Sangalli (Confcommercio): «Se aumenta l’Iva, perderemo 20 mila posti di lavoro»

«L’aumento dell’Iva al 22 per cento ci costerebbe lo 0,1 per cento del pil, un aumento dei prezzi dello 0,3-0,4 per cento e 20 mila posti di lavoro»

Non aiutare i commercianti è come lasciare in panchina Balotelli e pretendere di segnare lo stesso. La metafora calcistica è stata impiegata ieri da Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, e Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, in occasione del convegno “Dove va il commercio: emergenze, nodi e soluzioni”. «L’Italia non aiuta il commercio – è stato detto – nonostante rappresenti il 40 per cento del suo pil. È come lasciare in panchina un grande campione, invece per centrare il gol della crescita il commercio deve essere mandato in campo e messo in condizioni di giocare».

CONCORSO DI CAUSE. Il problema, continuano i due presidenti, è che «alla morsa della crisi si aggiungono le mancanze della politica», la pressione fiscale «da record», i vincoli della burocrazia e altri innumerevoli carenze strutturali del Paese come, per esempio, la difficoltà di mobilità per merci e persone.
E come se non bastasse pende come una spada di Damocle sulla testa dei commercianti l’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento: «Se il provvedimento andasse davvero in porto a partire dal primo luglio – spiega Sangalli – avremmo un’ulteriore riduzione del pil dello 0,1 per cento, un aumento dei prezzi dello 0,3-0,4 per cento con una conseguente flessione dei consumi. E metteremmo a rischio 20 mila posti di lavoro; un colpo di grazia per la crescita che in questo momento proprio non ci vuole».

RIFORMA FORNERO BOCCIATA. I commercianti, ricordano inoltre i relatori, chiedono una semplificazione sui contratti di lavoro. «Servono meno pause tra un contratto a tempo determinato e l’altro e un iter più agevole per gli stagionali». E nemmeno «dovremmo pagare quell’1,4 per cento di Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego introdotta dalla riforma Fornero».