La preghiera del mattino
La Francia si sgretola
Il ministro dell’Interno francese, Laurent Nuñez, ha spiegato a France Inter perché ha rassegnato le dimissioni, respinte dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron, dopo che il Paese è stato messo a ferro e fuoco sabato da manifestanti e facinorosi:
«Ho presentato le mie dimissioni perché sono responsabile di tutto ciò che è accaduto. Ora, la questione fondamentale è evitare che tali violenze si ripetano. Sabato, in diverse città francesi, le forze di sicurezza predisposte si sono rivelate sproporzionate rispetto al numero di partecipanti e manifestanti presenti nei cortei. In certe grandi città, quando si hanno centinaia di negozi saccheggiati, non si può guardare i commercianti e dire che non abbiamo perso il controllo. In futuro ci sarà un rafforzamento della nostra dottrina di intervento contro vandali e saccheggiatori».
Le dimissioni sono il minimo. Le manifestazioni contro il caro vita di sabato in decine di città francesi – alle quali hanno partecipato oltre 500 mila persone tra studenti, “gilet gialli”, sindacati e partiti politici di sinistra – sono degenerate e hanno dato vita a scontri «apocalittici» con la polizia, saccheggi, incendi e violenze di ogni tipo. In tutto, oltre 3.000 negozi razziati, 2.397 persone sono state fermate e quasi mille poliziotti sono rimasti feriti. Oltre ai negozi devastati e alle auto bruciate, sono finiti sotto attacco i simboli stessi dello Stato francese, lasciati incredibilmente sguarniti e senza protezione da un governo che si aspettava al massimo 150 mila manifestanti in tutto il Paese e si è fatto cogliere di sorpresa: a Limoges la sede del municipio è stata data alle fiamme e distrutta, a Marsiglia il municipio è stato devastato, a Lille pure, mentre a Bordeaux i manifestanti hanno vandalizzato la residenza del prefetto e la Camera di commercio locale. Per questo, un filosofo acuto come Pascal Bruckner ha parlato di «colpo di Stato silenzioso».
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In un commento, il Figaro denuncia le responsabilità politiche soprattutto della sinistra di Jean-Luc Mélenchon, che ha cavalcato le proteste gettando benzina sul fuoco:
«La rabbia sociale non è stata altro che un pretesto. Invece di manifestazioni contro il caro vita e il degrado dei servizi pubblici, abbiamo assistito a una guerriglia urbana. Negozi saccheggiati, vetrine sfondate, edifici pubblici presi di mira. Stranamente, i palazzi di giustizia e i luoghi legati alla magistratura sono stati risparmiati. In Place de la République sventolava una marea di bandiere palestinesi. Il 17 ottobre si è verificata la convergenza di due forme di violenza che stanno diventando sistemiche: quella dell’estrema sinistra e quella dei delinquenti delle periferie, entrambe legittimate, se non addirittura aizzate, da La France insoumise. Si tratta di una svolta».
La Francia malata di “Robespierrismo” è da troppo tempo abituata alla violenza di piazza. All’interno della società troppi giovani, come quelli intervistati da Le Monde, si lasciano andare a frasi inaudite senza che nessuno, nel mondo della politica e della cultura di sinistra, intervenga: «Lo Stato è violento e la distruzione è la risposta popolare a questa violenza»; «tutti i poliziotti sono dei bastardi» eccetera eccetera. Se poi la sinistra estrema appoggia le manifestazioni solo per raggranellare qualche voto in più alle elezioni presidenziali che si terranno tra sei mesi, ha ragione Vincent Trémolet de Villers a denunciare «l’umiliazione dello Stato»: «Se l’estrema sinistra, i delinquenti e i saccheggiatori riescono a mettere la Francia a soqquadro nel giro di poche ore, è innanzitutto perché una monarchia tecnocratica, inebriata di se stessa, ha metodicamente raso al suolo tutte le tutele – morali, securitarie, culturali ed economiche – che consentono a una società di restare in piedi. Gli “utili idioti” di Jean-Luc Mélenchon portano la kefiah, ma anche la cravatta».
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La crisi politica che attanaglia la Francia da anni, e della quale Emmanuel Macron è il primo responsabile, si accompagna ora a una crisi sociale gravissima. Ed entrambe peggiorano quella economica, che a sua volta alimenta le prime due in un circolo vizioso dal quale il Paese non sembra in grado di uscire, scrive Le Monde:
«Da due mesi, la Francia sta attraversando forti turbolenze sui mercati del debito. Il celebre «spread» è passato dagli 80 punti base di metà agosto a 140 punti. Il problema è, naturalmente, di natura di bilancio, ma è anche politico: i mercati finanziari osservano che, per due anni consecutivi, la Francia si è ritrovata senza una legge di bilancio al 1° gennaio e che all’Assemblea nazionale non riesce a emergere alcuna maggioranza. Le violenze e i saccheggi di sabato 17 ottobre non faranno che peggiorare la situazione. I media di tutto il mondo hanno trasmesso immagini di vetrine infrante e municipi presi d’assalto, o addirittura dati alle fiamme, come a Limoges. Si sta diffondendo l’impressione di un Paese in uno stato quasi insurrezionale; il che rappresenta sempre un problema quando il 55% del debito è detenuto all’estero. Il rischio è che la crisi politica finisca per aggravare le difficoltà di bilancio. (…) Lunedì 19 ottobre, lo spread è ulteriormente aumentato, salendo a 145 punti base».
I manifestanti chiedono più investimenti e un aumento della spesa pubblica per venire incontro alle difficoltà dovute alla crisi. Ma come nota Rtl, «tra il 2020 e il 2027, la Francia avrà accumulato un deficit pari a quasi il 50% del Pil. Non c’è un solo Paese nell’area euro che presenti un tale disastro di bilancio». In Parlamento non c’è una maggioranza degna di questo nome per approvare una legge finanziaria che tenga conto delle necessità sociali e di bilancio del Paese, provando a contemperarle. Crisi di sicurezza, crisi politica, crisi finanziaria: i dieci anni di Macron al timone della Francia stanno terminando nel modo peggiore possibile.
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