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Dove l’Isis è benvenuto

giugno 23, 2017 Leone Grotti

Il Sudest asiatico rischia di diventare il nuovo santuario dei jihadisti. Cattedrali in fiamme nelle Filippine e cristiani perseguitati in Indonesia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sono entrati nella Cattedrale armati di kalashnikov e diaboliche intenzioni. Hanno cominciato rovesciando le statue dei santi, calpestandole con violenza fino a spaccarle. Poi, con pesanti mazze, hanno infranto le teche che contenevano le statue della Madonna, scaraventandole a terra e distruggendole. Hanno cercato dappertutto le effigie di papa Francesco e Benedetto XVI riprodotte su poster e volantini, stracciandoli davanti alle telecamere. Solo allora si sono concentrati sulle statue di Gesù, polverizzandole a martellate, e sui pesanti crocifissi di legno, staccandoli dalle pareti e gettandoli sul pavimento, pronti a usarli come legna da ardere. Altre icone e immagini sacre sono state ammucchiate sul seggio vescovile insieme ai paramenti sacri per dare più vigore al fuoco che di lì a poco è stato appiccato a tutta la chiesa. La cattedrale, in poco tempo, è stata divorata dalle fiamme. Così sono state ridotte decine di chiese dal 2012 a oggi in Siria e Iraq per mano dello Stato islamico. In questo caso però, anche se gli autori hanno giurato fedeltà al Califfo, il teatro della devastazione non è il Medio Oriente ma il Sudest asiatico, che rischia di diventare il nuovo santuario dei jihadisti.

La cattedrale bruciata è quella di Marawi, città delle Filippine di 200 mila abitanti, in prevalenza musulmani, situata nell’isola meridionale di Mindanao. È qui che l’Isis ha pensato di stanziarsi come a Mosul in Iraq o a Raqqa in Siria. L’attacco era pianificato da tempo: per mesi nelle moschee e nelle madrasse sono state nascoste centinaia di armi e munizioni, insieme a tonnellate di viveri. Contemporaneamente, i terroristi hanno scavato e rinforzato tunnel, tanto profondi e solidi da resistere alle bombe dell’esercito regolare delle Filippine. L’operazione doveva partire il 26 maggio, il primo giorno di Ramadan. Il progetto comprendeva in origine la cattura di ostaggi nelle scuole, la chiusura di strade e l’occupazione di autostrade. Ma un raid dell’esercito nel nascondiglio di alcuni miliziani ha sconvolto il piano, anticipando l’inizio delle operazioni al 23 maggio. Dopo tre settimane, la guerra tra i jihadisti e l’esercito non è ancora finita: sono già morte oltre 200 persone, tra cui almeno 30 civili, 180 mila residenti sono fuggiti e la città è talmente distrutta a causa dei bombardamenti dell’aviazione filippina «che è diventata irriconoscibile: sembra di essere in Siria», ha dichiarato il vescovo di Marawi, monsignor Edwin de la Peña.

Mindanao è teatro di episodi di lotta armata fin dal 1969. Gruppi come il Moro National Liberation Front (Mnlf) hanno sempre cercato più autonomia per l’isola abitata prevalentemente da musulmani, fino a raggiungere un accordo con il governo nel 1996. Un gruppo di 12 mila ribelli però, insoddisfatto dal trattato, lo ha rinnegato, continuando la guerra con il nome di Moro Islamic Liberation Front (Milf). A un passo dal trovare un nuovo accordo, il processo di pace è naufragato nel 2015, quando il conflitto aveva già causato la morte di almeno 120 mila persone in poco meno di 50 anni. Dal Milf nel 2005 si è staccato il gruppo terroristico Abu Sayyaf, con l’obiettivo di instaurare uno Stato islamico in Mindanao. Nel 2014, il suo leader Isnilon Hapilon è stato tra i primi a giurare fedeltà all’Isis di Al-Baghdadi insieme ad altre tre milizie, tra le quali il Maute.

Hapilon, uno dei terroristi più ricercati al mondo e sul quale pende una taglia americana di 5 milioni di dollari, era proprio l’uomo che l’esercito filippino sperava di trovare a Marawi nel raid del 23 maggio. I soldati avevano centrato l’obiettivo, ma non si aspettavano che avrebbero innescato un’invasione coordinata della città preparata da mesi. E mentre Hapilon scappava, i terroristi di Maute hanno messo a ferro e fuoco la città. Oltre a bruciare la cattedrale e a sventolare sugli edifici a ogni angolo di strada la bandiera dell’Isis, i jihadisti hanno preso in ostaggio un sacerdote, padre Chito Suganob, e 15 cristiani. Inoltre, circa 200 persone vivono ancora in quartieri sotto il controllo dei terroristi e non possono scappare. Le autorità temono che possano essere usati come «scudi umani». I jihadisti sono passati casa per casa alla ricerca di infedeli. Un gruppo di dieci cristiani è stato catturato durante l’assalto: due sono stati decapitati subito, altri otto sono scappati grazie all’intervento dell’esercito. Anporo Lasola è stata nascosta insieme al marito, i sei figli e altri 63 cristiani da un leader musulmano di Marawi, Norodin Alonto Lucan. Quando i terroristi sono arrivati a bussare alla porta della casa, mentre i figli di Anporo «piangevano e noi pregavamo offrendo le nostre vite a Dio», Norodin è riuscito a convincerli a non perquisirla. Trovando tra gli islamisti un suo amico, ha cercato di fargli deporre le armi: «Ho promesso che l’avrei protetto davanti al governo. Ma mi ha risposto: “Io combatto il jihad. Io voglio morire”. Lui voleva morire e io non potevo farci niente», ha dichiarato alla Bbc. In un video, i jihadisti hanno giurato di sgozzare i cristiani rapiti se il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che ha introdotto la legge marziale, non ritirerà l’esercito. L’ex sindaco di Davao, altra città in Mindanao che ha da poco subito un attentato kamikaze, ha detto che non tratterà mai con i terroristi, anche se a tre settimane dall’inizio degli scontri i militari non sono ancora riusciti a riconquistare la città.

Lo Stato islamico è meglio
L’avanzata dei jihadisti nel Sudest asiatico non riguarda solo le Filippine, dove ormai sono almeno 1.200 gli affiliati all’Isis. Anche l’Indonesia, il paese musulmano più popoloso al mondo, comincia a mostrarsi vulnerabile alle idee islamiste. E non si tratta solo della provincia di Aceh, dove già vige la sharia. Martedì è stato arrestato un uomo che avrebbe reclutato indonesiani per inviarli a combattere con Abu Sayyaf nelle Filippine. Altri due sono stati arrestati mercoledì. Tutti erano membri del Jemaah Anshorut Daulah, network di estremisti indonesiani che ha giurato fedeltà all’Isis. Dall’inizio dell’anno, 384 persone hanno lasciato il paese per unirsi al Califfato e secondo un recente sondaggio del Saiful Mujani Research and Consulting, il 9,2 per cento della popolazione (circa 20 milioni di persone) ritiene che «l’ideologia dello Stato islamico sia la migliore per l’Indonesia». Nel 2015, secondo una rilevazione del Pew Research, solo il 4 per cento appoggiava l’Isis.

La rapida estremizzazione della società traspare anche dalla condanna per blasfemia a due anni di carcere del governatore uscente di Jakarta, il cristiano Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama. Nel settembre del 2016, in campagna elettorale, Ahok disse durante un comizio che chi usa il versetto coranico Al-Maidah 51 («O voi che credete, non prendete come alleati ebrei e cristiani») per sostenere che i musulmani non possono votare un cristiano alle elezioni «travia l’islam». In effetti, gruppi di estremisti islamici da mesi continuavano a sostenere che un paese musulmano non può essere guidato da un cristiano. Ahok, ricordando che l’Indonesia è costituzionalmente una nazione laica, invitava a non usare la religione per scopi politici.

Dopo l’accusa di blasfemia, la campagna elettorale si è svolta con toni molto accesi e alla fine è stata vinta il 19 aprile dal candidato musulmano con il 58 per cento dei voti, nonostante all’inizio della corsa elettorale fosse in svantaggio. Emblematiche le dichiarazioni dopo il voto di alcuni musulmani come Sofie Kartini: «Non ho votato per Ahok perché il Corano mi obbliga a scegliere un musulmano». Aryana, 22 anni, pur apprezzando il lavoro del governatore uscente, ha votato lo sfidante: «Ovvio, è musulmano». Sobur, membro del gruppo estremista Fpi, che ha condotto in piazza una campagna per far condannare Ahok, ha precisato: «Era un tipo pulito, competente e lavorava per il popolo. Ma non vogliamo che Jakarta sia guidata da un non musulmano. Vogliamo che la capitale diventi più religiosa». I giudici, nonostante il parere contrario dei procuratori, non hanno concesso la condizionale all’ex governatore perché «non si è pentito».

Centro di reclutamento
Per contrastare lo Stato islamico, Indonesia e Filippine, insieme alla Malaysia che ha subito un pesante attentato dall’Isis nel giugno 2016 e ha arrestato decine di terroristi negli ultimi anni, hanno organizzato pattugliamenti congiunti delle acque al largo di Mindanao. Ma servirà molto di più per contrastare un Califfato che guarda sempre più a Est per garantirsi la sopravvivenza, ora che in Siria anche la battaglia per la conquista di Raqqa, la capitale dei jihadisti, è cominciata. Già nel 2016, un video dell’Isis invitava tutti coloro che non riuscivano a raggiungere la Siria ad andare a combattere nelle Filippine. Non è un caso se tra i terroristi di Marawi sono stati riconosciuti miliziani provenienti da India, Marocco, Cecenia, Malaysia, Indonesia e Arabia Saudita. «C’è il rischio che il Sudest asiatico diventi un centro di reclutamento dell’Isis», disse nel 2015 il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong. Ancora non sapeva che quel rischio era già realtà.

Foto Ansa

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