In nome di una libertà dalla verità assoluta, si è giunti al punto in cui la verità non ha più una libertà

L’Europa annebbiata dai fumi del politicamente corretto, del progresso sociale, dell’individualismo morale, del relativismo etico, ha perso di vista la rotta

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«Getteremo il terrore nei cuori degli infedeli, perché hanno associato a Dio esseri che Dio non ha investito di autorità alcuna: il loro rifugio sarà il fuoco, quale orrendo albergo agli iniqui»: così con chiarezza inequivocabile recita la Sura III al verso 151, come in decine di altri simili passi, del Corano.

Se queste parole risuonano intimidatorie, foriere di oscuri presagi, di morte e devastazione, non meno cupe e sorde, rispetto alle voci della dignità umana, sono quelle di un mittel-europeo del calibro di Friedrich Nietzsche, il pensiero del quale sembra aver vinto su tutti gli altri divenendo il pilastro portante dello stile culturale e intellettuale europeo contemporaneo ed odierno, informato, per usare il suo stesso gergo, dal più inquietante degli ospiti davanti alla porta, cioè dal nichilismo, ovvero dall’idea, sempre con le parole di Nietzsche, per cui «tutto è privo di senso. I Valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al perché».

L’assassinio dei giornalisti della testata francese Charlie Hebdo ha ricordato la tragicità dei tempi che sta vivendo l’Europa stretta nella morsa di una istanza culturale forte da un lato, l’islam, e di una istanza culturale debole dall’altro, la propria.

Nonostante si ritenga che l’opzione armata appartenga solo ad una minoranza estremista della religione islamica, una conoscenza più autentica ed approfondita dell’islam rivela che così non è, che cioè il concetto di jihad è del tutto costitutivo per la cultura politico-religiosa islamica.

Non a caso la visione giuridica islamica è solita distinguere la realtà in tre gradi diversi, il “Dar al-Sulh”, cioè i territori non islamizzati con cui si è stretta una tregua; il “Dar al-Islam”, cioè i territori sottomessi, già islamizzati; e infine il “Dar al-Harb”, cioè i territori della guerra, ossia quelli che ancora devono essere islamizzati (cfr. David Cook, Storia del jihad, Torino, 2007 ).

I giuristi islamici, del resto, hanno sempre condiviso l’idea per cui lo jihad fosse in definitiva lo strumento più utile oltre che necessario per rispettare la volontà divina di Allah e sottomettere tutto il creato al suo dominio; si pensi per l’appunto che è sostanzialmente priva di differenza la posizione tra un giurista islamico del XV secolo come Ibn-Khaldun per il quale «nella comunità musulmana il jihad è un dovere religioso, a causa dell’universalità della missione musulmana e dell’obbligo di convertire tutti all’islam o con la persuasione o con la forza» e quella di un noto giurista contemporaneo come Al-Ghunaymi.

Tuttavia, qualcosa di altrettanto micidiale affligge la stabilità sociale e politica dell’Europa, cioè l’aver rinunciato alla propria identità.

Tutti i provvedimenti in campo bioetico sono la spia luminosa più evidente della sintomatologia europea: il nichilismo morale (aborto, eutanasia, distruzione della famiglia ecc) porta con sé anche il nichilismo politico e culturale.

Il filosofo russo Nikolaj Berdjaev ebbe giustamente a notare che «là dove non c’è Dio, non c’è l’uomo» descrivendo, con abilità profetica, la sintesi della condizione europea attuale.

L’Europa avendo reciso ogni legame con la dimensione spirituale e culturale fondativa del proprio essere ha già da almeno un decennio abdicato al ruolo di protagonista del proprio futuro.

La crisi che l’Europa sta attraversando è ben più che economico-monetaria; ogni giorno si registra la crescita dello spread culturale, cioè del differenziale tra la solidità dell’iper-identità della religione islamica sempre più radicata sul continente europeo e l’ipo-identità della cultura europea avversa tanto al sapere umanistico (cioè alle proprie radici nella cultura classica) a favore di quello tecno-scientifico (con la diffusione dell’idea ingenua che la scienza attuale non abbia nella filosofia e nella teologia le proprie radici) quanto alla dimensione spirituale di matrice cristiana.

Non a caso il 28 novembre del 2000 l’allora cardinal Ratzinger, oggi dimenticato dai più, perfino dai suoi ammiratori, a Berlino ebbe a pronunciare queste parole: «C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi pieno di comprensione a valore esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova accettazione di se stessa. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio».

Se gli europei provano stupore dinnanzi alla forte connotazione religiosa dei Paesi e dei popoli islamici, questi ultimi provano lo stesso stupore nel vedere la tendenza opposta in Europa, che cioè vi sia, come in Olanda o in Danimarca, un sempre crescente distacco dalla dimensione spirituale della vita tanto che le chiese vengono “riconvertite” non solo e non tanto in moschee, quanto piuttosto in ristoranti, teatri e luoghi di ritrovo.

Sempre con le parole di Ratzinger, infatti, «per le culture del mondo la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro».

La cultura europea oramai affronta soltanto questioni economico-monetarie, la creazione dei cosiddetti nuovi diritti e giammai la riaffermazione degli antichi doveri, l’incedere costante del progresso scientifico e mai l’evidente regresso morale. L’idea che pervade tutti e ciascuno, cioè che ognuno sia libero di fare tutto ciò che vuole, costituisce il leitmotiv dominante del pensiero sociale e politico contemporaneo. In nome di una libertà dalla verità assoluta, si è giunti al punto in cui la verità non ha più una libertà; la libertà, cioè, non è più libera perché non è più vera.

L’Europa annebbiata dai fumi del politicamente corretto, del progresso sociale (per esempio tramite il riconoscimento delle cosiddette “nuove famiglie”), dell’individualismo morale, del relativismo etico, ha perso di vista la rotta che l’ha sempre condotta attraverso i flutti del tempo e della storia.

Arresa al nichilismo etico che la divora come un tarlo dall’interno e sempre più impotente rispetto alla pressione culturale di un islam sempre più coerente con se stesso e aggressivo con gli altri, la civiltà Europa si può ritenere già alla fine del proprio tempo.

Nota in merito Andrè Glucksmann: «La civiltà è una scommessa. Doppia. Contro ciò che la nega e la minaccia di annichilimento. Contro se stessa, troppo spesso complice passiva o avventata della sua scomparsa. Quando, nella profonda intimità di una coscienza, l’Occidente si urta contro l’Occidente, tutto è in gioco e niente è scontato, la campana della fine della storia è sospesa».

L’Europa tra jihad e nichilismo deve chiudere la porta in faccia a quest’ultimo e cominciare a dialogare con l’islam, partendo prima che dalla accettazione dell’altro, dalla accettazione di sé, cioè della innegabile propria essenza cristiana.

In conclusione, proprio per l’Europa in genere, e in particolare per un Paese come la Francia che ha fatto dello spirito antireligioso un biasimevole punto d’onore della propria recente dimensione culturale (si pensi al grido di intolleranza che Voltaire, oggi paradossalmente citato come alfiere di tolleranza, lanciò contro il cristianesimo con l’espressione «Écrasez l’Infâme!», cioè «schiacciate l’infame»), risuonano, auspicio per una solerte presa di consapevolezza, le parole di Novalis: «Solo la religione può risvegliare l’Europa e dar sicurezza ai popoli e insediare la Cristianità, visibile sulla terra, con una nuova magnificenza nel suo antico ufficio di operatrice di pace».

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