La gioia di essere cristiani

Di Roberto Colombo
22 Febbraio 2026
L'incontro con alcuni giovani ha ridestato in me una convinzione: occorre comunicare innanzitutto la promessa di felicità che Dio ci ha fatto nel suo Figlio

Devo francamente ammetterlo. Sono stanco di essere chiamato a parlare di problemi culturali, etici, sociali e giuridici dal cosiddetto “punto di vista della Chiesa” o “secondo la prospettiva cattolica”. L’ho fatto tante volte, mi tocca riconoscerlo. Più per l’amicizia con chi me lo ha chiesto, a sua volta pressato da qualche parroco, insegnante, associazione o centro culturale, che non per il convincimento di fare una cosa utile. Quando non venivo trascinato, anche a mia insaputa (peccato di ingenuità futile), in una sterile diatriba pubblica con altri oratori di posizioni antagoniste, sono tornato a casa sereno, ma non soddisfatto. Come chi ha adempiuto un dovere, senza però una corrispondenza con l’esigenza profonda, l’evidenza ultima del proprio animo.

Ho incontrato credenti e “laici” convinti, in buona fede, della positività di avermi ascoltato, qualcuno anche con interesse e curiosità. Ho raccolto domande e testimonianze che mi hanno provocato, e da cui ho imparato tanto. Una mamma che ha scelto di tenere suo figlio gravemente disabile grazie alla compagnia di altre madri, un giovane uscito dalla tossicodipendenza attraverso degli amici che gli sono stati vicinissimi, un’ammalata di tumore che non ha smesso di lavorare per il sostegno che le hanno offerto le colleghe di ufficio, uno studente universitario che ha deciso di ricevere il battesimo dopo aver incontrato altri studenti che hanno condiviso con lui la vita in ateneo, un’anziana che ha messo a disposizione gratuitamente il suo appartamento in città perché potesse avere casa una famiglia di ucraini in fuga dalla guerra, un disoccupato povero che ha fatto la spesa al supermercato per una migrante di colore con due bambini appresso. E tanto altro che conservo con gratitudine nella memoria.

Tutto questo non mi ha tolto il pensiero di aver perso tempo a parlare di ciò che la Chiesa pensa e insegna – attività certo degna e forse anche necessaria, in un tempo e luogo che non è più “culturalmente cristiano” – al posto di raccontare direttamente quello che la Chiesa è e ci dona: una promessa di felicità che Dio ci ha fatto nel suo Figlio Gesù, e che per me si è trasformata, col passare degli anni, da un’intuizione giovanile in una certezza sempre più adulta, che non tradisce, non delude ciò di cui è fatto e per cui è fatto il mio cuore. Non nonostante le intemperie della vita e le circostanze (apparentemente) avverse, ma attraverso di esse. Quel geniale educatore, il sacerdote ambrosiano Luigi Giussani, ripeteva spesso la frase di San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20-21). La Chiesa, cioè noi, è semplicemente ma inesorabilmente questa vita di un Altro dentro la nostra carne. Anche se la carne è umiliata, ferita, sfinita nella sua debolezza mortale, è viva in Colui che ci ha chiamato amici e ha dato la sua vita per noi sulla Croce.

Si può essere cristiani e felici?

Recentemente, è stata la domanda di uno studente liceale che ho incontrato insieme a dei suoi compagni di scuola a ridestare in me la coscienza che il compito della vita di un prete (come di ogni battezzato che vive la Chiesa nella forma cui Cristo lo ha vocato) è anzitutto questo: testimoniare la gioia di essere cristiani. Sì, proprio questo, semplicemente questo (ma è tutto!): la gioia di vivere ciò che siamo, non per merito, ma per la grazia di un imprevedibile incontro con Gesù. La gioia di essere cristiani.

Quarta scientifico, un bel ragazzo alto, appassionato di calcio e di sci, una felpa rossa con cappuccio e che ti fissa lo sguardo tutto il tempo, annotando qualcosa su un’agenda sgualcita con incollati sopra lo stemma della Juve e una foto di Federica Brignone. Dopo una decina di minuti, la domanda è secca, e cambia il resto dell’incontro: “Si vede che sei contento di quello che hai detto. Ma si può essere cristiani e felici nella vita?”.

D’acchito ho risposto: “Sì”. Io non ti so dire “perché”, so solo “per Chi” si può essere felici. Non posso “dimostrartelo”, ma solo “mostratelo”, raccontando quello che mi è capitato (non che cosa ho capito: sto ancora cercando di capirlo adesso, dopo tanti anni da quel giorno) e che cosa è successo dopo. Ma per parlare di me, devo parlare di Lui. Perché «Lui è più forte di me», come dice una canzone di Chieffo. E così quello che doveva essere un incontro provocato dalle affermazioni di un insegnante di religione del liceo sulla posizione della Chiesa in materia di aborto e di suicidio assistito si è trasformato in un dialogo sulla vita (non sull’inizio e la fine della vita, ma su tutta la vita), la sua e la mia, e quella degli altri ragazzi e ragazze presenti.

Il mi augurio

Le loro domande si sono fatte via via sempre più incalzanti, fino a quella che è riuscita a tirare fuori una studentessa bionda, con i capelli a caschetto e i jeans strappati, una fan di Anna Pepe: “Ma allora la fede è conveniente, non è una fregatura?”. Io posso parlare solo per me, non per altri. Non c’è mai stato un momento della mia vita in cui non abbia fatto fatica: in famiglia, a scuola, in università, con gli amici, al lavoro, in seminario e dopo che sono diventato prete. L’altro ieri, ieri e oggi. Ma l’incertezza, la fatica, il dolore, l’illusione, il tradimento e la delusione, non sono mai stati l’ultima parola su di me. L’ultima l’ha sempre avuta Chi mi fissato e mi ha amato «dal profondo tempo, per ogni momento» (canto di S. Pianori). «Hai mai pensato di lasciare la Chiesa?»: è l’ultima domanda, a bruciapelo. In certi momenti sì, ma sapevo che non avrei mai potuto abbandonare la forma umana, concreta, carnale con la quale sono abbracciato da Cristo, anche se questo abbraccio segnato da chi può stringerti così tanto da ferire la tua libertà, ti fa male.

«Ragazzi, vi auguro – ho detto congedandomi da loro – di desiderare e scoprire la gioia di quello che già siete, cioè cristiani, di Cristo. Il bello è solo questo nella vita: non cercate altro nella vita. Il resto verrà in sovrappiù. Non lo scoprirete da soli, ma attraverso la vostra amicizia». E mi sono tornate alla mente le parole di Oscar Wilde: «La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha».

Non sono tornato a casa certo di avere risposto al motivo per cui sono stato chiamato ad incontrare questi liceali, ma sicuro di avere riscoperto ancora una volta la ragione per la quale sono cristiano e prete. Un cristiano, un prete felice.

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