In Polonia una ong denuncia Facebook. Editore o piattaforma?

Una ong accusa l’azienda di Mark Zuckerberg di averle oscurato arbitrariamente i contenuti. La condanna avrebbe grandi ripercussioni

Domenica scorsa Facebook ha chiuso ventitré pagine in lingua italiana che avevano due milioni di followers a seguito di segnalazioni da parte di Avaaz, una Ong americana che in Italia ha fatto campagna per l’elezione di Emma Bonino alle elezioni politiche del 2018, ma i giorni del suo illimitato potere di censura,  paludati dietro l’espressione “violazione degli standard della comunità”, potrebbero volgere al termine. Settimana scorsa l’organizzazione polacca Spoleczna Inicjatywa Narkopolityki (Iniziativa di politica dei narcotici da parte della società civile, notata con la sigla “SIN”) ha sporto denuncia contro il più famoso social network del mondo presso la Corte distrettuale di Varsavia per violazione degli articoli 23 e 24 del Codice civile polacco. In buona sostanza la SIN, supportata dalla Fondazione Panoptykon, una Ong polacca che si batte contro i sistemi di sorveglianza che violerebbero i diritti umani, accusa Facebook di «censura privata» e di avere danneggiato la propria immagine pubblica con un’azione (quella di metter al bando dei contenuti) che lascia supporre che l’organizzazione abbia agito in violazione di leggi. È la prima volta che in un paese dell’Unione Europea Facebook viene portata sul banco degli imputati per negarle il potere di controllo illimitato sui contenuti della sua piattaforma: la sentenza potrebbe avere ripercussioni gigantesche.

Ambigue politiche di riduzione del danno

Per cinque volte fra il 2018 e il 2019 l’azienda californiana ha rimosso pagine di Facebook e di Instagram riconducibili a SIN, senza fornire spiegazioni nonostante le ripetute richieste del soggetto coinvolto. La Ong polacca non ha nessun tipo di legame con le forze politiche al governo a Varsavia e il loro approccio alla lotta alle tossicodipendenza: al contrario, SIN promuove in maniera decisamente ambigua le “politiche di riduzione del danno”, cioè consiglia agli utenti delle sue pagine e dei suoi post il modo migliore per minimizzare gli effetti negativi delle droghe che hanno deciso di assumere.

Sul sito della Ong si può leggere:

«Ci occupiamo di educazione sul tema delle droghe, di attività di riduzione del danno e di promozione di attività ricreative notturne sicure. Diamo per scontato che è meglio non iniziare ad assumere droghe, e che è meglio smettere se si è iniziato, ma queste cose non sono sempre possibili. Se state già usando droghe, noi vi educhiamo su come farlo col minor danno possibile. Nel corso degli anni questo approccio ha salvato molte vite in molti paesi del mondo».

Da questa illustrazione dei metodi della Ong si può desumere che gli algoritmi di Facebook abbiano catalogato le pagine di SIN come inviti al consumo di droghe illegali, e che per questo le abbiano rimosse. Per Panoptykon, l’organizzazione di avvocati attivisti dei diritti umani che si è presa a cuore il caso di SIN e che è già impegnata in azioni legali contro Google e IAB su questioni di pubblicità mirata, si tratta di sfruttare l’occasione per cambiare le regole del gioco.

«Metodi opachi e arbitrari»

Spiega Dorota Głowacka della Fondazione Panoptykon e avvocato dello studio legale che assiste gratuitamente SIN:

«Lo scopo strategico della nostra azione legale è di contestare le piattaforme online e di motivarle ad abbandonare i loro attuali metodi opachi e arbitrari di moderazione dei contenuti e a introdurre misure che proteggano meglio la nostra libertà di parola. L’utilizzatore deve essere informato dei motivi per i quali il suo contenuto è stato bloccato e deve poter presentare argomentazioni in propria difesa. Le decisioni finali sulla rimozione di contenuti dalle piattaforme dovrebbero essere oggetto di esame indipendente da parte delle Corti. La nostra denuncia riguarda Facebook, ma speriamo che imporrà standard che influenzeranno anche la politica di altre piattaforme».

Nel dicembre scorso Facebook e il ministero degli Affari digitali polacco hanno firmato un memorandum d’intesa che stabilisce clausole che conferiscono agli utilizzatori polacchi della piattaforma diritti addizionali di contestare la rimozione di propri contenuti. Facebook tuttavia continua a riservare a se stessa la decisione finale su ogni eliminazione.

Posizione dominante

La linea legale che Panoptykon terrà in occasione del processo, anticipata da Dorota Glowacka, è centrata sul concetto che le compagnie che gestiscono social media sono libere, in linea di  principio, di cacciare fuori dai loro network persone e organizzazioni sulla base dei termini di servizio, ma Facebook, a motivo della sua posizione dominante e dell’enorme numero di utenti, non può godere della totale discrezione al riguardo. Dovrebbe osservare standard compatibili coi diritti umani, e la sua libertà di negare l’accesso ai suoi forum privati dovrebbe essere limitata a causa del fatto che i suoi utenti non hanno vere alternative.

Commenta Leonard Bershidsky su Bloomberg.com:

«Questa linea di accusa lascia da parte una questione a lungo dibattuta fra Facebook e i suoi critici: se la compagnia sia una piattaforma tecnologica al servizio della libertà di espressione dei suoi utenti o se sia un’azienda editoriale con una sua propria linea editoriale. Ufficialmente Facebook dice di essere solo una piattaforma tecnologica, cosa che dovrebbe assolverla dalla responsabilità per i contenuti che appaiono su di essa (e che le permette di non pagare per i contenuti). Ma l’anno scorso nel contesto di un caso giudiziario negli Usa gli avvocati di Facebook hanno sostenuto che la compagnia è un’editrice e che le sue decisioni riguardo a cosa pubblicare e cosa no devono essere tutelate per questo motivo. L’approccio di Panoptykon, che tratta i grandi social network come servizi pubblici, ha i suoi vantaggi: se verrà confermato in tribunale, prima in Polonia e poi a livello di Unione Europea, costringerebbe le piattaforme a non interferire con tutti i contenuti che non sono illegali e cessare di rimuovere post, profili e pagine semplicemente perché va loro di farlo, perché un governo ho mosso obiezioni nei riguardi del contenuto o perché un gruppo d’interesse ha fatto pressione con  una campagna di segnalazione».

Foto Ansa