Imu e Iva sono «realizzabili». «La Merkel ci pensi prima di bruciare un altro governo sull’altare del rigore»

Giuseppe Bortolussi (Cgia Mestre): «Le manovre di rigore da sole non bastano. Letta dimostra di aver imparato dalle precedenti esperienze di governo e dai loro errori»

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Stop al pagamento della prima rata dell’Imu a giugno in attesa di riordinare la materia, nessun aumento dell’Iva a luglio, meno tasse sul lavoro, incentivi alle assunzioni, soprattutto per i giovani, e reddito minimo alle famiglie bisognose. Sono le prime proposte concrete formulate sulle quali il neo premier Enrico Letta ha chiesto e ottenuto la fiducia del Parlamento. Proposte che hanno incontrato il plauso del mondo delle imprese perché, come dice a tempi.it Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, «sono chiare e realizzabili, e formulate da chi ha saputo far tesoro delle precedenti esperienze di governo».

Bortolussi, cosa c’è di nuovo nelle proposte di Letta?
Questo esecutivo dovrebbe aver imparato dalle precedenti esperienze di governo e dai loro errori, in particolare dovrebbe aver imparato che le manovre di rigore da sole non bastano. E che, finora, in agenda, sono mancati l’equità e la crescita. Non è che non sia stato fatto nulla, intendiamoci, ma è ora di dare un segnale forte in questa direzione. Ed è tempo anche che la cancelliera tedesca Angela Merkel ci pensi su più volte prima di “bruciare” un altro governo sull’altare del rigore, altrimenti, poi, diventerà tutto più difficile, anche per l’Italia.

Se non aumentiamo l’Iva, non si corrono rischi per la solidità delle finanze pubbliche?
Un punto percentuale di Iva corrisponde a circa 4 miliardi di euro di gettito l’anno. Bloccare l’aumento dell’aliquota al 22 per cento in programma per luglio vale, pertanto, 2 miliardi. Pari a 4 miliardi, invece, è il costo di bloccare l’aumento dell’aliquota al 23 per cento nel 2014. Non dimentichiamoci, però, che simili aumenti dell’Iva avrebbero sicuramente l’effetto di deprimere i consumi. Del resto, persino il Fondo monetario internazionale ha recentemente dimostrato che in 173 casi su 173 esempi storici dal 1978 al 2009 il rigore non premia; anzi, la decisione di ridurre la spesa pubblica e alzare le tasse, porta sempre una diminuzione della produzione e un aumento della disoccupazione. La crescita compenserà il minore gettito per lo Stato.

Letta, però, non ha accennato al tema dei debiti della pubblica amministrazione. Come mai?
Innanzitutto, ad accennare qualcosa in merito, dovrebbero essere proprio le pubbliche amministrazioni, che, ancora, non hanno saputo dire a quanto ammontano i loro debiti e come sono composti. Noi, possiamo soltanto fare affidamento sull’indagine campionaria della Banca d’Italia che stima lo stock dei debiti della p.a. pari a 90 miliardi di euro. Ma è una stima che, oltre a fermarsi al 2011 e, pertanto, a non considerare l’ultimo anno e quattro mesi nel computo, nemmeno possiamo essere certi che sia davvero così. C’è anche, infatti, chi parla di 120/130 miliardi di euro.

Il governo Monti ha fatto un decreto per pagare i debiti della p.a., non è vero?
Il decreto promette di restituire 20 miliardi quest’anno e altri 20 miliardi nel 2014. Ma gli altri, almeno, 50 miliardi? Poi, non ci sono certezze sui tempi, e le piccole e medie imprese, che sono il 98 per cento delle imprese italiane, intanto, cosa fanno? Sono certo che il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, che indubbiamente conosce bene i meccanismi del patto di stabilità interno e i problemi dei ritardati e mancati pagamenti alle imprese, saprà fare i conti con il nodo debiti della p.a. e risolverlo. Forse, è anche per questo che Letta ha preferito non parlarne. Diamo loro il tempo di lavorarci sopra.

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