascorrere la giornata qui al Meeting dirà che Rimini è morta. Defunta nella sua irragionevole vitalità, e forse prima ancora che se ne accorgessero gli orfani di Pier Vittorio Tondelli (è impossibile, sia ai provinciali sia ai cittadini del mondo, dividere per una volta Rimini e Tondelli). Di questa città bella e sguaiata non sarebbero rimasti che spettri di turisti sul lungomare e ricordi non indimenticabili. Eppure – dirà sempre lo scrittore – qualcosa sopravvive ancora nel centro storico della città. Non certo in quel quadrilatero pagano che è il tempio dei Malatesta, però non lontano, in quella piazza con la statua del Papa, per esempio, silenziosa e vuota.
Oggi, domenica, ancora non conosciamo quel che dirà lo scrittore ma abbiamo già negli occhi qualcosa per credere che sbagli (al di là dell’infortunio sui Malatesta). Primo: il Meeting di Comunione e Liberazione che s’inaugura alla nuova Fiera riminese. Ospitato in una struttura che stordisce per altezza (e in particolare nella fisionomia della cupola centrale, così familiare all’architettura di una moschea), il Meeting è in stupefacente sintonia con l’anima nomadica di Rimini, con le sue ridondanze e le sue rumorosissime fattezze multiformi.
Il paesaggio giovanissimo, pieno di spirito comunitario e, perché no, anche un poco edonista; il paesaggio umano che riempie le aule dei convegni, ciondola per i lunghi corridoi e non sta fermo un attimo, ha una scanzonatezza composta ma che certamente piacerebbe molto a un regista in cerca di cose vere e non tetre (come un centro storico deserto). Se Rimini è così almeno una volta l’anno, deve essere pronta a esserlo tutto l’anno. Certamente lo è anche nel suo Lungomare cinematografico, quando i ragazzi di cielle vanno alla Messa la mattina e poi ritornano in serata mescolandosi a chiunque per mangiare bere ed esultare.
Lunedì 22. Whisky con il Monsignore
Del monsignor Lorenzo Albacete i lettori di questo settimanale sapranno più o meno tutto. Anche quest’anno ha portato da New York fino a Rimini la sua erudizione mescolata all’ironia da corte settecentesca che sonnecchia in quel suo corpo da enorme felino mansueto. S’intuiva che Albacete fosse una specie di presule totemico della Fraternità. Osservato, ascoltato, adorato. Non sapevamo che fosse un’attrazione invincibile ma raggiungibile da chiunque, perfino dall’inviata del Manifesto che lo intervisterà tra un paio di giorni, rapita, finendo per chiedergli di scrivere sul quotidiano comunista (lui riderà e dirà di sì). Io pure lo intervisterò per il Foglio, come aveva fatto un anno prima un altro inviato ricavandone pensieri buoni di scienza e politica e altro.
Gli ricorderò di quell’intervista («Aveva parlato di Bush e Kerry, e poi di ricerca scientifica, di guerra e terrorismo e missione della Chiesa.». «Sì, e poi un Padrenostro, la benedizione e arrivederci, non è così?»). Lo incontriamo stasera per la prima volta ed è circondato dai suoi amici sulla terrazza di un albergo riminese, davanti a bottiglie di vino e whisky. Sorseggia da un calice di bianco, fuma sigarette mentre racconta aneddoti pazzeschi e canzonatori (purtroppo non riferibili) che riguardano uomini e cose vaticane che diresti cristallizzati nella densità dell’incenso. E tutti ridono e si diverte pure lui, sopra tutto quando dice che un giorno ha avuto la temerarietà di chiedere (ottenendolo) il rinvio di un’udienza privata fissata con Giovanni Paolo II. E tutti sembrano basiti ma poi smettono di stupirsi e inorgogliscono silenziosamente quando Albacete, con senso scenico, riassume il dialogo tra lui il Papa: «E per quale altro non rinviabile appuntamento è stato costretto a rinunciare all’incontro con il Santo Padre?». «Giussani». «Capisco».
Martedì 23. “Wonderful World”
Sembrano alpini negri. Negri scritto con la g, come facevano anche gli antirazzisti quando la realtà era politicamente più risolta e più leggiadra e le parole seguivano innocenti. Sorridenti alpini negri appena discesi dal Kilimangiaro che intonano cori di montagna e canzoni africane e poi subito brani di Madonna e melodie pop degli anni Cinquanta-Sessanta. Sono tre macchie scure in una bellissima e giovane tavolata di ciellini (molte donne fra di loro) che cenano, guidati da un medico primario che tutto sembra tranne che un medico primario, in una trattoria sui colli attorno a Rimini. Sono in una veranda all’aperto, intorno a loro altri tavoli di legno tutti occupati. Non lontano dalla tavolata meticcia siedono quattro muscolosi finanzieri annoiati dalla giornata di scorta a un ministro ospite del Meeting. Sarà la noia o un non richiesto senso del dovere, tant’è che uno di loro si avvicina al gruppo di ragazzi e da lontano lo si vede agitare la mano poco al di sotto della sua testa calva e luccicante. Si sforza di fare la faccia dura e, stonato fra canti di allegria, sta di certo reclamando voci dimesse per non disturbare (se non il silenzio). A quel punto il coro ciellino si zittisce. Fine del festival? Pare. Peccato (erano bravi). Invece no: all’improvviso i ragazzi ricominciano a cantare e sembrano meglio ispirati (i finanzieri si girano più curiosi che contrariati). Cantano in un lento crescendo “What a Wonderful World” di Louis Armstrong. Nessuno li interromperà più e, anche se non è vero, piace pensare che il finanziere calvo si fosse avvicinato a loro soltanto perché voleva a tutti i costi accompagnare quella canzone al sangiovese.
Mercoledì 24, giovedì 25 e venerdì 26. Le polemiche.
Polemiche sfuggite, represse, promesse e non mantenute. Il giornalista cattolico di destra e superoccidentale (inviato per una grande testata illuminista) che pronostica al giornalista precristiano antioccidentale (inviato per una piccola testata filoatlantica) una settimana di Meeting terrificante («finirai per cercare compagnia pur di bere una birra»). Sullo sfondo l’immagine di un gigantesco campo di concentramento pieno di vittime felici e non bisognose di aguzzini in quanto carnefici a se stessi. La cattolica di sinistra indignata che compatisce i deboli ciellini i quali «battono le mani indiscriminatamente a Marcello Pera, Francesco Rutelli, Gianni Alemanno e Pierluigi Bersani». La medesima cattolica di sinistra che annuisce pensosa quando le si fa notare che è semmai la forza di Cl quella di far sì che i suddetti Pera, Rutelli, Alemanno e Bersani, venuti dalle rispettive e concorrenti latitudini, siano qui a Rimini a pronunciare discorsi “indiscriminatamente” meritevoli di applausi ciellini. Discorsi pubblici che domani li impegneranno in Parlamento e altrove.
Antonio Socci che è in rotta con Cl dall’anno passato. Socci che alla vigilia del Meeting aveva pronosticato mitragliate di fischi contro l’invitato Gianfranco Fini, colpevole di apostasia laicista e faustiana sulla fecondazione assistita. Socci che poi pubblica sul Giornale un articolo in cui svillaneggia il riferimento donchisciottesco del Meeting e fa ribollire gli animi ciellini. Gianfranco Fini che al venerdì viene qui a Rimini a parlare di politica estera e i ciellini, che sappiamo coerenti ma rispettosi, gli regalano più battimani che fischi. E noialtri orgogliosamente antifiniani rimasti con il sospetto che Socci, inimicandosi i ciellini, alla fine abbia fatto un mezzo piacere all’odiato (da lui) capo di An.
Sabato 27 agosto. Fraternità
La sveglia presto perché si torna a Roma. Ore di sonno neanche quattro, le altre a beneficio dell’ultima serata d’innocenti sgangheratezze alcoliche. Fra pensieri disordinati si riaffaccia un dialogo recentissimo. «Tu quando sei entrato nella Fraternità?». «Mai, non sono cattolico». «Ah sì? Avrei detto che eri ciellino da sempre». «è un complimento, grazie». «Sai perché mi trovo bene con loro?». «Perché?». «Ogni volta che mi siedo accanto alle persone che vedi qui o hai visto in Fiera mi sembra che ci conosciamo da un’eternità anche se non ci siamo mai visti». è la frase di una ventenne entrata in Cl da un anno appena, una che poteva benissimo rimanersene nel suo mondo d’origine così appagante e superlaico. Chissà altrove quanti ventenni sono capaci di pronunciare quella frase senza essere bugiardi. O banali.