La classe operaia andrà pure all’inferno ma prima si è presa un giorno di festa

Secondo i dati del Bureau of Census, la diseguaglianza economica ha toccato il vertice con Barack Obama. The Donald era l’articolo più “popolare” e “di sinistra” rimasto sul mercato

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non so se siete vincenti o miliardari – se sì, buon per voi. Io non ho difficoltà ad immedesimarmi in quelli che, con sprezzo calvinista, vengono definiti dagli Zingales di turno e dai pennivendoli dello spazio estetico mediatizzato «i perdenti della globalizzazione»: perché io sono uno di quei perdenti. Anche a una prima grossolana analisi del voto in America emerge che proprio noi perdenti, gli operai e i lavoratori dipendenti di Detroit, bianchi, con l’unica colpa di aver lavorato a testa bassa per portare un salario a casa, siamo quelli che, come un sol uomo, abbiamo votato Donald Trump. Badate bene, in passato votavamo diverso. Anzi, per coscienza sociale, abbiamo continuato a votare i cosiddetti partiti di sinistra, fino a quando ci siamo resi conto che la loro classe dirigente, così come tutti i sindacati, stavano progressivamente perpetrando la più grande Trahison des Clercs della storia: farsi un posto al sole, svendendo, legislatura per legislatura, salario, diritti dei lavoratori, welfare. Il vertice di questo tradimento c’è stato in Italia: il Pci-Pds-Ds-Pd, nell’arco di una sola generazione – e Renzi, badate bene, non c’entra niente, visto che si è trovato la pappa pronta – è passato da Gramsci a Marchionne, dall’invocare il salario come variabile indipendente a pagare i lavoratori con i voucher e i buoni pasto. La parabola della sinistra italiana trova descrizione solo in Animal Farm di George Orwell.

Per questo la classe operaia che era diventata ceto medio, alla fine, non ha avuto alcun dubbio a votare Trump in America – esattamente com’è arrivata, molto prima, a votare Berlusconi in Italia, con la consapevolezza che Trump o Berlusconi erano gli articoli più “popolari” e “di sinistra” rimasti sul mercato o, tutt’al più, secondo la logica sintetizzata impeccabilmente nei titoli di due articoli di Diego Fusaro: peggio di Trump c’è solo la Clinton; peggio di Berlusconi c’è solo l’antiberlusconismo. Secondo i dati del Bureau of Census, la diseguaglianza economica, costantemente in ascesa, ha raggiunto il vertice durante l’amministrazione Obama: il quintile più alto della popolazione nella distribuzione del reddito, nel periodo 2009-2015, ha assorbito il 50 per cento del reddito e l’indice di Gini di diseguaglianza è arrivato ai massimi storici (0,46 come media del periodo).

Ma per noi perdenti, la vittoria di Trump è la festa di un solo giorno: quand’anche lo volesse, non riuscirà a riportare il ceto medio in un modesto paradiso di normalità. No, l’apocalisse esige che agli sfruttati venga tolto tutto. C’è ancora un 50 per cento da prendere. Per cui, state comunque allegri, o voi vincenti – perdenti per un solo giorno.

Foto Ansa

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