Ilva. Talò (Uilm-Taranto): «Un dipendente su due sarà in cassa integrazione»

Il rappresentante sindacale: «Il Gruppo Riva ha comunicato picchi di cassa integrazione per 6.417 operai, più della metà. Lottiamo per strumenti di integrazione al reddito: 700 euro al mese non bastano per chi paga un mutuo»

Ieri il Gruppo Riva ha presentato ai sindacati dei lavoratori delle acciaierie di Taranto il nuovo piano industriale. Ogni passo avanti verso la bonifica dell’impianto si traduce però in un carissimo pegno per gli operai: secondo il piano industriale dell’Ilva, da marzo e per i successivi 24 mesi sarà necessaria la cassa integrazione per un numero di operai che oscilla da un minimo di 4.354 unità (quest’anno e nella prima metà del 2014) ad un massimo di 6.417 lavoratori. Dall’anno prossimo rimarrebbe a casa un dipendente su due, con un calo della produzione di acciaio al minimo storico, 1 milione e 740 mila tonnellate, per la chiusura contemporanea (da giungo a dicembre 2014) degli altoforni 1 e 5, di cinque batterie nella cockeria, di una linea dell’agglomerato, dell’acciaieria 1, del treno nastri 1 e del treno lamiere. Tra i volti dei rappresentanti sindacali, gelati ieri dalla lettura del documento, c’era anche Antonio Talò (segretario provinciale Uilm di Taranto).

Che cosa vi hanno comunicato ieri?
In un documento aziendale, che racchiude anche gli investimenti che l’acciaieria intende fare, l’Ilva in funzione dell’Aia ci chiede la cassa integrazione che in un picco massimo dovrebbe raggiungere a Taranto 6.417 unità. Noi ovviamente lavoriamo perché i numeri siano più bassi. Considerato che in tutto siamo 11.470 dipendenti, significherebbe oltre il 50 per cento dei lavoratori in cassa integrazione. Noi sindacati lavoriamo su tre filoni di proposte: chiederemo la riduzione anche significativa dei numeri, una rotazione che consenta il massimo numero di posti di lavoro, e la Uilm in particolare chiederà la disponibilità dell’Ilva a trovare strumenti per l’integrazione al salario, che consenta di percepire più dei soli 700 euro di cassa integrazione. Su questi strumenti non baderemo alla forma, ma alla sostanza: servono misure per alleviare il disagio. Purtroppo vediamo anche che l’azienda sembra non sentirci da questo orecchio. Noi operai abbiamo digerito la cassa integrazione chiesta a novembre per la crisi economica (duemila dipendenti dell’area a freddo, ndr.), ma non digeriremo mai una cassa integrazione voluta per motivi ambientali come in questo caso.

E ieri come ha reagito l’azienda? Cosa farete ora voi sindacati?
Ieri c’è stata solo la consegna di un documento e nessuna discussione. Domani a Roma, i sindacati avevano già fissato un incontro al ministero del Lavoro sulla cassa in deroga degli altri operai, che scade a breve, e ne approfitteremo per discutere già lì le nostre proposte. O altrimenti troveremo altre soluzioni.

Cioè lo sciopero? Non rischia di aggravare solo la situazione?
Non abbiamo altre armi oltre alla protesta. Comunque ieri ci sono state date due buone notizie. L’azienda, finalmente, ha presentato un piano di risorse e ci ha assicurato che non ci saranno esuberi. Questo è stato un segnale che attendevamo che dimostra che l’Ilva vuole andare avanti nello stabilimento di Taranto. Occorre però che l’Ilva aggiunga altre risorse per attutire il disagio dei lavoratori che, a parte lo stipendio, di risorse invece non ne hanno. Ci aspettavamo naturalmente la cassa integrazione, sappiamo di dover fare i conti con gli impianti fermi. Pensiamo che la trattativa con l’Ilva non durerà molto, il percorso comincerà a delinearsi da domani.

Dal suo punto di vista, quello che accade ora è la conseguenza del braccio di ferro condotto dalla procura e magistratura tarantina, o uno scamotage dell’Ilva per scaricare sui lavoratori i costi della bonifica ambientale?
L’azienda si sta assoggettando ad un piano industriale per la bonifica. Qualcuno mi ha dipinto come un “anti-procura” nei mesi passati. Penso solo che l’azione della magistratura abbia posto all’attenzione di tutti il problema, ma non ho condiviso alcuni atti come il sequestro delle merci, perché ha lasciato degli alibi all’Ilva. Tornare su questi punti però è sterile: sappiamo tutti benissimo che i lavoratori non hanno colpa di quello che è successo a livello ambientale, se l’Ilva è costretta a fare delle bonifiche di certo non stava proprio in regola, ma non possono assolutamente pagare gli operai.

Come hanno reagito gli operai quando avete comunicato loro la notizia?
All’Ilva ci sono già un migliaio di lavoratori in cassa integrazione da dicembre, che sono coinvolti anche in questo programma. Ieri ci hanno chiesto con forza altre soluzioni, avendo provato cosa significa percepire 750 euro al mese, con mutui e bollette da pagare. Bastano a malapena a coprire quelle spese, nelle famiglia si fa fatica a sopravvivere. “Quando rientreremo a lavorare? Che possiamo fare?”. Ecco perché vogliamo prima di tutto trovare altri strumenti di sostegno al reddito.