L’Ilva è «fallita». Breve ripasso di una grande vittoria del circo mediatico-giudiziario

Il de profundis del Corriere della Sera e la sentenza di un giudice svizzero sanciscono quello che qui si va dicendo da un paio d’anni

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Attorno all’Ilva negli ultimi anni si sono addensati tutti gli idoli del politicamente corretto. La magistratura è l’unico potere incorrotto e incorruttibile. Qualunque cosa faccia è insindacabile. Qualunque altro potere è feccia.

Legalità e Mani pulite. Evviva. Avanti col piangi e fotti del populismo sindacale e dell’ecologismo radicale. Avanti con le aderenze in procura, con le richieste miliardarie di risarcimento dei danni, con i Ballarò e le Iene di turno. Avanti con la caciara antipolitica e col partito trasversale della clientela statale. Avanti con il salvare l’ambiente con i soldi di Pantalone e il socialismo alla broccoli e orecchiette (il tutto naturalmente condito in salsa “social” dell’“insorge il web” e il “mi piace” di Facebook).

I privati sono profittatori e solo lo Stato può garantire giustizia. Non sia mai che l’imprenditore faccia l’interesse dei cittadini. Gli industriali sono vampiri. Nel caso, la famiglia Riva, proprietari dell’acciaieria, andava perseguita, arrestata e, infine, espropriata. Molto bene. Il quartiere Tamburi di Taranto, costruito cinquant’anni fa, e non dai Riva ma dallo Stato, inopinatamente addossato alle acciaierie, è il simbolo della morte per cancro industriale. Non si faceva prima a evacuarlo, come il ministro Clini una volta suggerì, e trasferire la popolazione altrove? No. Serviva da bandiera dell’emotività per impiantarci cause miliardarie e speculazioni ambientaliste, naturalmente con tutte le buone intenzioni e tutte le lacrime da coccodrilli del caso. Perciò, invece di evacuarlo, il Tamburi, ci hanno piantato la segnaletica di protesta allo humor nero, per farci inorridire dai vari inviati di talk show con clip agitate a supporto dei teoremi dei magistrati: Tamburi è una freccia indicante il quartiere “cimitero”. E finita lì. Avanti con le cause. Avanti con la demagogia. Avanti a sfasciare lo sfasciabile.

Ora succede questo. «Per l’Ilva sono tornati tempi terribili, l’Ilva oggi non ha cassa neanche per fornire guanti e maschere protettive ai suoi operai». Finalmente a Taranto si affaccia anche il Corriere della Sera e così, in una grande paginata di de profundis scritto meravigliosamente dall’inviato di economia Federico Fubini, mercoledi 2 dicembre il grande giornale del “sistema Italia” ci informa del disastro, confermando quanto Tempi va scrivendo dal febbraio 2014. Con tutta probabilità, l’Ilva chiuderà entro i prossimi sei mesi. E 14.200 lavoratori andranno a spasso. O saranno messi in carico alla collettività.

Applausi al sistema Italia. E alla procura di Taranto. Il cui procuratore capo, Franco Sebastio, quando nel luglio di tre anni fa scoppiò il caso Ilva e uno dei suoi magistrati fece una retata, sequestrò gli impianti, paralizzò la produzione, mandò a dire alle istituzioni locali e alle autorità di governo convenute a Taranto per una riunione di emergenza (il primo tentativo di “salva Ilva”), che lui no, lui, il Procuratore capo, non avrebbe partecipato alla seduta e sarebbe rimasto beato e sereno lì dove stava. A Soverato, Calabria, «dove vengo in vacanza da 35 anni». Così, mentre c’era un colosso industriale bloccato dalle inchieste e si rischiava la perdita di migliaia di posto di lavoro, il Procuratore capo che si trovava a Soverato, Calabria, «dove vengo in vacanza da 35 anni», si autoesonerò dall’interrompere le sue belle ferie per una emergenza che valeva allora mezzo punto di Pil italiano, 15 mila posti di lavoro, l’intera filiera industriale del Sud. Disse il Procuratore interpellato al telefono dall’inviata del Corriere Giusi Fasano, «l’ho detto anche a loro (istituzioni e governo convenuti a Taranto, ndr) in una telefonata cordialissima: vedrete che non mancherà l’occasione» (Corriere della Sera, 17 agosto 2012).

Infatti, le altre “occasioni” che non mancarono furono le retate, i blocchi della produzione, i sequestri dell’intero patrimonio dei Riva. Lo scontro tra Procura tarantina e addirittura la Corte di Cassazione e poi con la Corte Costituzionale. Addirittura. E poi, ovviamente non mancò lo scontro con la politica. Tra Procura e i governi (Monti, Letta e adesso Renzi) che emanavano decreti su decreti di salvataggio e nominavano commissari su commissari che sapevano niente di acciaierie e niente di piani industriali nella siderurgia. E la Procura, imperterrita, che si opponeva a ogni decreto, a ogni commissario, a ogni provvedimento che tentasse una qualche via di normalizzazione dell’attività produttiva.

Perciò, avanti col fioccare di inchieste, di retate, di sequestri, di avvisi di garanzia per commissari e chiunque si opponesse al carro armato di due magistrati in lotta per il migliore dei mondi possibili. Naturalmente, dalla parte di questa eroica lotta stava tutta la piccola e grande caciara mediatico-giudiziaria. Piccoli e grandi giornali a correre appresso, non alla realtà e al buon senso che consigliava di graduare e modulare gli interventi a tutela dell’ambiente, ma alla fretta intransigente del tutto subito o al diavolo l’acciaieria e i suoi 15 mila dipendenti.

Molto bene. Adesso l’Europa apre anche una procedura contro l’Italia per aiuti di Stato e, secondo fonti del Corriere, «starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata di ogni sussidio». Adesso, riassume bene la situazione l’ottimo Fubini, dopo aver perso 2 miliardi in soli due anni (2012-2014) di commissariamenti statali ed esproprio dei Riva, l’Ilva brucia cassa alla media di 50 milioni al mese (quando con i Riva, fino al 2011, l’Ilva macinava utili miliardari). Adesso hanno espropriato i legittimi proprietari dell’acciaieria, l’hanno messa in condizioni fallimentari e Renzi ha perfino rifiutato (gennaio 2015) la disponibilità degli ex proprietari a finanziare il rilancio dell’azienda.

Renzi pensava – su consiglio del procuratore Francesco Greco – di alleggerire il conto dei Riva in Svizzera. E tanto si sentiva sicuro e confidente nell’onnipotenza della magistratura italiana, che il velocissimo e simpaticissimo nostro presidente del Consiglio ha addirittura messo in legge di stabilità 2015-2016 1,2 miliardi di quattrini che i Riva possiedono in un trust elvetico. Al che un giudice svizzero si è alzato e ha sentenziato che in Italia forse non abbiamo capito. O forse siamo su un’altra galassia rispetto alla giurisprudenza civile e al diritto internazionale. Quei soldi non c’entrano con l’Ilva e sulle accuse di truffa per le quali la procura milanese ne aveva disposto il sequestro non c’è neanche lo straccio di un rinvio a giudizio. Dice bene Fubini, il tribunale elvetico è stato quasi sprezzante: «Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita».

“Fallita”. L’Ilva è fallita. E neanche si può offrire sul mercato al migliore offerente. Neanche in saldo. Neanche a pezzi. Neanche a prezzi stracciati. Perché? Perché nessuno al mondo comprerebbe un impianto al 78 per cento sotto sequestro della magistratura italiana.

Com’è che queste cose le sa un qualsiasi giudice svizzero e agli italiani fanno ancora credere che, grazie a certa magistratura e a certo giornalismo, viviamo nel migliore dei mondi possibili?

Foto Ansa


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