Io, ateo, ho incontrato l’uomo più felice del mondo. Un monaco del Monte Athos

Il reportage per il New York Times di Simon Critchley: «Sveglia all’1 e niente abbuffate di Netflix. Eppure padre Ioanikios è l’uomo più felice che abbia mai visto»

Padre Ioanikios è un monaco ortodosso del monastero di Simonopetra, uno dei 20 che si ergono sul Monte Athos in Grecia. Ed è anche «l’uomo più felice» che Simon Critchley abbia mai conosciuto, quello che gli ha fatto scoprire che il cristianesimo è «un’esperienza vivente» e che la Grazia è qualche cosa di reale.

L’incontro tra i due è uno di quelli che non ti aspetti. Critchley è un docente di filosofia ateo, inviato dal New York Times ad Atene per realizzare una serie di articoli sulla capitale greca. Ottenendo un permesso speciale concesso a pochi, ha passato tre giorni nel monastero di Simonopetra per toccare con mano l’epicentro della spiritualità ortodossa, «la cosa più vicina a un’esperienza religiosa che abbia mai avuto nella mia vita».

DA MANHATTAN AL MONASTERO

Padre Ioanikios invece è diventato un monaco nel 1987. Greco, ma anche cittadino americano, aveva studiato Ingegneria meccanica alla New York University negli anni Settanta e dopo aver conseguito un master in Economia, si era stabilito nella metropoli americana. Viveva in una bella casa a Manhattan, facendo avanti e indietro dal New Jersey, dove lavorava per la compagnia petrolifera Mobil Oil. Le sue serate le passava sempre nella nota discoteca Studio 54, per poi tornare a casa alticcio e accennare una preghiera davanti all’icona della Vergine Maria che teneva appesa sul muro dietro al letto, prima di sprofondare nel sonno.

La sua vita cambiò nei primi anni Ottanta, quando durante una visita in Grecia alla sua famiglia visitò il monastero di Simonopetra, dove il fratello di sua nonna viveva come monaco ed era ormai in fin di vita. Durante il loro breve incontro non si scambiarono neanche una parola ma «negli occhi di quel vecchio monaco c’era così tanta vita, così tanto amore». Quegli occhi non riuscivano a uscirgli dalla mente, neanche durante le serate allo Studio 54 una volta tornato a New York, e così, pochi anni dopo, tornò a Simonopetra per farsi monaco.

«È IL GIARDINO DELL’EDEN»

Padre Ioanikios ha fatto da guida all’inviato del New York Times Critchley durante la sua visita al Monte Athos, considerato sacro dagli ortodossi e dove si può accedere solo via mare con speciale permesso. Si tratta infatti di una Repubblica monastica autonoma, con il proprio parlamento e la propria giurisdizione, come il Vaticano. Secondo la tradizione, la Vergine Maria avrebbe viaggiato con san Giovanni fino al Monte Athos e colpita dalla sua bellezza avrebbe chiesto a Gesù di farne il suo giardino. Nessuna donna può mettere piede sul Monte: «La madre di Dio è l’unica donna a poter entrare nel suo giardino».

Per tre giorni Critchley ha vissuto con i 65 monaci di Simonopetra, costruito nel XIV secolo dall’anacoreta Simone: si è alzato alle 4 del mattino (anche se la vita dei 2.000 monaci comincia tre ore prima), ha partecipato a funzioni della durata di tre ore e mezza, alle orazioni, ai pasti, ai lavori manuali e alle visite dentro le meravigliose foreste del Monte Athos, accerchiato dal mare: «È il giardino dell’Eden».

NIENTE FERIE O «ABBUFFATE DI NETFLIX»

Al contrario dei monaci, non ha fatto un’ora di lettura della Bibbia, un’ora di recitazione della preghiera di Gesù («Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me» ripetuta per migliaia di volte) e un’ora di prostrazioni (da un minimo di 120 a un massimo di 2.000, che «mi hanno fatto ridimensionare il mio corso di Pilates»). Ha però approfittato del pisolino a metà mattina, dei vespri, della cena e delle due ore di tempo libero prima di andare a letto con gli altri monaci. «Il tutto ripetuto ogni giorno, variazioni rituali a parte, senza ferie, senza pause, senza abbuffate di Netflix, fino al termine della propria vita. Come diceva il monaco Evagrio Pontico, il monaco deve sempre vivere come se dovesse morire il giorno seguente».

L’inviato del New York Times è colpito sopratutto da due cose: «L’enfasi sul monachesimo come un’esperienza vivente» e la «gioia» che traspare dal volto e dalle parole dei monaci. Critchley riporta soprattutto queste parole della sua guida: «Io mi sono sentito chiamato da Dio e ho risposto. Ma è difficile essere un monaco. L’uomo è fatto per qualcos’altro, per mettere su famiglia. Noi abbiamo scelto un’altra vita, che è possibile solo con l’energia che viene da Dio». «Che cos’è questa energia?». «È difficile da descrivere, ma si può chiamare Grazia. Quando ne fai esperienza, è come se non avessi nemici. Gesù ha detto di amare i propri nemici ed è una cosa da pazzi. Come può essere? Ma quando sei sostenuto da quella energia, diventa la cosa più ovvia. Provi solo gioia e felicità. Per me questa vita è dura, ma questa gioia la provo ad esempio quando canto».

«LA CHIESA DIVENTA TUTTA CANTO E ORO»

I canti dei monaci nella cappella sono forse la cosa più «bella» a cui Critchley ha assistito durante la sua visita, ancora più delle foreste, dei monti e del mare. Il profumo della mirra che fuoriesce lentamente dai turiboli che roteano, il canto «serissimo» e coordinato dei monaci, il sole che illumina le vetrate così che la chiesa, «non ne ho mai vista una così viva», diventa «tutta canto e oro». Alla fine di una funzione speciale durata cinque ore, intorno a mezzanotte, l’inviato racconta che i monaci sono svegli da «almeno 24 ore», non bevono da cinque, non mangiano dal mattino, «ma sembrano freschi come rose, mentre io sono a pezzi, affamato e assetato. Eppure provo una tale leggerezza!».

Al termine dei tre giorni padre Ioanikios mette attorno al collo di Critchley  una cordicina con un piccolo crocifisso di legno fatto a mano e gli dice: «Non dimenticarci e torna ogni anno. Sei nostro amico ora. E non scordare: ogni volta che hai una preoccupazione, ripeti “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”». Conclude l’inviato del New York Times: «Appena tornato ad Atene mi sono tolto il crocifisso. Ero di nuovo nel mondo profano con la mia stupida distanza filosofica e la mia arroganza intellettuale. Mi domando se vivrò mai più una simile esperienza religiosa».

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