Immigrati. La forza lavoro che (non) ci salverà

Il buonismo dell’accoglienza illimitata e di un mondo senza frontiere riserverà vantaggi a gente del posto e immigrati? È un’idea facile da capire, ma anche da smontare

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – L’immigrazione di massa in Europa da Africa e Oriente ha a che fare con gli interessi del capitale e della grande impresa, o questa è una favola messa in giro da una poco santa alleanza di populisti xenofobi e marxisti dottrinari? E quindi ha ragione l’altra bizzarra coalizione, quella che tiene insieme la sinistra buonista dell’accoglienza illimitata con gli economisti liberisti e le confindustrie di tutta Europa, uniti dal programma di un mondo senza frontiere che riserverebbe vantaggi per tutti, cioè gente del posto e immigrati? Nella visione buonista-liberista, l’ondata migratoria risolve tutti i problemi: riequilibra i conti delle pensioni, riabbassa il tasso di dipendenza anziani/popolazione in età lavorativa, stimola l’economia e i consumi. E non ci sono problemi nemmeno per quanto riguarda la competizione per i posti di lavoro (non sarebbe vero che gli immigrati “rubano” il lavoro agli indigeni) e il livello dei salari (non sarebbe vero che l’arrivo degli immigrati li spinge verso il basso). Sul britannico Guardian l’economista anglo-americano Jonathan Portes scrive che «è ben noto che i salari sono generalmente più alti e i posti di lavoro più facili da trovare in aree di alta immigrazione come Londra, piuttosto che in aree di bassa immigrazione, i cui mercati del lavoro sono relativamente depressi, con salari inferiori alla media nazionale. L’aumento dei lavoratori migranti implica una crescita dell’offerta di manodopera. Ma poiché i migranti guadagnano e spendono denaro, aprono attività e così via, tutto ciò aumenta la domanda di lavoro. È vero che se un posto di lavoro lo occupa un immigrato, non potrà più occuparlo un britannico; ma questo non significa che non potrà trovarne un altro creato, direttamente o indirettamente, per effetto dell’immigrazione. E in generale gli economisti pensano che la competizione – compresa quella del mercato del lavoro – conduce a guadagni di efficienza. Nel tempo, questi dovrebbero portare a un aumento di produttività e quindi ad aumenti di salari per tutti».

Le verità non dette
Per trovare qualcuno che non sia d’accordo con questa visione ottimistica non c’è bisogno di scartabellare documenti del Front National francese o ascoltare comizi della Lega Nord italiana. Su una bibbia del capitalismo finanziario come il Financial Times Wolfgang Münchau spiega l’effetto depressivo che l’immigrazione rischia di avere sui salari tedeschi, e di conseguenza sulle prospettive di ripresa economica dell’intera Unione Europea (perché se i tedeschi non ricominciano a spendere importando dall’estero, siamo tutti fregati). Scrive dunque il noto commentatore: «L’irresistibile forza dei rifugiati sta colpendo l’oggetto immobile rappresentato da un alto salario minimo, fissato a 8,5 euro all’ora. Se non ci fosse nessun salario minimo, ci si dovrebbe aspettare che un aumento nel numero dei migranti produca una flessione nel livello più basso dei salari. Questo è uno degli scenari che trasformerebbero la crisi dei rifugiati in un campo minato politico per la signora Merkel. Col salario minimo fissato agli attuali livelli, il livello salariale globale diminuirà comunque, ma in un modo più indiretto. Molti dei rifugiati privi di qualifiche resteranno inizialmente disoccupati. Così la complessiva riserva di manodopera disponibile a lavorare in cambio del salario minimo crescerà di molto. Ciò eserciterà una pressione sulla fascia di salari subito sotto il salario minimo. E questo avrà riflessi su tutto lo spettro delle retribuzioni. Ciò metterà fine rapidamente all’unica buona notizia proveniente dall’eurozona quest’anno: dopo un lungo periodo di stagnazione, i salari tedeschi avevano ripreso a salire».

Ecco una verità che anche Portes è costretto ad ammettere: l’immigrazione esercita un effetto depressivo sui salari più bassi. Che nel lungo periodo li faccia aumentare tutti, è da dimostrare. Così come è da dimostrare che eserciti un effetto benefico sui conti dello Stato in materia previdenziale e pensionistica, grazie al gettito fiscale e ai contributi prelevati dalla busta paga. Scrive Martin Wolf, altro luminare del Financial Times: «L’immigrazione comporta significativi impatti sui bisogni di investimento (edilizia abitativa e altre infrastrutture) e costi di congestione, particolarmente in paesi già densamente popolati. (…) L’Ocse ha analizzato l’impatto fiscale delle successive ondate di immigrazione negli ultimi 50 anni nei suoi paesi membri, e ha concluso che mediamente è pari quasi a zero». Wolf si riferisce a uno studio Ocse del 2013 che mette a confronto le entrate fiscali provenienti dagli immigrati e la spesa pubblica a loro destinata in 21 paesi industrializzati. Nel triennio 2007-2009 la differenza fra entrate e uscite sarebbe negativa per un importo pari allo 0,12 per cento del Pil totale. Insomma, l’effetto degli immigrati sui conti dello Stato è neutro.

E questo è anche lo spunto che consente a Wolf di ridimensionare le aspettative di chi vede negli immigrati la soluzione al problema del tasso di dipendenza degli anziani dai giovani nei paesi occidentali. Cita uno studio delle Nazioni Unite che afferma che per mantenere il tasso di dipendenza degli ultrasessantacinquenni rispetto alla popolazione in età di lavoro sotto il 33 per cento in Europa (attualmente ce ne sono 29 ogni 100 in età di lavoro) sarebbero necessari 154 milioni di migranti fra il 1995 e il 2050, una cifra che «trasformerebbe le culture dei paesi riceventi in modi complessi», certamente non tutti piacevoli. E in termini di bilancio non risolverebbe i problemi, perché «anche gli immigrati invecchiano», e quindi bisognerebbe continuare a importare milioni di extracomunitari per sostenere il welfare europeo. Un argomento già illustrato in Italia da Gian Carlo Blangiardo e in Germania da Gerhard K. Heilig, ex direttore della Sezione stime e proiezioni della popolazione alla Divisione Popolazione delle Nazioni Unite. «In Germania sarebbero necessari 261 milioni di immigranti nei prossimi 90 anni per stabilizzare l’attuale tasso di dipendenza degli anziani. Agli attuali livelli di fertilità (1,36 figli per donna, ndr), la popolazione della Germania dovrebbe aumentare fino a 490 milioni di persone attraverso l’immigrazione per impedire un ulteriore invecchiamento della popolazione! È una cifra inconcepibile che illustra l’assurdità di considerare l’immigrazione una soluzione ai problemi demografici del paese».

Un modo per abbassare i salari
Alla fine resta solo un motivo razionale per essere favorevoli all’immigrazione di massa, quello dei “guadagni di efficienza” citati da Portes, che comportano aumenti di produttività che nel tempo portano all’aumento dei salari e del benessere per tutti. L’emigrazione di massa correggerebbe le “distorsioni” nei salari reali a livello mondiale, così come la liberalizzazione del commercio corregge le distorsioni dovute al protezionismo, e alla fine tutti staremmo meglio. «I fenomeni d’immigrazione di massa – scrive il politologo francese Henri Hude – non sono che un aspetto della mondializzazione economica liberale. Alla libertà di circolazione di beni, servizi, materie prime e capitali attraverso il mondo e alla loro messa in concorrenza sui mercati globali, corrisponde necessariamente la libertà di circolazione della manodopera e la messa in concorrenza di tutti i lavoratori e gruppi di lavoratori in un unico mercato globale del lavoro». Le conseguenze immediate di questa concorrenza sono problematiche. Siccome non esiste un sistema di previdenza sociale mondiale uguale per tutti, la libertà di circolazione dei lavoratori fa entrare i popoli in un clima di concorrenza sociale al ribasso. Ogni sistema di solidarietà sociale istituito a livello nazionale rende i lavoratori di quella nazione meno competitivi sul mercato mondiale. Nei paesi dove il sistema sociale è più generoso, più forte è la pressione in direzione dell’erosione della solidarietà sociale, dell’evasione dei capitali e della distruzione progressiva degli impieghi salariali, soprattutto industriali. «L’immigrazione di massa di lavoratori stranieri è un altro modo per far abbassare i costi salariali», scrive ancora Hude. «O si delocalizzano i posti di lavoro che costano troppo, o si fanno venire dei lavoratori che si potranno pagare di meno. Inoltre l’opposizione fra lavoratori nazionali e lavoratori stranieri o immigrati è una manna per i plutocrati, perché permette 1) di far passare per xenofobi nei media i lavoratori nazionali vittime del liberalismo selvaggio; 2) di aggravare i pregiudizi contro gli immigrati e opporre fra loro due categorie di salariati i cui interessi economici sono convergenti. Divide et impera».

Il capitale avrebbe oggi una particolare urgenza, nei paesi industrializzati, a far passare nel dibattito politico e nei grandi media una linea ultrafavorevole all’immigrazione di massa, perché pare che siamo alla vigilia di una fase di forte contrazione dei profitti. Un rapporto del McKinsey Global Institute (Mgi) del mese scorso annuncia che l’età dell’oro delle multinazionali americane ed europee è arrivata al capolinea. Avendo analizzato i dati di oltre 30 mila imprese internazionalizzate di tutto il mondo, Mgi afferma che i loro profitti sono triplicati in valore assoluto fra il 1980 e il 2013, e che hanno toccato il picco storico della loro equivalenza al 10 per cento del Pil mondiale (nel 1980 erano pari al 7,6 per cento). Due terzi di tutti questi profitti sono andati a multinazionali occidentali. A favorire il boom hanno contribuito la globalizzazione dei mercati e la conseguente diminuzione dei costi. Sono entrati sul mercato del lavoro 1,2 miliardi di persone in più rispetto al 1980, in gran parte appartenenti alle economie emergenti; le tasse sui profitti delle imprese si sono in media dimezzate nei paesi dell’Ocse e il prezzo di molte materie prime è diminuito. Il 4 aprile dell’anno scorso l’attacco di un articolo sul New York Times esordiva così: «I profitti delle imprese hanno toccato il più alto livello negli ultimi 85 anni. I compensi per i dipendenti sono al livello più basso degli ultimi 65 anni». Charles Goodhart, docente alla London School of Economics ed ex alto dirigente della Banca d’Inghilterra autore insieme ad altri due economisti di uno studio sul costo del lavoro, parla di «25 anni di stagnazione salariale».

Ora però sta cominciando una nuova era: le multinazionali nel mondo sono il doppio di quante erano nel 1990, la competizione aumenta, la volatilità dei profitti pure. Mgi prevede che nel giro di un decennio scenderanno dal 10 all’8 per cento del Pil. Contemporaneamente alla sfida delle loro omologhe dell’Oriente, le multinazionali dell’Occidente devono far fronte a un clima politico mutato, nel quale non solo i populisti di destra e di sinistra denunciano l’avidità delle corporation, ma anche un leader politico come Angela Merkel si vede costretta a introdurre un salario minimo che prima non esisteva. I tassi di fertilità in Occidente sono crollati, gli effetti del boom demografico degli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso sono esauriti, e questo implica che la manodopera qualificata e meno qualificata diventa più rara: per forza di cose i salari dovranno salire, e i profitti diminuire.

La propaganda può tutto
Lo studio di Charles Goodhart per la banca d’affari Morgan Stanley lo dà praticamente per certo, e prevede a breve il ritorno di un mondo dove i tassi di profitto scenderanno di alcuni punti, l’inflazione rialzerà la testa, i tassi d’interesse sul denaro torneranno a crescere e i salari pure. Ma basa questa prognosi su una valutazione molto soggettiva: dubita che l’automazione del lavoro sarà sufficientemente rapida da ridurre le necessità di manodopera, e che le nazioni in via di invecchiamento possano adattarsi culturalmente all’arrivo di milioni di immigrati extraeuropei in poco tempo. Si può dubitare del suo dubitare. La propaganda può tutto, quando è condotta all’unisono da governi, sistema dei media e mondo dello spettacolo. La realizzazione progressiva in tutto l’Occidente dei contenuti più estremi dell’agenda Lgbt dimostra che quando gli interessi delle corporation coincidono con quelle di gruppi di pressione anche minoritari, le cose più impensabili diventano possibili. L’unico modo di frenare l’erosione dei profitti è l’immissione di milioni di nuove unità di manodopera nei mercati del lavoro nordamericano ed europeo. Tutto sarà messo in atto perché questo obiettivo possa essere raggiunto.

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