Il silenzio dell’Europa che nasconde le croci e dimentica i cristiani

Scorderemo i morti di Tanat e di Alessandria come quelli del Cairo e del nord del Sinai. Come le vittime di Lahore e i 21 decapitati in Libia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando leggerete queste righe non ne parlerà più nessuno. Perché l’indifferenza e il silenzio uccidono esattamente quanto il tritolo e gli shahid. Ricordate il giorno di Pasqua di un anno fa, a Lahore, in Pakistan? Terminata la Messa, una comunità di cristiani – ma c’erano anche non pochi musulmani – si riunisce in un parco per trascorrere qualche ora di festa. L’attentatore suicida toglie la vita a 9 donne, 31 bambini, 38 uomini e ferisce oltre 300 persone; tempo due giorni e il fatto scompare dalle cronache e dai media. Accadrà lo stesso pure per le decine di vittime e per le centinaia di feriti delle chiese di Tanta e di Alessandria. D’altronde, chi associa quanto ivi accaduto qualche giorno fa ai 26 morti per analogo attentato nella cattedrale copta del Cairo, lo scorso dicembre? O ai nove omicidi, tutti ispirati all’odio religioso, nei primi mesi del 2017 nel nord del Sinai?

Facciamo un sondaggio, chiediamo a un campione di europei che cos’è l’Egitto: verrà fuori che è un luogo dove fino a qualche anno fa si potevano fare vacanze a buon prezzo al mare o fra musei e piramidi, ma adesso il terrorismo sconsiglia di frequentarlo. Il terrorismo, genericamente; come se fosse un evento naturale al pari dei terremoti e degli acquazzoni. Chi parla dei cristiani copti? Una minoranza, certo, rispetto alle decine di milioni di musulmani sunniti; ma una minoranza che comunque conta oltre quattro milioni di fedeli, che affonda le sue radici nella predicazione degli apostoli – il primo evangelizzatore è san Marco, cui è dedicata proprio una delle chiese colpite domenica scorsa –, che ha espresso testimonianze di fede importanti, che negli ultimi decenni ha conosciuto un significativo avvicinamento alla Chiesa cattolica (a fianco di quella parte di copti che sono sempre stati cattolici), confermato dalla visita che papa Francesco compirà fra un paio di settimane.

Fra le nazioni che hanno l’islam come religione di Stato, l’Egitto è quella al cui interno le condizioni dei cristiani sono certamente fra le meno problematiche, e non vi è dubbio che quanto a rispetto della libertà religiosa a partire da giugno 2014, con Abd al-Fatah al-Sisi, il governo centrale sia meglio disposto rispetto alla presidenza di Mohammed Morsi. Ma questo non vuol dire che la vita quotidiana dei cristiani in Egitto sia tranquilla.

Quando apriremo gli occhi?
Come abbiamo dimenticato Lahore, non ricordiamo più le terribili immagini del febbraio 2015: 21 copti rapiti in Libia e decapitati sulle rive del mare. Più volte cristiani sono rapiti da gruppi criminali, e rilasciati solo in cambio del pagamento di un riscatto. Le notizie di chiese copte date alle fiamme, e di esercizi commerciali e abitazioni distrutte perché appartenenti a cristiani non si contano. Al tempo stesso, la realizzazione di nuovi edifici di culto costituisce un percorso lungo e a ostacoli, a causa di burocrazie e di impiegati statali fondamentalisti, che inventano di tutto per impedirne il compimento. Kom Boha è un villaggio a 60 chilometri da Assiut, nell’Alto Egitto; la comunità cattolica, composta da 1.500 fedeli, ha assistito per decenni alla Messa celebrata in un piccolo spazio messo a disposizione da una famiglia: poiché dentro l’abitazione entravano in pochissimi, gli altri restavano fuori, pregavano davanti ad una croce dipinta sul muro.

La fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre è intervenuta e finalmente è sorta una chiesa intitolata a San Giorgio. Da questa parte del Mediterraneo a Messa andiamo sempre di meno, nascondiamo le croci, e una recente sentenza della Corte di giustizia europea, nello stabilire la legittimità del licenziamento di una donna che non accettava di lavorare senza velo, ha sancito che in realtà nessun simbolo religioso va mostrato pubblicamente.

Qualche anno fa avremmo detto che l’Egitto di oggi, come ogni luogo di cruenta persecuzione di cristiani, continuando a essere ignorato dai media occidentali, sarebbe diventato l’Europa di domani. Non è più così: è il presente, come attestano tragicamente Stoccolma, Londra, Berlino, Nizza. Quand’anche non fossero la vicinanza nella fede e la civile solidarietà a farci partecipare alle sofferenze dei nostri fratelli nella fede a Tanta o ad Alessandria, dovrebbe soccorrere la convenienza. Quando apriremo gli occhi?

Foto Ansa

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