Iran. «Non parlate del Natale»: arrestati oltre 250 cristiani

L’ondata di arresti tra novembre e dicembre è «sconvolgente». La maggior parte dei fedeli è tornata a casa ma ha dovuto firmare una confessione promettendo di non contattare più gruppi religiosi

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Le autorità dell’Iran hanno arrestato più di 250 cristiani tra novembre e dicembre. Il regime islamico ha lanciato la campagna di repressione per «avvertire» i fedeli di non fare proselitismo a Natale. Mansour Borji, direttore dell’organizzazione Articolo 18 che si batte per la libertà religiosa, ha definito l’ondata di arresti «sconvolgente».

La maggior parte dei cristiani arrestati «in 11 città» iraniane hanno potuto fare ritorno a casa nel giro di pochi giorni, «perché erano troppi e le autorità non sapevano che cosa farsene». Alcuni però sono ancora in carcere e a tutti sono stati confiscati i telefoni. I fedeli hanno anche dovuto firmare una confessione dettagliando le proprie attività cristiane e promettendo di non entrare più in contatto con altri gruppi religiosi.

IL CASO DI EBRAHIM FIROUZI

Questa settimana è deceduta all’età di 56 anni Kobra Kamrani, madre di Ebrahim Firouzi, giovane cristiano convertito arrestato nel 2013 con l’accusa di «promuovere il sionismo cristiano» e non ancora rilasciato. La donna, malata di cancro, aveva più volte chiesto il rilascio del figlio, invano. Firouzi ha chiesto alle autorità carcerarie di poter partecipare ai funerali della madre, ma gli hanno negato il permesso.

Firouzi, 32 anni, è stato arrestato nel marzo 2013 e condannato a luglio dello stesso anno dalla Corte rivoluzionaria di Robat Karim, vicino a Teheran. I giudici lo hanno accusato di aver tentato di «aprire un sito online cristiano». La condanna, si legge nella sentenza, è avvenuta perché «le attività di evangelismo sono in opposizione al regime della Repubblica islamica dell’Iran».

«SIAMO PERSEGUITATI»

Come riporta World Watch Monitor, Firouzi doveva essere rilasciato nel gennaio 2015 ma a marzo è stato nuovamente processato per «azioni contro la sicurezza nazionale» e condannato ad altri cinque anni di carcere, dove sarebbe stato anche più volte malmenato, da scontare nella prigione Rajaei Shahr della città di Karaj, di fianco alla capitale, nota per ospitare terroristi e criminali pericolosi.

«La Chiesa dell’Iran è perseguitata. Ma non vedo cosa ci sia da stupirsi. Lo siamo sempre stati e una Chiesa senza martiri è come un albero senza frutti», ha dichiarato in un’intervista pochi giorni fa monsignor Ramzi Garmou, arcivescovo di Teheran e presidente della Conferenza episcopale.

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