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In Grecia, rassegnazione stabilizzata

giugno 12, 2017 Dimitri Deliolanes

Qualche zerovirgola positivo non toglie il sospetto di essere ormai diventati una colonia della Troika. Dove si produce tanto quanto si deve ai creditori

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La parola che usano gli economisti è “stabilizzazione”. Significa che è finita la folle corsa recessiva che, in soli cinque anni, ha fatto perdere alla Grecia più del 25 per cento del suo Pil. Una discesa agli inferi che, come tutti sanno, era iniziata nel 2010, quando gli europei e il Fondo monetario internazionale avevano preso nelle loro mani le sorti dell’economia greca. Il primo trimestre di quest’anno ha segnato un piccolo sviluppo dello 0,4 per cento. Già il 2016 si era chiuso, per il secondo anno consecutivo, con il segno positivo davanti al Pil, anche se solo dello 0,6. Non solo. Alla fine dell’anno scorso l’avanzo primario delle entrate dello Stato ha raggiunto un impressionante 4,6 per cento. Il governo ha sfruttato la fortunata circostanza per fare un regalo di Natale ai pensionati più poveri. Una mossa che ha fatto infuriare i creditori.

Anche la disoccupazione è leggermente scesa, dal 26 per cento di tre anni fa all’attuale 23,5, in particolare durante il periodo estivo, quando l’industria del turismo va a tutto gas. Il turismo sta diventando la principale locomotiva dell’economia greca, con un flusso senza precedenti: 25 milioni di visitatori l’anno scorso, ancora di più quest’anno, secondo tutti gli indici. Gli stipendi raramente superano i 400 euro al mese e i contratti sono a tempo (molto) determinato, spesso giornaliero o settimanale. Ma c’è chi sta peggio. Tutto bene quindi? Non proprio. Questa fragile stabilizzazione è stata ottenuta aumentando a dismisura il debito pubblico. Che in termini assoluti non è enorme, circa 318 miliardi alla fine dell’anno, ma è pesantissimo come percentuale sul Pil: ben 177 per cento. In altre parole, la Grecia deve tanto quanto produce. Una situazione insostenibile.

Prestiti infiniti
Al contrario dei suoi predecessori, il premier Alexis Tsipras ha posto come priorità della sua azione politica la questione dell’alleggerimento del debito. Se non si taglia o non si prolungano le scadenze a tassi favorevoli, la Grecia non può godere della pioggia di liquidità che sparge Mario Draghi e non può tornare a vendere i suoi titoli nei mercati internazionali. Non potrà neanche porre fine al divieto di esportazione di capitali, in vigore da due anni. In altre parole, se non si affronta il debito, il paese non tornerà mai in condizioni di normalità e sarà costretto a chiedere prestiti all’infinito. La maggioranza dei greci sospetta che, in fondo, il progetto dei creditori sia proprio questo: non aiutare la Grecia a stare in piedi, ma renderla per sempre una colonia, un paese fantoccio, privato per sempre della sovranità. E quando in Grecia si parla di creditori si intendono i tedeschi. Nessuno ha ormai il minimo dubbio su chi sia il vero padrone dell’Europa.

I tedeschi sono visti con un misto di antipatia e di ammirazione. Gli emigrati greci in Germania sono centinaia di migliaia, e tanti sono anche i cittadini tedeschi che hanno preferito godersi la pensione sotto il sole ellenico. Molti di più i visitatori estivi. Mai nessun incidente, malgrado le dolorose quanto vive memorie della Seconda guerra mondiale. Solo un angosciato dialogo tra sordi: da una parte il senso comune popolare, la base della spiritualità ortodossa, dall’altra il rigore etico protestante. Un Dio Padre che tutto perdona contro lo Spirito Santo giudice severo.

Né pane né politica
I greci sono un popolo che campa, fin dall’epoca di Omero, di pane e politica. Anzi, per molti secoli, anche il pane è dipeso dalla scelta politica, sbandierata in ogni occasione pur di far conoscere a tutti le proprie intenzioni. Se si sceglieva la parte giusta, si guadagnava la possibilità di lavorare e forse anche di sistemare figli e nipoti. Ora questa rete clientelare è venuta meno insieme con il crollo del vecchio sistema politico, basato sull’alternanza tra conservatori e socialisti. La crisi ha travolto i socialisti e sono rimasti solo i conservatori. Stare all’opposizione li ha fortemente radicalizzati a destra, allarmando gli elettori moderati. Ma anche la sinistra al governo è a sua volta fonte di delusione per tanti elettori. I sondaggi danno la destra trionfante alle prossime elezioni ma i sondaggisti greci, storicamente, non ci hanno azzeccato neanche una volta. L’unica cosa certa è che i probabili astensionisti, da ambedue le parti, siano tantissimi.

Il guaio vero è che, con lo scoppio della crisi, non è crollato solo il vecchio sistema politico ma anche l’amministrazione pubblica. Centinaia di migliaia di licenziamenti ne hanno reso precaria ogni attività, dalla salute al fisco, perfino l’ordine pubblico. Il che spiega alcuni paradossi che tanto stupiscono gli europei: come la cronica incapacità dello Stato di incassare le imposte e colpire la corruzione, anche quando, come adesso, la volontà politica c’è. Sono già tre ex ministri imputati per corruzione, uno condannato in via definitiva. Un po’ per ideologia e un po’ per necessità, il premier, una volta compreso che non poteva ingaggiare uno scontro frontale con la cancelliera tedesca Angela Merkel, si è concentrato su obiettivi più alla sua portata: dare una mano, per esempio, ai tanti che sono stati spazzati via dalla crisi, rimanendo senza alcun reddito. Sono quelle 600 mila famiglie che ricorrono ogni giorno alle mense sociali organizzate dalla Chiesa o da vari gruppi di solidarietà.

Ora è sempre più raro vedere poveri rovistare nell’immondizia o raccogliere le verdure scartate alla chiusura dei mercati rionali. Le famiglie senza reddito hanno corrente elettrica e trasporti urbani gratis e una carta prepagata di 150 euro per acquistare alimenti. Poi c’è il disastro del sistema sanitario, di cui si occupano spesso i media italiani: personale dimezzato, intere regioni senza un ospedale, mancanza di bende e siringhe. Anche in questo campo c’è stato qualche piccolo miglioramento: sono stati assunti più di 7 mila medici e infermieri e sono stati inaugurati nuovi presidi sanitari, specialmente nelle isole. Anche le tasse, finalmente, si incassano. Il sistema è stato completamente informatizzato e da settembre nessun professionista potrà rimanere privo del Pos per il pagamento elettronico. Il contribuente che paga con Bancomat o carta di credito ha forti sconti.

Una trappola mortale
Più grave la situazione dell’ordine pubblico. La crisi ha comportato un’ondata di criminalità spicciola ma feroce, capace di uccidere per pochi euro. La polizia dispone di pochi agenti mal pagati, poco addestrati e senza il supporto della tecnologia. La microcriminalità di strada rimane quasi sempre impunita. I greci affrontano la crisi con rassegnazione. È passata l’epoca in cui Tsipras riempiva le piazze promettendo una rivoluzione veloce e indolore. Si è visto che la strada è lunga e tormentata. Ed è fatta di povertà, insicurezza e imposte pesanti. I greci si ritengono europei di diritto e la maggioranza si dichiara fortemente europeista. Si segue con apprensione e con una punta di amarezza il graduale sfaldamento dell’Unione Europea. L’Europa doveva essere un nuovo spazio di sicurezza, contro tentazioni golpiste e l’aggressività del vicino turco. Si è trasformata in una trappola mortale, in cui banchieri senza volto saccheggiano senza pietà i partner più deboli. Quanto può durare ancora?

Foto Ansa

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