La filosofia di Star Wars. Parte quinta: i limiti

Quinta e ultima puntata del nostro viaggio nella saga di Lucas, «ragionevole, sebbene non totalmente razionale, edificante, ma non istruttivo, affascinante, ma non rivelativo»

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star wars

«Verus philosophus est amator Dei» ebbe a scrivere S. Agostino, indicando con ciò un processo filosofico molto complesso che può essere riassunto e semplificato nel modo seguente: il filosofo cerca la verità; Dio è verità; il filosofo che cerca la verità cerca Dio.

In questo senso si può intuire il limite filosofico più profondo della saga di Star Wars, cioè l’inscenare la lotta tra bene e male, ma senza che vi sia un fondamento su cui costruire un tale scontro.

O meglio, in tutta la saga di Georges Lucas, dentro l’articolato intreccio della trama, dietro i roboanti e spettacolari effetti speciali, al di sotto dei pur considerevoli messaggi di filosofia politica, giuridica e morale contenuti ed esplicitati, si percepisce una eco costante di sottofondo, un sibilo non secondario, cioè quello di una vaga diffusione del pensiero gnostico che pervade l’intero sviluppo dell’epopea fantascientifica ormai a tutti nota.

L’eresia gnostica contempla la possibilità di raggiungere la salvezza solo per i pochi eletti che potranno attraverso la gnosi, cioè la conoscenza, l’illuminazione interiore ed intellettuale, pervenire ad una consapevolezza autentica dei principi del bene e del male.

Contro una simile deviazione e distorsione del messaggio cristiano, lo stesso S. Paolo (1 Tm. 6,20) si pronuncia con fermezza e così numerosi padri della Chiesa come Clemente di Alessandria.

Dallo gnosticismo, come si sa, ha preso le mosse, fondendosi con i principi cardine dello zoroastrismo, il manicheismo che riteneva esistenti due dei: uno causa del bene (Ormizd); l’altro causa del male (Ariman).

Un simile schema è rinvenibile nel confronto tra i jedi – illuminati non dalla fede, appunto, ma dalla Forza – e i sith – rappresentanti il disordine del Lato Oscuro – che si confrontano inevitabilmente in un eterno scontro.

Del resto, forse è proprio in ciò che consiste il limite più grande del pensiero interno alla saga di Star Wars, cioè l’essere “semplicemente” una filosofia e non una vera e propria teologia, cioè non riuscire ad elevarsi verso ciò che Max Horkheimer ha definito il «senso del mondo».

In questa prospettiva, allora, è forse perfino erroneo definire il pensiero di Star Wars come una vera e propria filosofia, sebbene vi siano senza dubbio messaggi di carattere filosofico al suo interno, poiché una filosofia che non mirasse al senso, cioè al vero della realtà, non sarebbe, in buona sostanza, una autentica filosofia.

Ecco in che senso si può intendere l’intuizione di S. Agostino per il quale è vero filosofo solo chi ama Dio, poiché in questa relazione d’amore in cui l’amato, cioè l’uomo, percepisce l’amore dell’amante, cioè Dio, può esprimersi in tutte la sua potenzialità la dimensione creaturale umana cioè non solo nel senso dei limiti dell’uomo, ma nel senso della sua stessa essenza; e ogni filosofia che rivela l’essenza delle cose è la vera filosofia, per cui è vero filosofo solo chi ama Dio, Dio del tutto assente nella dimensione (immaginifica) di Star Wars.

In quest’ottica senza dubbio il pensiero sottostante la saga di Star Wars è un pensiero povero, è un non-pensiero che si dimena tra una forma di bio-determinismo – come si evince dai micro-organismi con cui i jedi percepiscono la Forza – e di emanazionismo dalla sfumatura gnostico-manichea, come si evince dallo scontro furioso tra bene e male senza che però vi sia una personificazione del bene (come accade nel Dio cristiano).

In fondo si tratta pur sempre di un film, un gran bel film, ragionevole, sebbene non totalmente razionale, edificante, ma non istruttivo, affascinante, ma non rivelativo.

Insomma, sebbene vi siano numerosi spunti filosofici, interessanti, attuali e universali, il pensiero contenuto nella saga di Star Wars sembra non riuscire a sostenere il proprio stesso peso, disperdendosi in una serie di rivoli pseudo-filosofici e sicuramente non solo non prettamente cristiani, ma soprattutto non teologici, cioè non autenticamente razionali, che consentono di rievocare l’osservazione di Karl Jaspers per il quale sembra che manchi «l’uno a tenere insieme il tutto».

Si spera soltanto che il nuovo prossimo film dal significativo titolo “Il risveglio della Forza” possa rappresentare anche un primo passo verso il risveglio di ciò che l’intero mondo contemporaneo, non esclusa la sua cinematografia, sembra aver perduto da tempo, cioè, appunto, il senso.

(Qui la prima, la secondala terza e la quarta puntata. Fine)


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