«La Chiesa dell’Iran è perseguitata, ma una Chiesa senza martiri è un albero senza frutti»

Ramzi Garmou, arcivescovo di Teheran, racconta come vive la piccola comunità cristiana nel paese musulmano. «Ma voi in Occidente state peggio»

«La Chiesa dell’Iran è perseguitata. Ma non vedo cosa ci sia da stupirsi. Lo siamo sempre stati e una Chiesa senza martiri è come un albero senza frutti». Così monsignor Ramzi Garmou, arcivescovo di Teheran e presidente della Conferenza episcopale, spiega ad Aide à l’Église en détresse. Il prelato di origine irachena guida la Chiesa caldea iraniana e vive nel paese dal 1976.

SOLO 4 MILA ANIME

La comunità è piccola, «una minuscola truppa di 4 mila anime» in un paese di 80 milioni di abitanti, e non vive condizioni facili: «I cristiani non possono esercitare determinate funzioni», spiega. «Non possono diventare dirigenti scolastici, ad esempio». Ancora più grave è il divieto di «dire la messa in lingua persiana» perché mina la trasmissione stessa della fede. «Noi amiamo la nostra lingua armena», continua, «perché è la lingua di Gesù, la parliamo, ma gli iraniani non la capiscono. Per questo motivo ci riesce difficile comunicare la nostra fede. Per lo stesso motivo, non siamo autorizzati ad avere Bibbie o libri sacri scritti in persiano».

SOLO VIVENDO DA CRISTIANI

La vita della comunità cattolica è cambiata molta dalla rivoluzione khomeinista del 1979. L’Iran vive ora «un nuovo periodo di crisi, i giovani scappano dal paese» e anche se questo aspetto preoccupa monsignor Garmou, «l’unica cosa che conta è sapere se possiamo testimoniare la nostra fede. Senza fare proselitismo, solo vivendo da cristiani».
Per ora, se pur con difficoltà, questo è possibile e l’arcivescovo di Teheran ne vede i frutti: «Alcuni musulmani vengono a trovarci e vogliono scoprire il messaggio del Vangelo. Quando domandiamo loro perché hanno questo desiderio, ci rispondono spesso che è perché hanno conosciuto un vicino cristiano del quale volevano seguire l’esempio».

CONVERSIONI SOTTO SORVEGLIANZA

Ma esistono musulmani che si convertono? «Questa», prosegue monsignor Garmou, «è una domanda estremamente delicata. Bisogna precisare che la maggior parte delle conversioni vengono fatte dai protestanti evangelici. Per quanto ci riguarda, viviamo sotto stretta sorveglianza» da parte del regime. «Succede che dei musulmani si uniscano a noi, ma lo fanno esponendosi a gravi rischi, sia verso le loro famiglie che verso il regime. Noi ad esempio abbiamo due seminaristi che hanno passato molto tempo in prigione perché si sono convertiti».

RIBELLIONE GIOVANILE

Se ci sono musulmani che non si riconoscono più nella religione islamica è anche perché il regime, «imponendo la religione, provoca la reazione opposta, una reazione di rigetto nei giovani, che rifiutano che qualcuno dica loro come devono comportarsi. L’interesse verso altre religioni o verso l’ateismo si spiega anche così. Purtroppo molti giovani si perdono nella droga, in mancanza di ideali. Questa è un’evasione facile, a portata di mano, nella quale i giovani cadono in modo irrimediabile».

STATE PEGGIO IN OCCIDENTE

Nonostante le difficoltà, l’arcivescovo di Teheran non è preoccupato dalla possibilità che i cristiani scompaiano nel paese: «La forza e il dinamismo di una comunità non dipendono dal numero delle persone che la compongono. Credo infatti che la nostra situazione sia meno grave rispetto a quella delle comunità cristiane in Occidente. Esse vivono in un ambiente dove la maggioranza degli europei non crede più o è indifferente, mentre i nostri vicini musulmani non fanno che ricordarci Dio in ogni momento. La nostra Chiesa risale ai temi degli apostoli, le nostre radici sono profonde. Siamo perseguitati, ma Gesù stesso aveva avvertito i suoi apostoli che sarebbe successo. Questo non ci spaventa».

Foto Ansa