Il virus che segnerà la fine della globalizzazione

«L’uomo non è globale, ma locale», scrive Risé. Perché il Covid-19 ci costringerà a cambiare il nostro modo di vivere

coronavirus

È sempre azzardato fare previsioni sulle conseguenze irreversibili di una grande crisi quando essa ancora si sta sviluppando sotto i nostri occhi, ma quello che ha scritto Claudio Risé nel suo intervento del 15 marzo su La Verità mi incoraggia a rischiare una previsione che non pochi fanno sotto voce, mentre la maggioranza ancora dissente: la pandemia del Covid-19 segnerà la fine del modello di sviluppo imperniato sulla globalizzazione, perché lo sviluppo globalizzato non è sostenibile, e non è sostenibile perché non corrisponde alla verità dell’uomo, né alla verità del creato.

Non si tratta solo del fatto che le filiere produttive sono diventate troppo lunghe e complicate e perciò fragili, non si tratta solo del fatto che l’interdipendenza economica globale ha mostrato che lo shock che colpisce un paese si riverbera immediatamente su tutti.

Scrive il noto psicanalista junghiano:

«La presenza del Covid-19 nel mondo occidentale è il risultato automatico di uno stile di vita e di un modo di produzione che per avidità, fretta, anche ignoranza, ha messo tra parentesi i pericoli che da sempre minacciano l’uomo, il suo corpo e la sua vita. Questa è la prima vera pandemia globale (dopo l’Aids, che l’aveva preannunciata verso la fine del secolo scorso) e ci mostra perfettamente per quale ragione il modello di sviluppo globalizzato sia un binario morto, da abbandonare al più presto: destabilizzante e omicida com’è porta solo alla morte. L’uomo non è globale, è locale: se lo stacchi dallo spirito e dalla comunione con la sua terra (il “genius loci” così caro a Jung), perde forze e si ammala (…) l’arrivo del virus non è un bizzarro incidente, ma un aspetto strutturale di questo tipo di sviluppo. Quando togli i confini agli uomini, non puoi aspettarti che li rispettino i virus».

Lo abbiamo già ricordato: il risultato di aver trasformato ogni desiderio in bisogno e ogni bisogno in diritto, ha inaugurato la distruzione degli ecosistemi sociali (umani) e degli ecosistemi naturali. Per un poco il progresso tecnologico è sembrato dare ragione ai fautori della liberazione dei desideri illimitati dell’uomo, che avevano bisogno dello sviluppo illimitato delle forze produttive; poi le cambiali hanno cominciato ad accumularsi sotto forma di patologie sociali e disgregazione sociale da una parte, inquinamento, estinzioni di piante e animali ed esaurimento delle risorse dall’altra (più la spada di Damocle delle armi di distruzione di massa, che potrebbero cadere nelle mani dei terroristi).

Si trattava però di processi di disintegrazione che prendono tempo, di fronte ai quali egoisticamente i contemporanei chiudevano gli occhi: il peso intero dell’anomia sociale sarebbe caduto sui nipoti, così come quello del degrado ambientale. Ora arriva un virus meno letale di molte altre patologie già esistenti, ma che per la sua natura sconvolge completamente la vita sociale e il sistema economico. Non sappiamo se e quando potremo tornare a muoverci non dico come prima, ma come persone che non sono più agli arresti domiciliari; sappiamo benissimo che il sistema economico ci cascherà sulla testa, perché i debiti che stiamo facendo non si sa chi li pagherà e stampare soldi non basta a garantirne il valore effettivo.

È accaduto l’evento puntuale e rivelatore che costringe tutti a cambiare sistema, abitudini, visione del mondo. E che cosa rivela, prima di tutto, l’evento della prima epidemia del mondo globalizzato? Rivela che il peccato di tracotanza, quello che i greci chiamavano hybris e che Olivier Rey chiama “la dismisura”, viene implacabilmente punito. Trattare il creato come pura riserva di materiali a fini di benessere umano, rapportarsi alla realtà esclusivamente nei termini della razionalità economica (avere come unico riferimento il più basso costo di produzione possibile), comporta conseguenze relative ai costi che non si credeva di dover pagare: arriva il giorno che i costi esternalizzati tornano indietro come un boomerang.

Non conosciamo ancora con certezza l’origine del Covid-19, in che modo precisamente sia passato dall’animale all’uomo, ma, come ricordava recentemente il Wwf,

«gli ecosistemi naturali (…) svolgono anche un ruolo fondamentale nel regolare la trasmissione e la diffusione di malattie infettive come le zoonosi (le malattie che passano dagli animali all’uomo – ndr). La distruzione di habitat e di biodiversità provocata dall’uomo rompe gli equilibri ecologici in grado di contrastare i microrganismi responsabili di alcune malattie e crea condizioni favorevoli alla loro diffusione. In aggiunta la realizzazione di habitat artificiali o di ambienti poveri di natura e con un’alta densità umana possono ulteriormente facilitare la diffusione di patogeni (…). I cambiamenti di uso del suolo e la distruzione di habitat naturali come le foreste sono responsabili dell’insorgenza di almeno la metà delle zoonosi emergenti. La distruzione delle foreste può quindi esporre l’uomo a nuove forme di contatto con microbi e con specie selvatiche che li ospitano».

La distruzione di ecosistemi tropicali per scopi economici libera virus che prima non si erano mai trasmessi all’uomo o che, in caso di trasmissione, erano rimasti confinati nella regione d’origine. Oggi invece la globalizzazione comporta un frenetico movimento di merci e persone che facilita enormemente la diffusione planetaria delle zoonosi. Nel Trecento la peste nera ci mise 17 anni per diffondersi dalla Cina all’Europa, nel 2020 il Covid-19 ha compiuto lo stesso tragitto nel giro di pochi giorni. E adesso tutti a citare Spillover, il libro di David Quammen, che già otto anni fa scriveva:

«Non c’è alcun motivo di credere che l’Aids rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. (…) Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime?». 

Fine delle discussioni: il mondo senza frontiere comporta calamità inevitabili e ricorrenti, continuare a volerlo equivale al suicidio; non solo quello culturale, sociale, ambientale su cui ci si è a lungo accapigliati, ma quello biologico vero e proprio. Come scrive Risé, occorre riabilitare e rimettere in funzione le frontiere, indispensabile filtro di qualsiasi genere di scambio. Ma prima occorre ristabilire le frontiere dentro al cuore umano, che significa accettare la condizione creaturale: l’uomo non è Dio, quindi l’infinito non fa parte dei suoi attributi, il limite invece sì. La sete di infinito che abita il cuore umano trova soddisfazione nel rapporto con Dio, non nel consumo delle cose terrene (inclusi i rapporti umani). E l’uomo non vive in un tempo e in uno spazio astratti come le forme a priori di Kant, vive in luoghi e in epoche. Come sottolinea meritoriamente Risé, «l’uomo non è globale, è locale». Non nasciamo, non cresciamo, non viviamo nel mondo, ma in un luogo del mondo. Tutto allora si gioca nell’amore per il luogo natìo: è l’amore per le persone, il paesaggio, la storia del luogo natìo che alimenta la maturità umana che rende sano ogni successivo incontro, che toglie la nevrosi a ogni successivo viaggio.

Non saranno le burocrazie mondiali, non saranno le tecnologie più sofisticate a salvare gli ecosistemi e a prevenire le scorrerie planetarie dei virus: o lo farà l’amore per il luogo al quale sono legate le nostre più care memorie, o non lo farà nessuno. Le migrazioni saranno sostenibili solo nella misura in cui saranno circolari, cioè condizionate all’amore per il paese d’origine, per il luogo dove sono sepolti i propri morti e dove sempre torna il proprio cuore. Il mondo dei nomadi senza patria e della circolazione frenetica delle merci sarà fatalmente un mondo di forze naturali scatenate dall’incoscienza umana, consegnato alle devastazioni dei cavalieri dell’Apocalisse.

Foto Ansa