In difesa del “free speech”

Dal caso dei nazisti dell’Illinois ai nostri Bassani, Gervasoni e Gozzini. Una vera civiltà esclude ogni forma di censura

Uno dei tratti dell’identità europea è il suo aver saputo sviluppare un ampio spazio di libertà, capace di accogliere un franco confronto di tesi e opinioni.

Tutto trae origine dal fatto che la tradizione ebraico-cristiana esige soggetti autonomi, in grado di poter scegliere tra il bene e il male, tra la salvezza e la dannazione. Quando nel De vera religione sant’Agostino sottolinea che Gesù «non nulla fece con la forza, ma tutto con la persuasione e con l’ammonimento», quello che egli vuole sottolineare è che la fede cristiana è possibile solo grazie a un’adesione volontaria. In altre parole, Dio ha creato gli uomini liberi e ha offerto loro la possibilità di decidere.

Tolleranza e rispetto

È la dimensione del “trascendente” ad aver reso possibile il delinearsi di una chiara distinzione tra crimini e peccati, con i primi perseguiti dalla giustizia umana e i secondi da quella divina. Nella Summa Theologiae san Tommaso ha sottolineato senza ambiguità che esistono molti errori e sviamenti che non possono essere vietati per legge, dato che non si configurano come aggressioni del prossimo. Qualche secolo dopo, quando verrà meno l’unità confessionale del Vecchio Continente si scoprirà con ancora maggior forza il valore della tolleranza e del rispetto reciproco.

Da Montaigne a Pierre Bayle, da Baruch Spinoza a John Locke, si è considerata cruciale la libertà di pensiero e d’espressione. Dopo il fascismo la stessa Costituzione repubblicana, che all’articolo 21 recita «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», intendeva proprio impedire ogni censura. Allora ci si poteva illudere che dopo anni di manipolazione ideologica da parte del regime anche il nostro Paese avesse ritrovato e per sempre questa libertà cruciale.

I nazisti dell’Illinois

Purtroppo non è così. Le cronache ci mostrano di continuo quanto tutto ciò sia sotto attacco. A causa della legge Mancino una serie di tesi non sono soltanto – com’è giusto che sia – rifiutate con sdegno dalla maggior parte della popolazione, ma sono perfino colpite da articoli specifici dell’ordinamento. E ora si sta discutendo quel ddl Zan che peggiorerà ancor più le cose. Sullo sfondo c’è l’imporsi di un “politicamente corretto” che, purtroppo, ambisce a sostituire la giusta sanzione sociale (il discredito), che deve colpire ogni tesi moralmente indifendibile, con una sanzione giuridica (pena, ammenda o altro).

Dovremmo imparare dagli Stati Uniti, dove da più di due secoli la libertà di parola è protetta dal primo emendamento, e in maniera così rigorosa al punto che quando nel 1977 i nazisti dell’Illinois vollero organizzare una marcia a Skokie, dove c’era un gran numero di ebrei con un passato nei campi di concentramento, l’Aclu (un’organizzazione progressista!) fornì i propri avvocati ai nazisti, sulla base della tesi che chiudere oggi la bocca a un tuo nemico prepara la strada domani a una censura ai tuoi danni. Alla fine nazisti e Aclu vinsero perché la Corte Suprema riportò tutto all’interno del primo emendamento. Fu una sentenza memorabile, seguita poi da altre: basti ricordare alla decisione che nel 2018 diede ragione al pasticcere che non aveva preparato una torta per una coppia gay.

I casi Bassani e Gervasoni

Da noi lo scenario è ben diverso e uno degli spazi in cui meno è ammessa la libertà di espressione è l’università. Soltanto nelle ultime settimane sono finiti sotto accusa e/o nel tritacarne mediatico molti docenti dei nostri atenei: da Marco Gervasoni a Giovanni Gozzini, da Marco Bassani a Giovanni Gozzini, da Luca Bernardini a Francesco Venier, a Simon Levis Sullam.

Ogni caso fa sé, naturalmente, e non è la stessa cosa esprimere il proprio plauso dopo un’azione squadristica a danno di studenti, insultare con espressioni volgari una parlamentare, criticare nei social il ruolo politico del presidente della Repubblica, condividere un meme sulla politica americana, apprezzare l’esposizione dei volumi di Giorgia Meloni a testa in giù, e via dicendo. Va aggiunto che in qualche caso l’università non si è (ancora) mossa, anche se è sempre possibile che qualche zelante Torquemada si faccia avanti. Purtroppo però è ormai passata l’idea che i contenuti e la forma dei nostri scritti debbano essere esaminati da qualche “commissione etica”. Siamo ancora a questi livelli ed è davvero minoritaria la tesi – cruciale in Spinoza – che «in una comunità libera ogni uomo può pensare ciò che vuole e dire ciò che pensa».

Lesa maestà

E allora Gervasoni ha subito la perquisizione di casa sua da parte dei Ros dopo che qualche tweet su Mattarella è stato utilizzato per costruire l’accusa di “vilipendio” (quello che un tempo era il reato di “lesa maestà”), a Gozzini hanno tolto tre mesi di stipendio e a Bassani uno, mentre per altri loro colleghi si deve ancora attendere la conclusione del procedimento.

Se queste forme di repressione del pensiero, quali che siano i contenuti espressi!, stanno diventando normali, vi è la necessità di organizzare una nuova resistenza: a difesa dei diritti di tutti.

Foto di Volodymyr Hryshchenko da Unsplash