Ilva, ecco perché la Consulta ha respinto i ricorsi della magistratura

Secondo la Corte costituzionale va interrotto il clima di “sfiducia preventiva” messo in atto dal Gip e dal Riesame

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Ieri pomeriggio sono state depositate le motivazioni per cui la Corte costituzionale, lo scorso 9 aprile, ha rigettato il ricorso del gip di Taranto Patrizia Todisco, e del tribunale del Riesame, contro la legge definita “Salva Ilva”.
Per la magistratura tarantina il decreto e la legge sarebbero stati incostituzionali perché, agendo anche in maniera retroattiva, annullavano di fatto i provvedimenti emessi contro l’acciaieria, come il sequestro dell’area a caldo o quello dell’acciaio già prodotto e sulle banchine del porto, in attesa di essere venduto. L’azienda si è sempre opposta a questi due decreti di sequestro, presentando ricorsi con la motivazione che la vendita della merce (un milione e ottocento mila tonnellate rimaste sulle banchine dal 26 novembre, per un valore commercale di 1 milardo di euro) avrebbero permesso i lavori di bonifica ambientale.
Proprio lo scorso 3 maggio, malgrado la Consulta fosse già intervenuta, il Gip Todisco ha respinto l’ennesima istanza di restituzione di gran parte della merce, presentata dall’Ilva, dichiarandola inammissibile perché non erano state ancora depositate le motivazioni della Corte costituzionale. Lo scorso 26 aprile la Procura aveva disposto il dissequestro la restituzione di una minima parte: l’acquirente delle merci è la compagnia di stato irachena Oil Projects Company, e l’Ilva aveva già annunciato che la data ultima per la spedizione era il 5 maggio; altrimenti l’acciaieria avrebbe chiesto un risarcimento danni allo Stato di 27 milioni di euro.

STOP ALLA SFIDUCIA PREVENTIVA. Per la Consulta, riguardo al sequestro della merce disposto dal Gip, «l’intervento del legislatore rende esplicito un effetto necessario e implicito all’autorizzazione alla prosecuzione dell’attività produttiva, giacchè non avrebbe senso alcuno permettere la produzione senza consentire la commercializzazione della merce».
Inoltre, «distinguere tra materiale realizzato prima e dopo l’entrata in vigore della legge sarebbe in contrasto con la ratio della norma generale, e di quella speciale, entrambe mirate ad assicurare la continuazione dell’attività aziendale». Sul sequestro dell’impianto disposto dal Gip, la Consulta ritiene che bisogna interrompere il clima di “sfiducia preventiva” verso l’Ilva, perché «l’aggravamento dei reati già commessi o la commissione di nuovi reati è preventivabile solo a parità delle condizioni di fatto e di diritto antecedenti all’adozione del provvedimento cautelare. Mutato il quadro normativo (con l’introduzione di interventi di bonifica ambientale come condizione per la produzione, ndr.) le condizioni di liceità della produzione sono cambiate e gli eventuali nuovi illeciti penali andranno valutati alla luce delle condizioni attuali e non di quelle precedenti».

LA LEGGE NON È SALVA-ILVA. La Consulta, spiegando perché respinge la tesi presentata dal Gip e Tribunale, scrive che «si può rilevare con certezza che nessuna delle norme censurate (nella legge Salva Ilva, ndr.) può incidere, direttamente o indirettamente, sull’accertamento della responsabilità e che spetta naturalmente all’autorità giudiziaria, all’esito di un giusto processo, l’eventuale applicazione delle sanzioni previste dalla legge».
Non ci sarebbe alcun “Salva-Ilva”, secondo la Consulta perché «le disposizioni non cancellano alcuna fattispecie incriminatrice, né attenuano le pene, né contengono norme interpretative e/o retroattive in grado di influire in qualsiasi modo sull’esito del procedimento in corso, come invece si è verificato nella maggiorparte dei casi di cui si sono dovuti occupare la Corte costituzionale italiana e la Corte di Strasburgo».

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