La concorrenza dei privati migliora la qualità della scuola. Lo dice uno studio (laico)

L’editrice Pearson promuove una ricerca che presenta lo stato della scuola in 50 paesi: «Se sono presenti più istituti non statali i Paesi hanno performance migliori»

L’Imu alle scuole paritarie minerà ulteriormente la parità scolastica e, insieme, la sana concorrenza fra istituti. Sì, perché la concorrenza non si limita solo all’ambito aziendale, ma anche all’educazione, e fa del gran bene alla qualità del sapere. A dirlo è una ricerca promossa dalla laicissima Pearson – colosso mondiale dell’editoria didattica, che detiene anche la proprietà dei marchi Paravia e Bruno Mondadori – intitolata The learning curve  e presentata a Londra lo scorso martedì. Dal ricco dossier, che esamina il sistema scolastico di cinquanta Paesi, esce una valutazione impietosa dello stato dell’Italia che, con l’immissione dell’Imu alle paritarie, rischia di prendere la corsia opposta rispetto a una virtuosa evoluzione.

PARITA’ È QUALITA’. «La presenza di scuole gestite da operatori privati produce un effetto positivo sul profitto degli studenti in Matematica, Scienze e Letteratura». Lo studio compara molti test internazionali – il PISA in primis – con la quantità delle scuole, la qualità dell’insegnamento, i risultati ottenuti, ecc. Un insieme di dati che, messi a sistema, tracciano un sentiero che, se seguito, può condurre ad un miglioramento qualitativo. E che l’Italia prende in contromano: «Nei paesi in cui viene offerta alle famiglie la possibilità di scegliere quale tipo di scuola far frequentare ai loro ragazzi questi riportano mediamente risultati migliori che nei paesi dove la scelta è limitata».

NO AL MONOPOLIO DI STATO. L’innesto della tassazione sugli immobili per gli enti no profit “commerciali”, dove entrano di diritto le scuole paritarie che devono, per legge, assumere i docenti mediante contratti collettivi nazionali, mette in discussione l’esistenza di molte scuole paritarie che non possono reggere l’urto dell’ulteriore imposta. Si stacca la spina a un sistema formativo che garantisce non solo un risparmio evidente per le casse dello Stato, ma anche una spinta per migliorare la qualità dell’insegnamento. «Se sono presenti più istituti non statali – scrive la ricerca – in modo che il settore scolastico non sia amministrato secondo il modello unico di una sorta di monopolio di Stato, i Paesi hanno performance migliori».

ITALIA ULTIMA PER FONDI ALLA SCUOLA. Mentre la spesa italiana per l’istruzione continua ad essere tagliata – tra i cinquanta Paesi considerati siamo quelli che meno investono sul settore – sono proprio quelli che danno più fondi alla scuola ad avere risultati qualitativi migliori: Finlandia e Sud Corea, benché con differenze metodologiche evidenti (più creativo da un lato, più rigido nel paese asiatico). I quali sono, tra l’altro, i paesi dove vigono i migliori risultati della ricerca scientifica e dove gli insegnanti godono di un maggior riconoscimento sociale. È solo un caso?