L’Isis tornerà presto. «È un’ideologia che non si elimina con le armi»

Il film “Isis, tomorrow”, girato a Mosul dopo la liberazione, fa capire bene perché senza riconciliazione tutto ricomincerà. «Quando arriva la notizia di un attentato in Europa, le nostre ferite guariscono»

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Il contenuto del film giustifica in pieno il titolo del documentario di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, già presentato fuori concorso al Festival di Venezia e ora in circolazione in troppo poche sale italiane: Isis, tomorrow – The lost souls of Mosul. L’Isis sconfitta al prezzo di migliaia di vite annientate e di una città completamente sgretolata tornerà molto presto a diffondere fanatismo e morte. Perché nella desolazione della città distrutta fino all’ultimo muro e nel nulla in cui sono immerse le tendopoli che ospitano a pochi metri di distanza le famiglie dei combattenti dell’Isis (uccisi o fatti prigionieri), e quelle dei civili che ne furono sudditi e vittime, l’unico paesaggio lussureggiante è quello delle anime infiammate di sentimenti estremi: odio, rancore, disperazione, sete di vendetta, impassibilità di fronte all’orrore lievitano un giorno dopo l’altro nelle parole, nei gesti, nelle posture, nelle fisionomie di donne, ragazzi, bambini e soldati.

Sopravvissuti alla lunga battaglia, ma feriti per sempre. Se non si fa qualcosa nella direzione della riconciliazione, se dopo aver destinato tante risorse ai bombardamenti aerei, all’armamento e all’addestramento militare delle forze armate irachene non si investe in educazione, lavoro, programmi sociali destinati anche agli eredi degli sconfitti, la riconquista di Mosul sarà solo l’inizio di una tregua che ha già in sé i semi della prossima guerra, fra i figli dei caduti e degli imprigionati di questa. Lo dice persino un agente dei servizi segreti iracheni che parla nascondendo il volto nell’ombra: «L’ideologia dell’Isis non si elimina con le armi. Ci vuole un’altra ideologia, altrettanto esaltante».

Ma anche se la sua urgenza è quella di un grido di allarme per il futuro, la forza del film è tutta nel suo presente, nella densità dell’angoscia e del dolore che comunica con forza irresistibile. Le storie e i sentimenti spietati delle anime perdute di Mosul trapassano lo schermo e ammutoliscono i cuori di chi li guarda e ascolta dalla platea. Impressionano più di quanto si riesca a raccontare i bambini non più bambini: volti induriti, fisionomie rigide, pensieri e parole da adulti nei quali ogni desiderio è spento tranne uno solo che ha occupato tutto lo spazio nell’anima: la vendetta per quanto riguarda i figli delle vittime dell’Isis, la rivincita per quanto riguarda i figli e le giovani vedove dell’Isis.

Il groviglio delle barre di acciaio del calcestruzzo armato, il cemento disintegrato, gli spiazzi vuoti punteggiati di rari sterpi sono il corrispettivo oggettivo dei cuori senza più illusioni degli ex bambini che dell’infanzia hanno conservato solo le fattezze fisiche. «Hanno ucciso mio padre, mio zio, mio fratello. Prego Allah che a loro accada la stessa cosa. Se avessi potuto li avrei uccisi io il momento stesso che hanno fatto quelle cose alla mia famiglia». Solo le partite a calcio sulle spianate brulle e gibbose aiutano un po’ la catarsi. Gli scatti rabbiosi ed efficaci si concludono col pallone calciato alle stelle, sfogo che allevia il dolore interiore. Ma non appena i ragazzi si siedono e le parole corrono libere, le menti sprofondano in pensieri claustrofobici. In soddisfazioni orribili.

«Quando la coalizione occidentale ha cominciato a bombardare, un aereo francese ha colpito la caserma dove si addestravano i “cuccioli del califfato”», racconta un orfano dell’Isis. «Sono morti tanti bambini, e io sono rimasto ferito. Uno degli istruttori mi ha detto: “Non ti preoccupare, faremo loro quello che loro hanno fatto ai nostri figli”. Quando arriva la notizia di un attentato in Europa, le nostre ferite guariscono!». Naturalmente ci sono i filmati della propaganda jihadista in cui si vedono i bambini nerovestiti che si addestrano, a volte colpiti con calci e pugni dai loro istruttori per renderli refrattari al dolore; la storia del ragazzino che piangeva perché si offriva sempre per le missioni suicide ma non veniva mai accettato. E il ragazzo che ricorda con nostalgia: «Jihadi John era il nostro mito, volevamo essere tutti come lui, volevamo sgozzare un giornalista o un soldato americano».

L’indifferenza per la morte dei civili negli attentati, giustificata con parole prese dal Corano: «Quando l’ho messo di fronte alle sue responsabilità per i civili uccisi», racconta un ufficiale, «il prigioniero mi ha risposto: “Se quei civili gli fossero stati utili, Allah li avrebbe mantenuti in vita. Ma, come è scritto nel Corano, si perde la schiuma e resta sulla terra ciò che è utile agli uomini”». Non tutti sono così: c’è anche il ragazzo che confessa con infinita sofferenza: «Sono entrato nell’Isis per l’insistenza di mio padre, che era diventato un comandante. Ma già durante l’addestramento ho capito che non faceva per me. Gli ho detto che volevo lasciare: si è arrabbiato, mi ha picchiato. Poi un giorno sono venuti a dirci: “Vostro padre è morto martire, un aereo ha colpito la sua auto, ha ricevuto il premio per il quale ha dato se stesso”. Io l’ho perdonato. Un figlio non può vivere senza aver perdonato suo padre».

E fra tanti soldati dei corpi speciali baldanzosi per la vittoria o glaciali quando devono giustificare di aver ucciso schiere di minorenni, c’è anche il militare dagli occhi tristi che racconta dello scontro con un bambino rivestito di tritolo: «Continuava a gridare “state lontani da me, kaffir, o morirete tutti! Allah è grande, la vostra fine è vicina!”. Alla fine si è fatto esplodere, e l’esplosione lo ha squartato in due parti. Sono rimasto per cinque minuti a guardare il corpo diviso in due di quel bambino, non mi sembrava una cosa reale, sembrava un sogno. Ho pregato Allah che non mi facesse più incontrare bambini in armi sulla strada della nostra avanzata dentro a Mosul».

Le più irriducibili di tutte sono le donne dei jihadisti. Tanto erano sottomesse ai mariti, caduti in battaglia o fatti prigionieri, tanto appaiono indomite ora. Sembrano non avere nulla di cui chiedere scusa e tanto di cui lamentarsi: gli insulti dei vicini, la discriminazione nella distribuzione degli aiuti del governo, che a loro vengono negati con mille pretesti o con sprezzante protervia, i figli che non possono andare a scuola o cercarsi un lavoro, la relegazione nelle tendopoli immerse in un caldo soffocante. Ma sopra le loro prevale la voce alterata della vedova che racconta come ha raccolto le membra spappolate di marito e cognato prelevati da casa e fatti a pezzi dall’Isis, abbandonati in mezzo all’acqua e al fango di un ruscello. La voce della madre diventa grido e lamento mentre non risparmia nemmeno un dettaglio macabro, incurante della presenza della figlia: 7-8 anni, bellissimo volto di capelli biondicci, non mostra nessuna emozione per la storia orribile e con gli occhi civetta con la telecamera da cui si sente osservata. Splendida e anaffettiva, si compiace di essere filmata.

La Mosul di Isis, tomorrow, ritratta nel gennaio di quest’anno, cioè sei mesi dopo la liberazione, è l’anticamera di un inferno pronto a spalancarsi di nuovo sotto i piedi dei suoi derelitti abitanti, come sembrano ammonire le colonne di fiamme e fumo che fuoriescono oblique dai pozzi petroliferi sabotati e non ancora imbrigliati. Landa sterile nonostante le acque del Tigri: per tutti gli 80 minuti del film non si vede un albero, non si vede una pianta degna del suo nome. Solo muri scrostati o sgretolati, macerie percorse da torme di bambini che si arrampicano come sciami di formiche, strade attraversate da mezzi militari. Chi è stato almeno una volta nella vita a Mosul non riesce a riconoscere nulla, tutto sembra essere stato stravolto dai combattimenti. I suoni spiranti e gutturali dell’arabo – il film è tutto parlato nella lingua dei suoi protagonisti, con sottotitoli in italiano – enfatizzano il dramma, col ritorno ossessivo del nome originale dell’Isis: Daesh, Daesh, Daesh…

Solo l’ultima immagine del film mostra una città di edifici ancora interi, la Mosul di prima della guerra: per niente tranquilla, trappola mortale per cristiani e servitori dello Stato, ma almeno abitabile, almeno bagliore di uno splendore ancora possibile. La didascalia finale riporta alla realtà: su sfondo nero appare una scritta che ricorda che nelle carceri irachene soggiornano 20 mila detenuti accusati di essere stati complici o combattenti dell’Isis. Il silenzioso esercito delle tenebre sconfitto ma non domo. Le cui donne e i cui figli innalzano preghiere ad Allah perché torni a donare la vittoria sugli apostati.

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