La Grecia perduta tra le fiamme e tra le onde

C’è chi non ha trovato il sentiero per il mare, chi ha nuotato per ore, chi spinto dal vento al largo è ancora dato per disperso. Ma il popolo dell’Attica rivuole la sua gente indietro. Intervista a Maria Alverti (Caritas Grecia)

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«Per quattro, cinque ore quell’uomo aveva cercato di incoraggiarli, aiutandoli come poteva. Stavano nuotando da un’infinità di tempo, erano in sei, ma due di loro non ce la facevano più. Sono annegati davanti a lui, poco prima che i soccorsi riuscissero a ripescarli dalle acque». Maria Alverti, direttrice Caritas Grecia, racconta a tempi.it commossa e arrabbiata le storie dei tanti sopravvissuti alle fiamme, inghiottiti dal mare. La Guardia Costiera greca sta setacciando le coste dell’Attica orientale alla ricerca di chi ha cercato di scappare dalla montagna che bruciava e c’è ancora tantissimo lavoro da fare. «Ora gli incendi sono sotto controllo. Quello in zona Mati, Rafina e Voutzas (che ha fatto tutti quei morti di cui avete notizie in questi giorni) è stato spento, ma i vigili del fuoco restano cauti e hanno piantonato le zone a lungo con la paura che potesse rianimarsi. L’incendio di Kineta, a ovest di Atene, era molto più vasto e fino a ieri ha continuato a divampare ma le aree residenziali, tutte evacuate, non erano minacciate dalle fiamme. Poi ha iniziato a piovere». In queste ore infatti violenti nubifragi stanno interessando le aree boschive, specie nella zona a nord della capitale.
ANZIANI TRA LE FIAMME. In totale sono 47 gli incendi che si sono sviluppati nell’arco di 24 ore in tutto il paese. I due più catastrofici sono divampati nei boschi di Kineta (50 chilometri a ovest di Atene) e nelle località di Mati, Rafina, Penteli (35 chilometri a est di Atene). Il vento forte ha fatto sì che nel giro di due ore il fuoco raggiungesse il mare bruciando tutto quello che incontrava, case, automobili, strade. Persone. Oggi si contano 86 vittime ma il numero è destinato a salire man mano che i vigili del fuoco proseguono con il porta a porta e la verifica, casa per casa, dei sopravvissuti.
«Temiamo soprattutto per gli anziani. Sono stati ritrovati i corpi di due coniugi, il marito aveva gravi problemi di salute e non poteva muoversi. Sua moglie ha deciso di non abbandonarlo e sono morti entrambi nella loro casa in fiamme. Non esiste ancora un numero delle persone scomparse, è probabile che qualcuno dichiarato disperso il primo giorno non abbia ancora informato le autorità. E ci sono anche tante persone che vivevano sole o isolate, insomma, è tutto molto difficile da capire. E sono molti i corpi che non sono stati ancora identificati».
ABBRACCIATI A VENTI METRI DALL’ACQUA. Alverti prosegue con i racconti, «sono state ritrovate 26 persone nello stesso campo, stretti a gruppetti di due, quattro, famiglie di sei persone. Non riuscivano a trovare un sentiero che li conducesse al mare che si trovava lì, a soli 20 metri. Quando hanno capito che non c’era nulla da fare hanno aspettato il fuoco abbracciati. Era tutto nero e avvolto da una coltre di fumo impenetrabile, chi ha raggiunto la spiaggia aspettando che i pescatori e i soccorsi li prelevassero racconta di un diluvio di alberi in fiamme, rami, oggetti, che cadevano dalla montagna sulle loro teste».
Nell’incendio sono andate distrutte oltre 500 case ma le valutazioni sono ancora in corso, si stima che saranno oltre tremila gli edifici inagibili. Il governo ha aperto una zona militare dove sta offrendo vitto e alloggio a chi non sa dove andare. Molti hanno trovato ospitalità presso i parenti, tanti che si trovavano in vacanza nelle località colpite sono tornati ad Atene, qualcuno non si rassegna e dorme nelle case che hanno subito danni parziali. Ed è impressionante, racconta Alverti, il numero di volontari che stanno raggiungendo i comuni colpiti, tanto che i sindaci hanno dovuto bloccare l’invio di vestiti, acqua, cibo e medicine. La Caritas in tutto questo sta facendo la parte del leone, ha dato disponibilità per dare rifugio ai senzatetto, fornitura di pasti, supporto tecnico, cura dei bambini, ma anche aiuto psicologico alla popolazione in lutto per la perdita di familiari, amici e vicini, e soprattutto ai sopravvissuti, costretti alla fuga tra le fiamme, a nuotare in mare per tante ore, spesso assistendo alla morte di chi era con loro.
«NUOTATE, BAMBINI». Ad oggi poi, si contano ancora 71 feriti tra adulti e bambini in ospedale, 11 in condizioni critiche. «In queste ore c’è un padre disperato che sta rivolgendo appelli ai media. Le sue figlie, due gemelline, sono state viste da alcuni testimoni salire su una barca, probabilmente in compagnia dei nonni, per fuggire via mare. Ma nessuno è ancora riuscito a ritrovarle, nessuno sa dove sono». È stato il forte vento sia ad alimentare le fiamme, sia a trascinare al largo chiunque avesse trovato riparo in mare. «Una mamma ha nuotato con i suoi figli per ore, “facciamo finta di giocare a Survivor, dovete continuare a nuotare, bambini, nuotate, dobbiamo vincere”. Chi non si è affidato alle acque ha trovato la morte. Come quell’uomo che si stava godendo la giornata al mare con la sua famiglia. Stava caricando un video su Facebook che mostrava il fumo, così lontano da loro, “se non accade un miracolo molta gente morirà laggiù”, commentava. Mezz’ora dopo il fuoco aveva raggiunto la spiaggia dove si trovava. E per lui non c’è stato nulla da fare».
Volontari, pescatori, Guardia Costiera, hanno ripescato e salvato più di 700 persone. Il sindaco di Rafina si aggira per le macerie della città parlando di oltre 1.500 case e 300 macchine distrutte. Ed è venuto il momento di parlare di responsabilità.
LA COLPA COLLETTIVA. La Grecia ha una lunga storia di incendi dolosi alle spalle, questo è vero. È vero anche che qualcuno ha testimoniato di avere visto i cavi elettrici di Kineta buttare scintille, così come è vero che le condizioni meteorologiche, temperature elevate e vento fortissimo, hanno reso impossibile contenere le fiamme. Ma è vero anche che, racconta Alverti, «in passato abbiamo fronteggiato incendi ben più devastanti, che hanno bruciato aree e foreste per giorni. Nel 2007, l’incendio a Ilea, Zaxaro era 100 volte più grande di quest’ultimo. Morirono 63 persone allora. Nessuno si sarebbe aspettato che la gente potesse morire di nuovo così, prigioniera delle fiamme nei sobborghi della città, soprattutto in così grande numero».
La popolazione sta reagendo, ha già reagito, spiega Alverti. «Centinaia di volontari sono al lavoro, famiglie e amici stanno facendosi in quattro per aiutare il prossimo. Gli aiuti sono stati più che generosi, il governo ha ricevuto milioni con lo scopo di fronteggiare questo disastro e la Grecia riuscirà a gestire la situazione grazie al supporto esterno. Ma non dimentichiamoci mai che le persone a Mati sono morte perché lo sviluppo urbano della città è avvenuto nella completa anarchia, e che vicoli ciechi e strade strette senza vie di d’uscita hanno letteralmente rappresentato una trappola mortale per i suoi abitanti. Avrebbero potuto salvarsi? È triste dirlo, ma qui le case oggi sorgono nelle foreste sulle macerie e la cenere degli incendi di ieri, manca una seria formazione, regole e piani di emergenza. Quanto è accaduto non è colpa solo di qualcuno, c’è una responsabilità collettiva. Una signora ci stava raccontando come la sua famiglia aveva dovuto abbandonare casa e tutto ciò che possedeva per scappare. Si sono salvati, hanno perso casa, auto, beni, ma continuava a ripetere “non mi importa di queste cose, rivogliamo la nostra gente indietro, i nostri amici, i nostri vicini, i loro nipoti che giocavano insieme ai nostri… sono tutti morti, tutti. “Rivogliamo la nostra gente indietro”. E come si risponde a questo grido?».
Foto Ansa

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