«La caccia non è un hobby o uno sport, è una cultura. Oggi penalizzata da leggi incerte e ambientalisti»

Intervista a Gian Luca Dall’Olio, presidente di Federazione Italiana della Caccia: «Ogni anno bisogna pagare allo Stato dai 173 ai 500 euro. Ma poi come vengono usati questi soldi?»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

«La caccia non è un hobby o uno sport, un modo per riempire il tempo libero. La caccia è cultura, come l’agricoltura e la pastorizia. Purtroppo oggi i cacciatori sono penalizzati dall’incertezza del diritto». A fare chiarezza a tempi.it sulla situazione dei circa 700 mila cacciatori italiani è Gian Luca Dall’Olio, presidente di Federazione Italiana della Caccia, la più rappresentativa fra le associazioni dei cacciatori italiani. In molte Regioni la stagione comincia in ritardo e finisce in anticipo a causa delle nuove normative e dei ricorsi presentati da tante associazioni ambientaliste al Tar.

Come si stabilisce il cosiddetto “calendario venatorio”?
La normativa di riferimento per l’Italia è ancora la 157/92, che fissa anche i tempi e le specie che possono essere cacciate ma nel 2010 è cambiato tutto.

Perché?
Nel 2010 è cambiata la legge comunitaria ed è stato modificato l’articolo 18, secondo cui durante la migrazione prenuziale degli uccelli non si può cacciare. Così è stato sovvertito un compromesso equilibrato che durava da 18 anni per le specie previste. Allo stesso tempo, l’Ispra ha emanato delle linee guida anticipando per alcune specie la data di chiusura della stagione di caccia al 31 dicembre, invece che a fine gennaio, e posticipando l’apertura per altre, applicando un principio di cautela in mancanza di dati scientifici certi.

Da dove derivano i problemi?
Il parere dell’Ispra non è vincolante, molte volte invece gli ambientalisti lo usano per impugnare i calendari venatori davanti al Tar. Ad avere valore, invece, è la “direttiva Uccelli” di cui parlavo prima, accompagnata da una Guida interpretativa che ha forza e valore di statuto sovranazionale essendo emanazione della Commissione europea. Ed è quella che le associazioni venatorie, Federcaccia compresa, hanno posto come riferimento all’attenzione delle Regioni. La realtà oggi è che c’è un’evidente incertezza del diritto che penalizza la caccia, molti cacciatori e l’attività stessa delle Regioni.

Che cosa chiedono i cacciatori?
Vogliamo certezze, una disciplina certa. Chiediamo quindi che il legislatore intervenga, anche attraverso un processo di concertazione fra le parti se necessario. Ma dobbiamo tornare a un quadro normativo che dia certezze alla caccia, ai cacciatori e alle pubbliche amministrazioni.

Perché c’è così tanta diffidenza nei confronti della caccia?
Perché è un fenomeno poco conosciuto. Ma anche tutto il sistema caccia deve far conoscere di più la materia dal punto di vista di ambiente, biodiversità, specie selvatiche e stato di conservazione. Servono dei dati precisi su questi temi. La caccia poi è una pratica che si dovrebbe recuperare, non ostacolare, prestando più attenzione alla biodiversità e alla sostenibilità ambientale. Che è molto diverso dall’ambientalismo di certe associazioni.

Quanti sono i cacciatori nel nostro Paese?
Negli anni Ottanta erano 1 milione e 700 mila, oggi sono scesi a 700 mila gli iscritti alle associazioni venatorie, più un’altra percentuale non iscritta. Lo Stato che ha il numero più alto di cacciatori invece è la Francia, con 1 milione e 300 mila persone.

Quanto costa la licenza di porto fucile per uso caccia?
La tassa governativa da pagare ogni anno, per esercitare attività venatoria, costa 173,16 euro. A questa si assommano le concessioni regionali, le iscrizioni a uno o più Atc, fino ad arrivare in alcune regioni anche a circa 500 euro. Il problema non sono tanto le spese, anche negli altri paesi c’è una licenza da versare allo Stato, il problema è che mentre gli altri paesi usano questi importi per l’organizzazione e gestione di ambiente, fauna e biodiversità, da noi non si sa come vengano spesi. Forse dovremmo preoccuparci di questo aspetto.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •