La coscienza del cardinale Zen, sant’uomo senza peli sulla lingua

Netto nelle sue posizioni e nella condanna del regime cinese, ha criticato la politica della Santa Sede. Si può non essere d’accordo con lui, ma non si può negare il suo amore per il popolo cristiano e la fedeltà al Papa

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Lo accusano di parlare troppo, di esprimersi a sproposito, di non rispettare l’etichetta, di essere divisivo, di dire sempre quello che pensa, anche se il pensiero è scomodo, di essere troppo vecchio per capire dove va il mondo, di essere ideologico e fazioso. Negli ultimi anni, giornali occidentali e cinesi ne hanno dette di tutti i colori sul cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong che lo scorso 13 gennaio ha compiuto 86 anni. Solo una cosa però nessuno ha mai potuto rimproveragli: di non amare la Cina, i cinesi, la Chiesa cattolica cinese, la Chiesa universale e di non rispettare il Soglio di Pietro. Neanche i suoi più acerrimi nemici avrebbero potuto farlo perché basta averlo incontrato una volta (chi scrive ha avuto la fortuna di farlo a Hong Kong nel 2011) per vedere che sarebbe disposto a gettarsi nel fuoco per la Chiesa e la difesa della fede.

Ed è proprio l’amore per la Chiesa, la Cina e i cattolici che lo spinge a parlare apertamente, in modo critico, di questioni delicatissime e dolorose come l’accordo tra Vaticano e Pechino. Non lo fa, come molti pensano e scrivono, perché vuole farsi vedere o perché non ha fede, ma perché in coscienza sente di non potere fare altro. E da un uomo che per la sua incessante difesa dei diritti umani, della libertà religiosa e di espressione, dei diritti politici di un intero popolo è stato rinominato «la nuova coscienza di Hong Kong», che cosa ci si potrebbe aspettare se non questo?

Non si è tirato indietro quando c’erano da ricordare i martiri cattolici cinesi, quando c’erano da difendere le scuole cattoliche dalla longa manus del partito comunista, che si estende sempre di più anche su Hong Kong, quando c’era da scendere in piazza con i giovani studenti per salvare la democrazia della regione amministrativa speciale cinese, quando serviva un insegnante per i seminari nella Cina continentale, quando c’era da sostenere le comunità sotterranee, così come quelle ufficiali, dall’arroganza e dalle ingerenze del regime. Non ha mai fatto un passo indietro, rischiando l’incolumità personale, il potere acquisito (è lui che ha chiesto nel 2005, con due anni di anticipo, di non avere il mandato di vescovo rinnovato nel 2007 al compimento dei 75 anni di età per andare a insegnare in «Cina o in Africa») e la reputazione, cose che al nativo di Shanghai non sono mai importate più di tanto.

Così, anche ora che l’accordo tra Cina e Vaticano è alle porte, stando a un’indiscrezione (l’ennesima) di Reuters, non si esime dal dire ciò che pensa. Ma prima che alla stampa, i suoi pensieri il cardinale li ha condivisi personalmente con papa Francesco, per il quale, come ripete spesso, non smette di pregare. Nell’ultimo articolo pubblicato ieri sul suo blog, ha scritto che «negli ultimi giorni, i nostri fratelli e sorelle della Cina hanno sentito che il Vaticano è pronto ad arrendersi ai comunisti cinesi, e il loro cuore è forse molto a disagio. Se i vescovi illeciti e scomunicati vengono legittimati e i vescovi legittimi sono forzati a ritirarsi, i vescovi legittimi delle comunità sotterranee non dovrebbero preoccuparsi della loro sorte?».

Proseguendo, ha criticato l’intervista del segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin alla Stampa, nella quale cita la lettera del 2007 di Benedetto XVI alla Chiesa cattolica cinese, ma a metà: «Il card. Parolin ha citato fuori dal contesto la Lettera, dicendo: “La soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità civili”. Ma egli non ha citato la seconda parte della frase: “Nello stesso tempo, però, non è accettabile un’arrendevolezza alle medesime [autorità civili – ndr] quando esse interferiscono indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa”».

Il timore del cardinale Zen, e di molti altri cattolici cinesi, è esattamente quello che un alto funzionario del Vaticano ha dichiarato anonimamente alla Reuters, riferendosi al risultato degli accordi tra Cina e Vaticano: «Non è un grande accordo ma non sappiamo come sarà la situazione tra 10 o 20 anni. Potrebbe peggiorare. Dopo l’accordo, saremo ancora come in una gabbia per gli uccelli, ma la gabbia sarà più grande. Non è facile. Continueremo a soffrire. Dovremo conquistarci centimetro per centimetro lo spazio nella gabbia». Per l’arcivescovo emerito, «il punto non è la misura della gabbia, ma chi è dentro la gabbia! I fedeli delle comunità sotterranee oggi non sono dentro la gabbia» e per questo sono perseguitati. «Ma ora siete voi che li forzate ad entrare nella gabbia, e li spingete alla “unità” nella gabbia». Come diceva in un precedente articolo, è meglio «essere perseguitati e rimanere fedeli a se stessi» che venire meno ai propri principi di fede.

Si può ovviamente non essere d’accordo con il cardinale Zen, e la speranza è che egli abbia torto su tutta la linea per quanto riguarda i risultati dell’eventuale accordo tra Santa Sede e Pechino, ma non gli si può rimproverare di non avere a cuore il bene della Chiesa e dei cinesi. Il suo problema è forse questo: amarli troppo.

Foto Ansa

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