«In nome dei diritti, tolgono la pensione di reversibilità a noi vedove»

Intervista a Emanuela Zucchetto Cafiero, responsabile della sezione di Taranto del Melograno, associazione per i diritti delle persone vedove.

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vedova-figli-carico«Quelli che ci rimettono sono sempre i più deboli, come noi». A spiegare a tempi.it il pericolo della nuova regolamentazione delle pensioni di reversibilità, prevista dal ddl di contrasto alla povertà, è Emanuela Zucchetto Cafiero, vedova, madre di due figli e responsabile della sezione di Taranto del Melograno, l’associazione per i diritti delle persone vedove.
Anche il portavoce del Comitato difendiamo i nostri figli, Massimo Gandolfini, non è stato meno netto: «Il Governo sta manifestando la volontà di mettere mano alle pensioni di reversibilità in conseguenza delle limitate risorse economiche. Rimaniamo allibiti di fronte alla follia di un Governo che sottrae risorse ai cittadini meno abbienti e, contemporaneamente, sta per approvare una legge che estende la pensione di reversibilità a coppie conviventi di pari sesso».

UN CRITERIO INGIUSTO. Prima di entrare nel vivo della nuova proposta di legge, Cafiero spiega la situazione già problematica per chi è vedovo in Italia. «Della pensione del defunto il coniuge in vita prende solo il 60 per cento, che è stato ridotto ulteriormente dalla legge Dini 335/95. Questa venne adottata come strumento temporaneo nella finanziaria di quell’anno per far fronte a un problema di cassa dell’Inps. Peccato che siano passati 21 anni e il regime sia ancora in vigore». È evidente che estendere il diritto alla pensione di reversibilità anche a chi non è sposato, come previsto dal ddl Cirinnà, significherebbe affrontare un’ulteriore spesa in un momento in cui la previdenza è quanto mai in crisi. «Per questo il governo, che non vuole fare a meno di elargire diritti a chi ha più potere e voce per chiederli, cerca di risparmiare scegliendo di elargire la pensione in base al reddito Isee, penalizzando ancora di più le persone più deboli e che non hanno voce né rappresentanza».

«QUESTO È DISPREZZO». Quel che è peggio, secondo Zucchetto Cafiero, è che si commette «un’ingiustizia contraria al diritto: il ddl presenta profili di incostituzionalità evidenti che però vengono taciuti». Non a caso, ad opporsi alla misura ci sono politici della maggioranza e dell’opposizione, oltre che alla Cisl e alla Cgil. Parlando di discriminazione della famiglia naturale, e delle donne che si sono dedicate alla famiglia rinunciando alla carriera, Eugenia Roccella (Idea) ha rincarato la dose facendo notare che «non si tratta solo di un provvedimento ingiusto, ma di un gesto di disprezzo verso il lavoro di cura, il lavoro oscuro e generoso delle donne, senza il quale il mondo non potrebbe andare avanti».
Basta prendere ad esempio la situazione personale di Cafiero per comprendere cosa accadrebbe se il ddl Cirinnà passasse: «Già ora su una pensione di 1.600 euro di mio marito, per effetto della legge Dini ne percepisco 445 anziché 900. Se a questo si aggiungesse il criterio Isee basterebbe il fatto che possiedo una casa per togliermi il poco che ricevo per me e i miei due figli».

A DISCAPITO DELLE FAMIGLIE. Il criterio del reddito e del patrimonio familiare sarebbe comprensibile in una logica di assistenzialismo, per cui è normale che in tempi di crisi lo Stato applichi dei tagli, «ma non è questo il caso. Guai se passasse l’idea che la previdenza è un “dono” dello Stato: la pensione è salario differito, si tratta di denaro che il coniuge mette da parte, così da riaverlo in futuro per sé e per la sua famiglia. Con che diritto ora lo sottraggono ai deboli per darlo a chi urla più forte?».
Il governo ha cercato di minimizzare: «Se ci saranno interventi di razionalizzazione saranno solo per evitare sprechi e duplicazioni». Ma Cafiero replica che «ci stanno riempiendo la testa di diritti da elargire a chiunque per poi parlare di sprechi. È una contraddizione. Voglio anche far notare la dubbia trasparenza con cui questo disegno di legge sta procedendo. Per parlare di questo punto si riuniranno a porte chiuse solo cinque membri della commissione Lavoro del Senato: è evidente che la misura è problematica sia dal punto di vista fiscale sia dal punto di vista del diritto previdenziale che verrebbe sconvolto ingiustamente a discapito delle famiglie».


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