Iran. L’epopea dell’hijab obbligatorio e della polizia della moralità

Una donna racconta l’ossessione della polizia religiosa nel regime islamico sotto tutti i governi, riformisti e conservatori

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Si avvicina l’estate e in Iran, a Teheran e dintorni, le donne si preparano a combattere la loro annuale battaglia con la polizia speciale incaricata di far rispettare la moralità nelle strade. Da quest’anno, come rivela il Guardian, alle normali pattuglie si aggiungeranno altri 7.000 agenti in incognito ad intimare a ragazze e ragazzi di indossare un vestiario adatto alle passeggiate in pubblico.

«NON È FORSE UNA FEMMINA?». Denise Assanzade Ajiri ha raccontato la sua pluridecennale esperienza in materia. Negli anni Ottanta, quando ancora non era nata, e sua sorella aveva appena otto mesi, la madre fu fermata da una donna, membro del komiteh, come viene chiamata la polizia della moralità, all’entrata di una mostra nella capitale. «Khanoum! (Signora, ndr)», le gridò, «Perché sua figlia mostra le gambe nude?». «Ha solo otto mesi», rispose la madre, stupita. «E allora? Non è forse una femmina?».

DOPO KHOMEINI. Allora c’era ancora l’ayatollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, e simili scene erano ancora una novità. Con il tempo, sotto il successore Khamenei, gli iraniani ci hanno fatto l’abitudine. Denise racconta che negli anni Novanta, dopo la morte del grande ayatollah, la sorella 15enne venne condotta in prigione insieme a un suo amico. Camminavano fianco a fianco per strada, diretti in gelateria, e una donna con il chador li ha affrontati per questo insieme a due agenti con il fucile spianato.

«SEDUTA IN MODO IMPROPRIO». Nei primi anni 2000, durante il governo del riformista Khatami, il padre di Denise fu bloccato dalla polizia mentre riportava la figlia a casa da una lezione. «In che relazioni siete voi due?», chiese l’agente. «È mia figlia», rispose. E quello alla figlia: «Perché sei in macchina con quest’uomo? Chi è?». «È mio padre». Poiché non avevano documenti di identità per dimostrarlo, furono trattenuti a lungo e poi rilasciati. Sempre sotto il governo riformista, Denise venne fermata in automobile dalla polizia. Si era stesa per riposarsi sui sedili posteriori. «Questa ragazza è seduta in modo improprio».

GIACCHE IN AGOSTO. Nel 2007 il regime islamico era guidato dal più conservatore dei presidenti, Mahmoud Ahmadinejad. La polizia della moralità ne approfittò per sfogarsi. Ad agosto, un agente femminile coperto da un pesante chador la incontrò per strada: «Khanoumi (ragazzina, ndr), vieni un attimo con me», le disse, traendola in disparte per strada e chiudendola in un camioncino. «Dov’è la tua giacca?», le dissero con fare intimidatorio. «Di cosa parli?», rispose. «Questa non è una giacca, khanoumi. Questa è una maglietta». «E che differenza c’è? Non si vedono parti del mio corpo, ha le maniche lunghe. Ed è larga, quindi non si intravedono neanche le mie forme». «Però non è una giacca». Alla fine fu costretta ad indossare una mantella, nonostante fosse agosto.

CON IL RIFORMISTA ROHANI. «Il mio personale repertorio di storie simili si è fermato nel 2008 quando me ne sono andata dall’Iran», racconta Denise, «ma i miei amici che sono rimasti continuano ad arricchire il loro ogni anno. Oggi in Iran esiste un’app, Gershad, che indica dove si trovano le pattuglie della polizia della morale così da evitarle. Il nuovo primo ministro, Hassan Rohani, ha criticato pochi giorni fa, come già in precedenza, il dispiegamento di 7.000 agenti in incognito. Ma, come con gli altri, non è cambiato niente.

Foto Flickr


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