La Corte Suprema degli Stati Uniti blocca gli aborti a domicilio

Stop alle interruzioni di gravidanza con consulto online e invio di pillole via posta. I giudici ripristinano il protocollo Fda revocato da un giudice a causa della pandemia

Non c’è alcuna ragione per cui una corte distrettuale debba costringere la Food and Drug Administration (Fda) a rivedere le regole per la somministrazione della pillola abortiva. Lo ha stabilito la Corte Suprema degli Stati Uniti, che con una maggioranza di 6 a 3 ha ripristinato i requisiti fondamentali di sicurezza per l’accesso all’aborto farmacologico già previsti dell’agenzia di farmacovigilanza americana (ovvero la necessità di prescrivere e dispensare i farmaci per l’interruzione di gravidanza “di persona”) e revocati da un giudice federale “a causa” del Covid.

Ricordate la crociata intrapresa dal board editoriale del New York Times a marzo per promuovere l’aborto fai-da-te tra gli americani in quarantena? Se le donne non possono andare ad abortire allora l’aborto deve entrare nelle case delle donne, spronava la Bibbia liberal, proponendo «l’invio di pillole abortive via posta» dopo un rapido consulto con il proprio medico attraverso una videochiamata. Perché questo sia possibile, però, continuava il quotidiano, 18 Stati devono abolire la normativa che vieta l’approvazione dell’aborto con la telemedicina e la Fda deve sospendere il regolamento secondo il quale il mifepristone può essere assunto soltanto sotto controllo medico in una struttura di cura.

LA CROCIATA PER L’ABORTO “FAI DA TE”

In capo a pochi mesi, il 20 luglio scorso, il giudice distrettuale del Maryland Theodore Chuang, nomina di Obama, accoglieva le istanze dell’American College of Obstetricians and Gynecologists e altri gruppi pro-aborto fondate sul pericolo di contagio in piena pandemia e decideva di revocare uno dei requisiti principali dei Rems (Risk Evaluation Mitigation Strategy), il protocollo della Fda riservato a farmaci e procedure ad alto rischio, per consentire la prescrizione dei prodotti abortivi “a distanza” e la consegna via posta o corriere. In fretta gli avvocati del Dipartimento di Giustizia avevano presentato ricorso alla Corte Suprema, che tuttavia in ottobre non aveva annullato la decisione di Chuang né si era pronunciata sul merito del caso, rimandandolo al giudice perché fosse riesaminato. Il 9 dicembre Chuang confermava la sua sentenza non trovando motivi per revocarla alla luce del prolungarsi dell’emergenza sanitaria: è a questo punto che l’amministrazione Trump ha presentato un nuovo ricorso, certificando che negli Stati in cui i Rems sono stati rispettati il numero di aborti non è affatto diminuito; al contrario, in questi Stati nell’anno 2020 le interruzioni di gravidanza sono aumentate.

«I TRIBUNALI NON SONO LA FDA»

Di fatto la sentenza del giudice distrettuale non poneva una questione di “onere indebito” dei requisiti per l’erogazione della pillola sul diritto all’aborto di una donna, bensì pregiudicava l’autorità della Fda stessa. E secondo il presidente della Corte Suprema John Roberts, «qui come in contesti correlati riguardanti le risposte del governo alla pandemia, la mia opinione è che le entità politicamente responsabili con il “background, la competenza e l’esperienza per valutare la salute pubblica” meritino il rispetto dei tribunali». Hanno votato a favore i giudici Amy Coney Barrett, Clarence Thomas, Samuel Alito, Brett Kavanaugh e Neil Gorsuch, contrari invece i giudici Stephen Breyer, Elena Kagan e Sonia Sotomayor, queste ultime autrici di un dissenso scritto in cui si definisce il protocollo della Fda un «onere non necessario, ingiustificabile, irrazionale e indebito per le donne che cercano un aborto durante la pandemia».

Irrazionale? Le regole sui requisiti di distribuzione della pillola abortiva sono state riconfermate nel 2016 dalla stessa Fda alla luce del monitoraggio iniziato nel 2000 e convertito in Rems (piani di valutazione e riduzione del rischio, appunto) nel 2011. «Al 31 dicembre 2018 – parole della Fda – sono stati segnalati 24 decessi di donne associati a Mifeprex da quando il prodotto è stato approvato nel settembre 2000, inclusi due casi di gravidanza extrauterina con conseguente morte; e diversi casi di grave infezione sistemica (chiamata anche sepsi), inclusi alcuni fatali».

PER LA PILLOLA NON VALE LA RETORICA DEL “RISCHIO ZERO”?

Non solo: come sottolineato qualche mese fa sulle pagine di Avvenire da Assuntina Morresi e Eugenia Roccella – che non mancano di ricordare quanto lo stesso Nyt in passato avesse rilanciato l’allarme per la pillola abortiva -, le donne americane che hanno iniziato la procedura abortiva farmacologica mentre era in corso una gravidanza extrauterina che i medici non sono stati in grado di diagnosticare sono almeno 97. «Non solo: oltre le 24 morti riportate sempre dalla Fda, si fanno presenti le segnalazioni di 4.195 effetti avversi come emorragie, forti dolori addominali e infezioni gravi», segnalazioni facoltative in quanto dal 2016 ai produttori di pillola abortiva è richiesto di indicare solo il numero dei decessi, nessuna registrazione di eventi avversi che non siano fatali. «E c’era stato un cluster di morti in California, tutte dovute alla rara infezione da Clostridium Sordellii ma nessuna di queste è stata segnalata dalla farmacovigilanza: sono venute alla luce solamente tramite le denunce dei familiari, che in un caso addirittura hanno richiesto un’autopsia privata». Proprio alle infezioni da Clostridium è stato dedicato nel 2006 un importante workshop dalle più importanti autorità sanitarie americane: la stessa Fda, ma anche Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) e Nih (National Institutes of Health), «con un’ampia sezione dedicata specificatamente alle morti a seguito di aborto farmacologico».

Irrazionale? Se proprio non la si vuole mettere sul piano della morte, evidentemente inaccettabile per i fanatici liberal se procurata da un virus ma non se scelta o data volontariamente, dov’è finita la retorica del “rischio zero” in assenza del quale tutto nella società è stato chiuso, sospeso, paralizzato e tutti i diritti e le libertà fondamentali sono state sacrificate in nome del diritto alla salute?

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