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Il toro

agosto 25, 1999 Muca Clirim

Una sua piéce teatrale è in cartellone al teatro Crt di Milano e un importante editore promette di pubblicare una sua
raccolta di poesia. Lui, Cli rim Muca, ex clandestino albanese in Italia ha scritto due monologhi per i nostri lettori.
Due istantanee scattate tra due mondi, quello di una bestiale infanzia nella totalitaria Albania e quello nuovo, dove
l’esperienza insegna che non è tutta vita quel che luccica…

Io li mettevo in guardia. Dicevo loro: “Sentite. Ci mandano al macello. Le cure e la bontà dell’uomo verso di noi sono un inganno. Aprite gli occhi, fratelli, ascoltatemi! Io conosco la loro lingua, so cosa stanno tramando. Dove sono i nostri fratelli più grandi? Vi ricordate come giocavamo con loro da piccoli? come erano buoni e gentili con noi, come ci carezzavano il muso con tanto amore? Bene, quando sono diventati più belli, più forti e più in carne che mai, li hanno portati al macello! Chi ha avuto più notizie di loro? Nessuno. Ho il dubbio che ci siamo dimenticati di tutto ciò e me ne vergogno”. “Pazzie. Pazzie! -mi dicevano- Vuoi mettere discordia tra noi e l’uomo, ecco cosa vuoi. PerchÈ i nostri fratelli vivono felici nei grassi pascoli. E quando diventeremo grandi come loro, l’uomo ci darà l’indipendenza e ci lascerà liberi in quei pascoli enormi. Non esiste il macello. E’ la tua mente distorta che ce lo invoca.”
“Ma voi vi rendete conto della violenza dell’uomo?” “Ci rendiamo conto del suo amore” -mi rispondevano.

“E perchè ci hanno castrati tutti?” -dicevo io. “A proposito della castrazione, so io come rispondere! -disse uno muovendo la coda- Vi ricordate, fratelli, come ero agitato prima? Non avevo appetito e soffrivo, soffrivo d’amore. Sì, fratelli, ero pazzo d’amore. Sognavo, sognavo sempre vacche in calore e saltavo perfino su voi, cieco com’ero diventato. Approfitto, fratelli, di chiedervi scusa ora se vi ho fatto del male. Vi assicuro che non si ripeterà più. Mi sono pentito. Mi facevo del male io stesso. Non mangiavo più. Anche l’erba più tenera non era per me invitante. Sarei crepato di mal di cuore se non fosse stato per l’uomo che si prese cura di me, castrandomi. Con dolore, sì, ma ho conosciuto la pace e la felicità della pancia piena, del gusto del brucare, del sonno tranquillo. Grazie all’uomo. Grazie!”
“Fratelli, non siamo più piccoli adesso. Siamo belli forti e in salute. Tocca a noi, ora, andare al macello. Io li ho sentiti. Si stanno preparando. Uno ad uno, col cappio alla testa, ci sgozzeranno, ci conceranno la pelle, ci sezioneranno la carne… Ma allora sarà troppo tardi per fermarli. Dobbiamo riunirci adesso, adesso che siamo ancora in tempo. Dobbiamo disobbedire all’uomo, con le nostre corna dobbiamo mettergli paura, perchÈ è arrivato il nostro turno per andare al macello.” “Blasfeme sono le tue parole! Tu non sei dei nostri! Scacciamolo, fratelli. Che nessuno gli parli, che nessuno lo avvicini per strusciargli la testa, per una carezza sul muso! Noi contro l’uomo? Mai! Noi contro colui che ha creato le condizioni per la nostra felicità? Mai! Contro coloro che ci accompagneranno ai pascoli grassi e immensi? Mai! Sia bandito questo individuo dal nostro branco!”
E mi spinsero ai margini del branco e nessuno mi parlava, nessuno mi ascoltava. Facevano finta di non vedermi. E io pensai che forse davvero ero io il pazzo e che avevano ragione loro. Ma era tutto così evidente. Mi davano spinte, calci e anche cornate a volte. Mentre l’uomo ci preparava per il macello, loro erano felici. Col cappio al collo andavano lieti, ignari, verso la morte, ma poi si sentiva che lanciavano grida strazianti, le ultime, con le ginocchia tremanti, accasciandosi sotto il proprio peso. Oh, il cuore mi scoppiava. “Ma sentite le loro grida e poi il silenzio? -dicevo piangendo- Li uccidono. Li uccidono!”
“Ancora tu?! -mi dicevano- Uffa, che barba! -e si spingevano l’un l’altro per passare per primi- Sì, sono grida di dolore, ma ne vale la pena per i pascoli grassi che ci aspettano. Come per la castrazione: è dolorosa, ma dopo vivi in pace e felice.”
“E il silenzio? Il silenzio dopo non vi dice niente?”
“E’ normale. E’ tanto grassa l’erba che non hai tempo di alzare la testa” -e si davano spintoni per arrivare primi, allungando il collo e ficcandolo da sè nel cerchio della corda. Si sentiva forte un odore di sangue, ma loro erano ubriachi di menzogna. Toccava a me, ma io mi lanciai con le corna verso l’uomo che teneva il cappio e quello corse spaventato; e poi mi diressi verso l’uomo dal lungo coltello, che scivolò nel sangue dei miei fratelli. Che grande scompiglio misi, colpendo tutto e tutti! La terra tremava sotto i miei passi. L’uomo spariva davanti alla mia furia. I miei occhi erano rossi di sangue, di rabbia, vedendo in fila, appesi, nudi e senza vita i corpi dei miei fratelli, mentre quelli ancora vivi erano impauriti da me… da me che scalciavo e inseguivo l’uomo assassino! L’uomo…Si sentono due spari.

CLIRIM MUCA Monologhi Il portinaio Ecco io sono pronto. In giacca e cravatta. La mia uniforme insomma. Sono le 9 meno un quarto. Di solito cominciano ad arrivare verso quest’ora ed io devo essere sorridente con tutti. Fa parte del mio lavoro. Un sorriso grande così. Il fiorista di fronte vende fiori, io regalo sorrisi, disponibilità e in cambio ho il mio rendiconto mensile. Arrivano.

Buongiorno, dottore. Buongiorno…

Buongiorno, signorina. Buongiorno! Salve! Ciao.

Ah, ah. Grazie, grazie…

Buongiorno, ragioniere…

Dottoressa, buongiorno.

Ah, professore. Buongiorno, professore. Le casse di vino le ho portate su in studio ieri pomeriggio, mentre Lei non c’era. Le ho sistemate nella Sua stanza… Niente, niente, solo un pelo sulla giacca, professore. Mia moglie? Lavora. Fa la parrucchiera a due isolati da qui. Da donna, sì. Eh sì, sì lavora tanto… Mia figlia? Studia ancora, professore. Sì, sì… riferisco, professore, riferisco. L’ascensore è arrivato. Anche a Lei… Buon lavoro, professore. Buongiorno, professore… Tiè, brutto sporcaccione. E’ un grande avvocato il professore -se ne avessi bisogno un giorno, lui sarebbe il mio avvocato -, ma da un po’ di anni è successo qualcosa nella sua mente. Il modo come guarda le ragazze… non parlo della sua segretaria, la sua amante ufficiale. Sbava dietro a tutte. Figuriamoci, anche dietro la donna delle pulizie! E in ascensore, poi?! Fa anche dell’altro in ascensore. Tipo… Posso dirlo? No, è meglio di no. E va bene, lo dico! Scrive: “cazzo – figa: eterna rivalità”. Io una volta ho cancellato le parolacce… e ho lasciato il resto perchÈ mi piaceva. E’ sceso lui mezz’ora dopo… Sono andato subito in ascensore e … cosa vedo scritto? “Eterna rivalità” e sotto “cazzo – figa”. Ma va là, va là, mente distorta Ti spacco la faccia, ti spacco.

Oh, buongiorno, dottoressa. La manifestazione? Tutto bloccato? Questi pacifisti poi… Ma dico io: perchÈ gli danno il permesso di fare le manifestazioni in centro? Per carità, non sono contro io… Ma il disagio che recano ai cittadini, il traffico che va in tilt! T’immagini l’ambulanza che non arriva in pronto-soccorso perchÈ bloccata dal traffico e il paziente che muore? Dico io, ma andate a San Siro a fare le vostre manifestazioni, se ci tenete tanto. Buona giornata anche a Lei, dottoressa. Buongiorno! Ragioniere, dove va ragioniere? E’ tutto bloccato fuori…Alla manifestazione?… Vorrei andare anch’io, ma non posso. Lo sa anche Lei che sono legato. A molti eventi di questa città purtroppo io non posso partecipare. Manifestare per la pace…non c’è cosa più nobile. Solo persone come Lei, ragioniere lo possono fare… Le fa onore. Buona manifestazione, ragioniere. Buona manifestazione! Questa è una palazzina a cinque piani, tutti studi professionali, tranne le due famiglie dell’ultimo piano. Io faccio le pulizie nella maggior parte degli studi. Mica posso fare io tutte quelle pulizie? Ho cinque extracomunitari che lavorano per me: Filippini, Sudamericani. Io tengo i rapporti, tesso le relazioni, molto importanti per me. E sono scattante, sportivo quando porto la posta, quando parcheggio le loro macchine, quando corro ad avvertirli del vigile che gli sta multando la macchina. Ugualmente per tutti gli impiegati, le semplici segretarie, come questa qui, per esempio, che è tornata indietro perchÈ fuori piove.

Hai bisogno dell’ombrello, vero? Ma certo che ce l’ho. Si chiama Pietro, fa’ il servizio e torna indietro… ha, ha. Ma sì, sì, vai tranquilla, ne ho un altro. Succede a tutti di dimenticare… ah,ah,ah…

E’ proprio stupida questa ragazza. Quando piove dimentica l’ombrello a casa, quando c’è bel tempo se lo porta dietro in ufficio. Ma proprio scema questa ragazza! Chi è che ha sporcato l’atrio del mio portone? Ma porca miseria! Se lo becco gli taglio le dita, gli taglio. PerchÈ io sono buono e caro, ma quando me le fanno girare divento una belva, divento.

Signora! E’ tornata allora? Così presto? Cos’è questo cane? Mastino, vero? Ma come è bello, com’è caro. …Ma no, signora, a me piacciono i cani. Sembra un agnellino. Tutto nero, si nota subito. Come si chiama? Benito? Ma che musone che hai, Benito. Ah, è di suo figlio, quello che vive a Vicenza. Non sapevo avesse un figlio a Vicenza, signora. Adolfo. E come sta Adolfo, signora? Non andavano d’accordo ultimamente? L’ha morso?! Non ci posso credere, così dolce, Benito. Ah non è stato lui? Ah, è Adolfo che ha… .Quanto mi dispiace, signora! Benito! Oh no, Benito!!! Non si preoccupi, signora, vuole soltanto giocare. Benito! Ahi, mamma mia, Benito! Signora, aiuto, signora. Ahi. Signora, non si preoccupi, signora, non è niente, niente di grave, signora. Dio mio! Sono scampato per miracolo, Dio mio. Ma come si fa a chiamare un mastino Benito, cazzarola.

Beh, nella disgrazia sono fortunato. Eh già, se fosse stato un pastore serbo di nome Milosevic mi avrebbe sbranato tutto. Sono veramente fortunato.

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