John Waters

«I miei amici U2 una volta andavano controcorrente, oggi sono il Manchester United del rock’n’roll. Sono interessati solo a essere i primi della classe»
La vita e gli eccessi, il popolo e lo star system, il terrorismo e un libro sul senso religioso. Pensieri di un critico musicale irlandese atipico

S ul viso, i segni di una vita spesa per molti anni sulla corsia di sorpasso. John Waters, editorialista dell’Irish Times, ex giornalista rock, autore di libri (il suo Living At The Crossroads, uscito nel 1991, fu un best seller in Irlanda) e commentatore per diversi altri magazine irlandesi e inglesi, è lo specchio di una generazione che voleva conquistare il mondo. Un mondo che, come diceva Jim Morrison, loro lo volevano e lo volevano subito. Salvo trovarsi con un pugno di mosche in mano.
A differenza di Jim Morrison e di tanti altri, John Waters è però ancora qui, salvato sul filo di lana da un incontro che gli ha cambiato la vita e gli ha fatto riprendere coscienza di un percorso dimenticato troppo presto da ragazzo. Un incontro come ne capitano pochi nella vita, che a leggerlo su un giornale sembra quasi uno scherzo, ma che la dice lunga dell’imprevedibilità misteriosa della vita. Un giorno, mentre si trova in aeroporto a Dublino, John Waters viene avvicinato da una persona che non lo molla fino a quando non riesce a strappargli il numero di telefono. È un italiano, il responsabile della giovane comunità di Comunione e Liberazione di Dublino, che ben conosce Waters di fama: «Accadde tre anni fa – racconta Waters – mi chiese se mi faceva piacere conoscere questo movimento di cui non avevo mai sentito parlare. Mi invitò a un incontro pubblico e quindi mi regalò una copia de Il senso religioso di don Luigi Giussani, ma lo misi subito via. Mi telefonava e mi chiedeva: “Hai letto il libro?”. E io: “No, non ancora”. Andò avanti così per mesi, finché mi decisi a leggerlo».
Parla con voce sommessa, John Waters; i capelli portati lunghi sulle spalle e la barba incolta sono i segni di un passato che evidentemente non vuole cancellare del tutto. Lo sguardo è inquieto e profondo, curioso e sornione, e lascia trapelare una vita fatta di battaglie. Ne ha combattute tante, e si è costruito la fama di rompiscatole, uno che non ha paura di mandarle a dire. Come quando, qualche anno fa, fece causa, vincendola e portando a casa diverse decine di migliaia di euro, a una giornalista che aveva riportato, distorcendole e togliendole dal contesto, alcune frasi che John aveva pronunciato durante una conferenza del movimento che sostiene i diritti dei padri divorziati a cui spesso e volentieri viene negato anche di vedere i propri figli. Lo aveva accusato di essere «un maschilista e un cattivo esempio per i suoi figli». Oppure quando attaccò pubblicamente Amnesty International perché nelle loro battaglie per i diritti delle donne ignoravano quelli degli uomini.

Bastian contrario per cromosoma
Che Waters sia un tipo tosto lo dimostra anche una delle sue prime interviste, che ai tempi divenne leggendaria in Irlanda, quella con Charles Haughey, per molti anni primo ministro del suo paese e leader del Fianna Fàil, il partito repubblicano irlandese. L’intervista era un coraggioso incontro-scontro come non se ne erano mai visti sulla stampa. Quel pezzo uscì nel 1984, ma Waters aveva cominciato la sua carriera nella seconda metà degli anni Settanta, un redattore di grandi speranze di una nuovissima rivista musicale irlandese, Hot Press, di fatto il primo esempio di stampa musicale indipendente fatta a Dublino.
Erano anni ricchi di fermento per l’Isola di Smeraldo, da sempre fuori dalle grandi mappe della storia, quella del rock incluso, anni in cui si respirava per le strade di Dublino l’aria frizzante che è tipica dei grandi momenti di cambiamento e delle utopie: «Era un momento eccitante e ricco di senso della libertà, si sentiva un cambiamento in atto. Sono nato e cresciuto nella parte occidentale dell’Irlanda – dice Waters – una zona allora molto depressa economicamente, ma tutta l’Irlanda negli anni Cinquanta e Sessanta era un po’ così. Era un paese molto vecchio, anche dal punto demografico. La musica rock rappresentò qualcosa di nuovo e inaspettato, una autentica rivoluzione. Quando cominciai a lavorare per Hot Press, ad esempio, la regola era di ignorare il grande patrimonio della nostra musica popolare per scrivere solo di musica rock».
Ed è da quella scena eccitante che arrivarono gli U2, su cui Waters scrisse uno dei primi libri dedicati alla band irlandese: «Scrissi un libro su di loro (Race Of Angels: The Genesis Of U2, uscito nel 1995, ndr) e li intervistai tutti. Diventammo amici, soprattutto con Bono. Gli U2 hanno rappresentato un vero spartiacque nella storia musicale irlandese, qualcosa che non era mai successo prima. E cioè che un gruppo irlandese potesse diventare il gruppo rock più popolare del mondo. Ma per la maggior parte degli irlandesi questo era solo un fatto accidentale. Invece io ho cercato di dimostrare che è stato proprio l’essere irlandesi a fare di loro ciò che sono diventati. Quello che c’era nella loro musica e che li rese così speciali era proprio la cultura irlandese, la sua visione e anche la sua tradizione religiosa».

I primi tifosi di Solidarnosc
Gli U2 furono uno spartiacque per la musica rock non solo in Irlanda: in una scena, quella rock, che sembra sia obbligatorio considerare di sinistra, loro si presentarono su Mtv invece che con la solita t-shirt con la faccia di Che Guevara, indossando t-shirt che inneggiavano al sindacato polacco di Solidarnosc: «Gli U2 erano decisamente contro ogni strumentalizzazione della musica rock dal punto di vista politico. Addirittura, invece di recarsi a Londra a inizio carriera, la città che da sempre era il più vicino e importante centro vitale della scena rock, preferirono cercare di sfondare subito in America. E ci riuscirono».
Quasi trent’anni dopo, gli U2 sono ancora uno dei gruppi più popolari del mondo: «Credo che il loro ultimo disco significativo sia stato Pop (1997, nda). Oggi sembra che l’unica cosa che interessi loro sia essere i primi della classe, quelli che vendono più di tutti. una specie di Manchester United del rock’n’roll. ma la forza e l’originalità della loro musica credo si sia persa per sempre. La domanda che uno si dovrebbe fare è questa: se gli U2 avessero esordito oggi, con i dischi che fanno adesso, ci sarebbe qualcuno che li ascolterebbe? Non credo. Hanno perso quella magia che avevano all’inizio».
Che è un problema che ha tutta la musica rock contemporanea, una musica che venti e più anni fa significava innocenza e un romantico sogno di fuga verso una indefinita terra promessa: «È un discorso complesso – annuisce – ma credo che siamo alla fine di quel sogno, è la fine di quella generazione che l’ha sognato. Ho da poco superato i cinquant’anni e mi sono reso conto che a questa età uno dovrebbe definitivamente accettare di essere cresciuto e non far finta di essere un ragazzino. Bob Dylan e Neil Young l’hanno capito, e di fatto sono gli unici artisti della loro generazione che vale ancora la pena ascoltare. Ma questo qui (sfoglia un recente numero di Tempi e salta fuori una foto di Mick Jagger, ndr), su di lui si potrebbero solo raccontare barzellette».
Diceva il pittore americano Bill Congdon: «Se una canzone non è una porta aperta sul mistero di Dio, allora è solo rumore». Nota Waters: «Sono d’accordo. Io di rumore ne ho sentito abbastanza nella mia vita. Quella frase è vera per qualunque genere di arte, dalla musica alla poesia alla pittura. Ma quello che è successo alla mia generazione non era mai successo prima. Ci siamo nascosti, ci siamo mascherati da qualcun altro, un tentativo razionale di separarci dalla nostra storia. Ci sono in giro scrittori che scrivono in modo perfetto, ma cercano solo di ignorare il mistero. La generazione rock ha cercato di ripudiare la storia, Dio e la fede e si è ritrovata con un grande inganno». Un ripudio che oggi la società irlandese vive in prima persona: «È una realtà assodata che oggi l’Irlanda, dal punto di vista economico, sta bene come non le era mai capitato nella sua storia. Allo stesso tempo l’Irlanda sta perdendo la sua fede religiosa. Credo sia una situazione inevitabile e anche necessaria per il mio paese, sebbene nessun tipo di viaggio, nel corso della storia, è prevedibile nei suoi sviluppi. Anzi, le predizioni si rivelano sempre sbagliate. Benessere sociale e fede religiosa, oggigiorno, non vanno per lo stesso percorso, e la gente, scegliendo tra le due, preferisce sempre il benessere economico, la strada più semplice».
Un’Irlanda che tra l’altro dista solo pochi chilometri da una Inghilterra, dal luglio 2005, al centro del mirino del fondamentalismo islamico: «In Irlanda non c’è una percezione realistica di quello che sta succedendo in Inghilterra. Credo che questo abbia nuovamente a che vedere con un certo atteggiamento irrealistico e compiacente di quella generazione di cui parlavamo prima, la generazione che oggi ha in mano i mass media, la classe politica, e che tendenzialmente è di sinistra. Si cerca di rimuovere quello che accade in Inghilterra, come se Londra fosse lontana chissà quanto da noi. Ma non è così, non lo è mai stato. In realtà Londra è più vicina all’Irlanda di quanto certe parti dell’Irlanda stessa lo siano tra di loro».

Musica e poesia irlandese
E così si ritorna a parlare di quel libro che gli ha cambiato la vita: «La cosa che mi ha colpito de Il senso religioso è il modo in cui don Giussani ti fa capire che per credere in Dio non hai bisogno di rinnegare nulla del tuo essere uomo, che ogni particolare della tua vita ha significato e in ultima analisi riconduce proprio a Dio. Un approccio opposto a quello che avevo ricevuto da ragazzo, in cui invece la separazione tra fede e realtà era la regola. E questo l’ho constatato di persona partecipando l’anno scorso al Meeting di Rimini, ho visto che è una cosa possibile, reale».
Meeting che quest’anno lo vedrà protagonista nella serata di mercoledì 22, quando sarà sul palco per una serata di musica e poesia irlandesi, “The Dawning Of The Day”: «Si tratta di una rappresentazione del lavoro del poeta Patrick Kavanagh, uno dei massimi poeti del Novecento irlandese. Ebbe una vita difficile perché non aveva paura di dire la verità sulle cose che vedeva intorno a lui, e per questo fu osteggiato. Le sue poesie sono radicate nella cultura e nella storia irlandese. Il suo tema principale era la grande carestia che colpì l’Irlanda dell’Ottocento, ma intesa anche come carestia, fame spirituale, non solo materiale. Sul palco ci saranno anche i Dervish, una band irlandese di musica folk che eseguiranno musica tradizionale».