Imane Fadil e il veleno dei giornali

La ragazza non è stata uccisa, il caso sarà archiviato. La lettera di Marina Berlusconi è una lezione per tutti i quotidiani

Se non fosse per la lettera di Marina Berlusconi al Corriere, il caso Imane Fadil sarebbe passato per lo più inosservato sulle pagine dei nostri giornali. Come una notizia di second’ordine (e, infatti, era stata relegata in boxini e notiziole a margine sui grandi quotidiani). Merito dunque a Marina Berlusconi che, oggi, nella sua bella lettera al giornale di via Solferino non solo difende l’onore del padre (e ci mancherebbe), ma dà anche una bella lezione di deontologia professionale a tanti giornalisti (sia detto tra parentesi: sono anni che l’Ordine fa fare ai giornalisti dei corsi di deontologia professionale. A che servono? La lettera di Marina vale mille corsi).

Rispetto e umana pietà

Per giorni, i quotidiani hanno raccontato il decesso “sospetto” della ragazza insinuando il dubbio che fosse stata avvelenata. Ora che la Procura di Milano ha fatto «tutti gli accertamenti possibili», il caso sarà archiviato. Una vicenda triste, tragica, strumentalizzata dai giornali (soprattutto Repubblica e Il Fatto) per colpire Silvio Berlusconi.

Scrive la figlia nella lettera al Corriere:

«Quello cui abbiamo assistito per lunghi mesi credo sia andato ben oltre. Stavolta c’era di mezzo la morte di un essere umano, di una ragazza dalla vita complicata che ha fatto una fine atroce. Di fronte alla quale non si sarebbe dovuto provare altro che rispetto e umana pietà. E invece il suo dramma è stato vergognosamente usato con una spregiudicatezza e un disprezzo della verità dei fatti che fanno rabbrividire».

Era già tutto chiaro

È andata esattamente così. Come già scrivevamo su tempi.it quando scoppiò il caso, già allora non c’erano elementi che potessero far pensare a un complotto:

Carlo Lodovico Galli, presidente della Società italiana di tossicologia e professore all’università di Milano, ha dichiarato oggi a Repubblica che le sostanze rilevate dalle analisi del sangue e delle urine (cromo, molibdeno, cadmio e antimonio): «Sono elementi della crosta terrestre. Si trovano ovunque, nell’aria, nei cibi, nell’acqua, sgretolati nel terreno. Con il tempo possono accumularsi nell’organismo ma è sempre la dose a fare il veleno. E con questi elementi servono dosi molto, ma molto alte. Non esiste la possibilità che le dosi di Imane Fadil siano letali, le concentrazioni sono troppo basse e rientrano nella media della popolazione. Gli operai di determinate fonderie hanno livelli decine di volte superiori, e senza malattie».

Roberto Moccaldi, direttore del Servizio di prevenzione e protezione del Cnr e uno dei più grandi esperti italiani di medicina nucleare, ha invece dichiarato al Giornale: «Io mi occupo da sempre di radioattività. Della vicenda di questa povera ragazza so quello che ho letto sui giornali e posso dire che non c’è un solo indizio che mi faccia pensare che sia stata uccisa dalle radiazioni».



Caso Matteotti, caso Pecorelli

Eppure, i quotidiani insistevano nel voler vedere nella morte della povera Imane le impronte digitali del mandante Berlusconi. Repubblica la descriveva come la «donna che sapeva troppo» e Marco Travaglio sul Fatto faceva azzardati paragoni col “caso Matteotti” e il “caso Pecorelli”: «Sicuramente Silvio Berlusconi non ha ordinato il probabile avvelenamento di Imane Fadil». Perché «i testimoni B. di solito li compra, non li ammazza».

Francesco Merlo (more solito) rincarava la dose in un commento sulla «Olgettina d’Italia» per la quale «nessuno ha avuto pietà»:

«La morta italo maroccchina che non fa piangere nessuno, ci racconta moltissime cose sulla pessima condizione della donna italiana. Mentre infatti la Nuova Zelanda in lutto offriva al mondo il commosso, indimenticabile, bellissimo viso della sua premier Jacinda Ardern, non mortificato ma esaltato dal velo islamico com’è a Napoli il Cristo velato, l’Italia ridacchiava per l’orribile fine di questa sua Olgettina, di cui nessuno di noi ricorda il viso perché “Olgettina” non è una persona ma una sigla, un toponimo, l’impiegata di concetto del famigerato bunga bunga che nell’intero mondo ancora ci rappresenta come una bandiera forse più di Sofia Loren e di Monica Bellucci, e proprio perché — diciamo la verità — nella nostra memoria le Olgettine sono tutte uguali: chi ne ha vista una le ha viste — e subito dimenticate — tutte. Come se, una volta diventate olgettine, ciascuna delle lupe di Arcore non si portasse più negli occhi la propria storia personale e quella della propria famiglia, ma solo quella di vent’anni di politica del proprio Paese».

Gogna infinita

È andato avanti così per giorni, anche dopo che il pm Tiziana Siciliano dichiarò che «per noi all’80 per cento si tratta di morte naturale». Ora qualcuno chiederà scusa? Quando finirà questa gogna infinita? Ha ragione, ancora una volta, Marina Berlusconi a scrivere che si tratta di

«una cultura malata che certa politica, certa ideologia istigano e cavalcano, senza preoccuparsi del fatto che sempre più spesso il Grande Inquisitore può in un attimo vedersi trasformato nel Grande Inquisito. Ma — quel che è ancora più grave — è una cultura che mina alle fondamenta valori come garantismo, giustizia, verità, valori su cui poggia ogni vera democrazia».

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