Il totalitarismo ora si scarica con un’app

Parlando di tecnologia in tv, Tremonti ha indicato il risultato spaventoso di questo “progresso”: l’uomo a taglia unica, misurato sulla sua capacità di consumare gli stessi prodotti che lo sottomettono

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ho un’ammirazione sconfinata per Giulio Tremonti. Lo dico senza paura di passare per cicisbeo. Un po’ perché forse lo sono, e non mi importa di peggiorare la mia reputazione confessandolo. Un po’ perché sarebbe una prosternazione disinteressata e onesta, dacché Tremonti è un uomo senza potere, se non quello meraviglioso dell’intelligenza, sostenuta da uno sguardo cristiano, crea silenzio quando entra in una sala, quando comincia a parlare. Poi non gli affida nessuno leve decisionali. Perciò il suo dire diventa profezia che non dispensa altro che se stessa e quando si comunica piove su tutti. Si può evitarla oppure lasciarsene innaffiare. Io preferisco la seconda ipotesi, tanto ho già i reumatismi.

In una trasmissione su La7 (In onda, sabato 7 luglio) si è affrontato il tema delle nuove tecnologie, del potere dei network, insomma del futuro del mondo. Vasto programma. Tremonti ha bucato la mongolfiera. Ha mostrato che tutta questa faccenda di progressi tecnologici, di velocità dei calcoli, app, algoritmi, è una corsa senza freni al potere sulle coscienze da parte di un nuovo totalitarismo. Non è il totalitarismo della tecnologia, ma di Creso. Il denaro in forma umana, per cui l’uomo non accetta più di definirsi creatura, ma creatore di se stesso. O, come sostenuto da un filosofo tedesco contemporaneo, l’uomo come esperimento di se stesso. E il magico esperimento è il possesso dell’universo delle coscienze. Il loro intorbidamento consente di ottenere un risultato spaventoso: l’uomo a taglia unica, misurato sulla sua capacità di consumare gli stessi prodotti che lo sottomettono. In un circolo vizioso che appare senza via d’uscita.

Come si è capito la questione in ballo è quella della libertà. Non la libertà di scegliersi che tipo di salame va bene per colazione o il tatuaggio da farsi incidere sulla schiena. (Anche quella in realtà, ma il discorso sarebbe troppo lungo). La libertà come capacità di rovesciare questo tavolo di risposte preconfezionate, un gioco dell’oca dove esiste anche la casella “significato della vita”, come una tra le altre cento, e sotto c’è scritto: la verità non è una, ciascuno ha la sua, e bisogna tollerarle tutte.

Beh, io mi auguro una ribellione. Non dei migliori, ma di noi peggiori, a cui non va bene niente, non ci piace lo yogurt magro, né per il corpo né per l’anima. Vogliamo che qualcuno tenga in serbo per noi il vitello grasso, perché ci ama più della sua stessa vita. Persino più del suo tablet, smartphone, profilo Facebook. So che spero l’impossibile, ma senza non è vita, è totalitarismo.

Foto Ansa

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