La farsa criminale delle madri surrogate «altruiste» in Canada

In Canada anche coppie gay e single possono avere figli con l’utero in affitto per 75 mila dollari. Il business è aumentato del 400 per cento e prospera grazie alle donne che «producono bambini per amore»

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C’è tutto: il video con il parto e uno dei due “padri” presenti in sala che si denuda pronto a portarsi la bambina al petto. C’è l’inquadratura che si stringe su di lui, mentre si appoggia sulla pelle la creatura appena venuta al mondo, il compagno che lo bacia sulla fronte come fosse stato lui a partorirla. C’è la partoriente entusiasta che ride a favore di telecamera: «Ho appena creato una famiglia, la famiglia di qualcun altro!». In altre parole c’è da mettersi le mani nei capelli guardando il video della Bbc a corollario di un mega spottone alla pratica della maternità surrogata “altruistica” in Canada.

LA DOMANDA CRESCE DEL 400 PER CENTO

Protagonista della vicenda è Marissa Muzzell, 32 anni, 16 ore di duro lavoro per partorire una bambina, nove mesi di nausea mattutina, due ricoveri, lunghe settimane di iniezioni di ormoni e quattro trasferimenti di embrioni falliti alle spalle. E «ha fatto tutto questo per un bambino che non è suo» spiega la giornalista, così come fanno centinaia di donne in Canada che si propongono per dare volontariamente alla luce bambini «che poi torneranno a casa con qualcun altro». Qualcuno come Jesùs e Julio, una coppia gay di Madrid che stando a questo capolavoro di disinformazione della Bbc avrebbero trovato in Canada il paradiso disinteressato dell’amore. Qui la domanda di utero in affitto (chiamiamolo col suo nome perché un corrispettivo esiste) è cresciuta del 400 per cento; qui grazie a una legislazione a differenza di altri paesi aperta alle richieste di coppie gay e single, ottenere la genitorialità legale di un bambino “surrogato” è più facile che altrove.

«Molte surrogate negli Stati Uniti ricevono migliaia di dollari solo per rimanere incinte, qui in Canada non lo facciamo», dice Marissa, «non siamo macchine per bambini». Non sono macchine ma devono produrre ricevute per ogni spesa sostenuta e rimborsata dai committenti, vitamine prenatali, vestiti premaman, cibo, spostamenti per appuntamenti medici, stipendi persi per ogni giornata di lavoro saltata per motivi di salute. «Non nasce come un lavoro, ma dalla gentilezza del cuore», è il mantra delle surrogate altruiste.

ALTRUISMO DA 75 MILA DOLLARI

Una gentilezza che, scontrini alla mano, rende l’utero altruistico l’anello centrale di un business a tre zeri: se la madre surrogata riceve “solo” dei rimborsi, l’intera pratica tra agenzie, medici, avvocati, cliniche per la fertilità può costare ai committenti oltre 75 mila dollari. Secondo Katy Fulfer, dell’Università di Waterloo, esperta di surrogata, «se la maternità non è pagata non significa che non vi sia sfruttamento. Anzi, il fatto che le donne non vengano pagate è un problema: questa pratica rende la fertilità una industria for profit, tutti vengono pagati tranne loro». Ma alle surrogate non importa, basta metterci il cuore.

Anzi, il modello è fin troppo regolamentato, lamentano le donne: alcuni anni fa Leia Swanberg, fondatrice della Canadian Fertility Consultancy, una delle più grandi agenzie di maternità surrogata del paese, che aiuta le future mamme a selezionare e trovare l’abbinamento giusto con i genitori committenti, è stata multata per non aver conservato tutti i giustificativi. «Anche l’invio di fiori a una surrogata potrebbe esporre i committenti alla responsabilità penale» (una violazione comporta multe fino a 500 mila dollari o una condanna fino a 10 anni di prigione), spiega «Sarebbe bello avere regolamenti più flessibili e non dover raccogliere tutte le ricevute, ma non è un grosso problema: non lo facciamo per soldi», va ripetendo Janet Harbick, 33 anni, incinta di una bambina.

«AMO PRODURRE FIGLI»

Janet ha partorito il suo primo bambino surrogato l’anno scorso per una coppia francese, quattro mesi dopo era di nuovo incinta. «Ho già pensato di fare altri due bambini, uno per ogni coppia a cui ho dato un figlio, per dare a questi fratelli e sorelle». Janet spiega che i committenti diventano amici, quasi degli zii per i suoi figli naturali (per offrirsi come surrogata la legge prevede infatti che la donna abbia già dei bambini suoi), «oggi mi sono fatta chiudere le tube, ma amo la sensazione di essere in grado di produrre un figlio per qualcuno che non potrebbe averlo in nessun altro modo».

Questa “sensazione” non è mai a costo zero: Janet mostra orgogliosa alla Bbc decine e decine di siringhe servite per iniettarsi ormoni per oltre tre mesi di gravidanza. Sottoporsi a più cicli di fecondazione in vitro, veder fallire i trasferimenti di embrione, avere aborti spontanei sono tuttavia eventi piuttosto «comuni». Può accadere anche, come nel caso di Marissa, che il compagno non sopporti la situazione o gli sguardi dei vicini sul quel pancione in cui sta crescendo il bambino di qualcun altro. Ma per Marissa tutto ciò è motivo di orgoglio, loda la possibilità di creare «genitori nuovi di zecca», «portare la luce nel mondo», pensare alla maternità surrogata «come a una estrema forma di babysitteraggio: alla fine il bambino torna a casa con i genitori, non c’è molto di più».
Non c’è molto di più di una bambina schizzata fuori dal suo corpo, che vede chiudersi attorno a lei le braccia di due facoltosi adulti gay che si coccolano commossi: «A questa creatura diremo che è venuta al mondo con l’aiuto di una donna forte, con un cuore grande». Così grande da garantire un giro di affari fino a 75 mila dollari per ogni creatura commissionata.

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