La mancata strategia di Alitalia

Gli errori del passato, la mala gestione, il disastroso accordo con Etihad, un referendum sbagliato. Intervista all’economista Giulio Sapelli

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«La tragedia Alitalia è la tragedia dell’intero sistema di trasporti italiano» dice a tempi.it lo storico ed economista Giulio Sapelli a proposito della situazione di Alitalia. I dipendenti della compagnia hanno infatti respinto con il referendum del 24 aprile il preaccordo, firmato dall’azienda e i sindacati, per la ricapitalizzazione dell’azienda. Il piano prevedeva una nuova liquidità di circa 2 miliardi di euro, un aumento dei ricavi e un taglio dei costi.

TRENI E LOW COST. «Innanzitutto c’è infatti un problema di contesto: non si può parlare del mercato aereo senza metterlo in relazione agli altri sistemi di trasporto. Alitalia ha avuto tradizionalmente il ruolo di compagnia nazionale, ma offre a prezzi elevati tratte di breve percorrenza, perdendo quindi di competitività con il servizio ferroviario (basti pensare alla linea del treno alta velocità Milano-Roma)». In secondo luogo, un grave danno è stato provocato dalla «concorrenza sleale delle compagnie aeree low cost, perché queste vivono di sussidi da parte di enti locali e regioni».

MALA GESTIONE. Infine, «si è trattato di mala gestione da parte della società». La storia di Alitalia si snoda infatti fra scelte strategiche spesso criticate: originariamente azienda pubblica (fino agli anni ’90 era totalmente controllata prima dall’Iri e poi dal ministero del Tesoro), nel 1996 la compagnia venne privatizzata la prima volta sotto il governo Prodi, ma il Tesoro mantenne una partecipazione di maggioranza. Nel 2006, poiché l’azienda era vicina al fallimento, sempre Prodi decise di vendere le quote pubbliche di Alitalia ad Air France-Klm (la compagnia francese, a differenza di quella italiana, era già stata completamente privatizzata).
«L’accordo con la Francia avrebbe potuto salvare Alitalia, aprendola a tratte transoceaniche, ma non fu portato avanti per contrasti politici» spiega Sapelli. Infatti, con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 2008, l’accordo saltò: il nuovo governo, che mirava a «preservare l’italianità della compagnia», creò la Compagnia aerea italiana (Cai), una società composta da diversi imprenditori italiani, che rilevasse la parte sana di Alitalia. «Fu un’operazione sensata, ma troppo limitata nei capitali. Soprattutto, si commise l’errore strategico di non puntare sulle rotte a lungo raggio e mirare solo alla classe business».

REFERENDUM SBAGLIATO. Il successivo accordo con Etihad «è stato disastroso perché ha accentuato tutti gli errori commessi in precedenza: non si è cambiato il piano di trasporto internodale e si è mantenuto un contesto sfavorevole per Alitalia sia in relazione alle compagnie Low cost sia al sistema ferroviario. Etihad non ha fornito né con capitali e investimenti né per la gestione manageriale un supporto per affrontare la grande sfida delle rotte transoceaniche. L’unica cosa che ha fatto, gravissima per il nostro senso d’identità, è stato imporre il velo alle hostess».
Sapelli è convinto che quello rifiutato dai dipendenti di Alitalia fosse «un ottimo accordo. La vicenda conferma la mia teoria per cui non bisogna mai indire referendum con i lavoratori: esistono i sindacati, bisogna contrattare con loro».

Foto Ansa

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