«In Italia gli atei sono una minoranza, ma il 70% della popolazione è lontana dalla Chiesa»

Intervista a Massimo Introvigne (Cesnur): «Il 63 per cento della popolazione italiana interpreta la religione come un retaggio della tradizione. La Chiesa ha delle responsabilità ma il processo di secolarizzazione coinvolge tutte le religioni».

Quanti sono i cattolici in Italia? Quanti si dichiarano praticanti? Quali sono le cause che hanno fatto allontanare a poco a poco tanti italiani dalla religione, e in particolare dalla Chiesa Cattolica? Sono alcuni degli interrogativi a cui il sociologo Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur (Centro Studi sulle Nuove Religioni) insieme a PierLuigi Zoccatelli, ha cercato di dare una risposta nella ricerca Gentili senza cortile. ‘Atei forti’ e ‘atei deboli’ nella Sicilia centrale. La Sicilia è stata scelta in quanto zona esemplificativa del trend nazionale. Spiega Introvigne: «Sono vent’anni che in Sicilia si eseguono indagini più accurate che in altre regioni, per quanto ci riguarda è il quarto volume che pubblichiamo sullo stesso territorio, ma c’è stato un fiorire di indagini che ha coinvolto, negli anni, numerose equipe. Gela è una città storicamente socialista e anti-clericale, mentre Enna è tradizionalmente cattolica. Poi ci sono situazioni mediane e i centri agricoli».

Perché “Gentili senza cortile”?
È un riferimento a un episodio evangelico, in cui Gesù caccia i mercanti dal tempio, o meglio dalla zona -detta appunto “cortile dei gentili” – che doveva servire ai non ebrei curiosi di assistere alle attività del tempo. Papa Benedetto XVI ha ripreso il concetto recentemente, auspicando un’apertura da parte della Chiesa a una sorta di cortile dei gentili in cui gli uomini possano in qualche modo agganciarsi a Dio, aprendo un dialogo con chi sente la religione come una cosa estranea e Dio come uno sconosciuto. Noi invece abbiamo dedicato il nostro studio non tanto agli intellettuali incuriositi dal cristianesimo, ma alle masse che sono senza cortile. Vale a dire, coloro che si dichiarano completamente disinteressati alla Chiesa e al cristianesimo.

Quali sono i dati più significativi emersi dall’indagine?
I numeri sono coerenti con altre indagini svolte a livello nazionale: gli atei veri e propri, in Italia, non arrivano all’8 per cento. Mentre più del 70 per cento della popolazione frequenta la messa soltanto in occasione di matrimoni e funerali e può essere quindi qualificata come “lontana” dalla Chiesa.

E per quanto riguarda gli atei?
Solo il 2,4% possono essere definiti “atei forti”, cioè in grado di motivare il loro ateismo con ragioni ideologiche. Si tratta di una fascia anziana, e meno istruita, dove è ancora forte un retaggio comunista. Il rimanente 5% di “atei deboli” considerano semplicemente le religioni come irrilevanti e non influenti nel loro universo regolato dalla carriera, dal denaro e dalle relazioni affettive. Si tratta di persone più colte e di giovane età. Se si proietta il numero degli atei sul totale della popolazione italiana (escludendo in bambini) si tratta di circa tre milioni di persone. Un numero pressoché invariato da dieci anni a questa parte.

Qual è la percentuale delle persone che si dichiarano lontane dalle forme istituzionali della religione?
Sono il 63 per cento le persone che professano un cattolicesimo solo culturale. Interpretano la religione come un retaggio della tradizione, piuttosto che come una risorsa spirituale. Frequentano la Messa solo in occasione di battesimi, matrimoni e funerali.

Quali sono le ragioni di questo allontanamento?
Abbiamo riscontrato sia motivazioni “perpetue”, che ricorrono da quando esiste la sociologia, come la vita frenetica, che non lascerebbe tempo per pensare a Dio e alla religione, o la percezione di comandamenti di carattere morale come limitanti della libertà individuale. Alcune motivazioni sono del tutto nuove e, con diversi toni di aggressività, fanno riferimento allo scandalo dei preti pedofili e alle recenti polemiche sulle ricchezze e sui privilegi fiscali della Chiesa. Ma sono due le concause che hanno cambiato la mentalità delle persone: il boom industriale, perché il benessere nella storia genera materialismo e individualismo, e la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta.

Che ruolo gioca la Chiesa in questa presa di distanza?
Certamente ci sono delle responsabilità. Il caso dei preti pedofili, per esempio, inizialmente è stato gestito male dal punto di vista della comunicazione. In generale si è privilegiato il dialogo con fasce intellettuali che le indagini notano essere molto poco rappresentative da un punto di vista statistico, e il rapporto con le grandi masse ne è uscito svilito. Come cattolici non dobbiamo però nemmeno flagellarci, perché questo processo di macro-secolarizzazione lo si riscontra in tutte le grandi religioni. E non si può certo ricondurre agli scandali della Chiesa cattolica. Aggiungo un elemento: se facciamo uno studio comparato delle religioni, scopriamo che le Chiese che si sforzano di essere liberali, come gli anglicani di Canterbury o i luterani tedeschi (che hanno dimostrato apertura rispetto al tema dei matrimoni tra omosessuali, per esempio) ricevono forse più applausi dalla stampa, ma sono in completo disfacimento.Perché chi è ancora interessato alla religione, la vuole old-style.