Il segno della croce e i Robespierre di oggi

«A furia di proclamare l’assolutezza delle Idee, si finisce per odiare le persone». Un articolo della grande cantante ancora molto attuale

mina-vitanuovfoto_2015032518445992Ieri era il compleanno della grande Mina. Così, per semplice associazione di idee, ci è tornato in mente un suo articolo apparso il 20 ottobre 2001 sulla Stampa (dove, tra l’altro, citava proprio Tempi). Ma, al di là della citazione, ci è sembrato cogliere un aspetto dell’intolleranza laicista che ci pare ancora molto attuale. Per questo ve lo riproponiamo. 

Il segno della croce prima del compito

Non lo avrebbero mai immaginato. Dalle spelonche dell’Afghanistan tutto era stato previsto. I tempi dell’attacco alle torri, la visibilità mediatica, le reazioni occidentali e il terrore che, in qualche modo, cerchiamo di controllare. Ma non avrebbero mai potuto ipotizzare lo scatenamento dei dibattiti. Se l’Occidente ha un punto di vantaggio sulle altre culture, questo sta proprio nella mania della discussione, anche sui cadaveri ancora caldi. Da settimane i salottini della tv e i fogli dei giornali gonfiano di parole. E tra un “distinguo” e un “lancio fresco fresco d’agenzia”, risorgono pure i fantasmi di Locke o di Voltaire, che si ripresentano ad un distratto Occidente con i loro saggi o trattati sulla tolleranza. Li si cita come maestri infallibili e teorizzatori di un atteggiamento di rispetto per ogni diversità. Anche la più lontana. Ma, come al solito, la realtà viaggia su altri binari. E nella ricca e tollerante provincia emiliana può accadere quello che è stato segnalato in una lettera al settimanale Tempi. “Siamo in una scuola media, esattamente in una terza classe, verifica in classe di matematica. Una ragazzina, prima di accingersi a svolgere il compito, si fa il segno di croce. L’insegnante vede il gesto, va su tutte le furie, la redarguisce dicendole che non deve più permettersi di fare certe cose in classe perché incutono paura e disagio negli altri. La ragazzina replica dicendo, con coraggio, che siamo in Italia e che c’è libertà di religione. Non è stato sufficiente. L’insegnante, forte del suo ruolo, ha replicato dicendo che quella non è religione e per punirla le ha imposto di cambiare banco e di sedersi vicino a compagni di classe con i quali lei fa fatica”.

Avrà fatto buone letture, quel docente illuminato. Avrà seguito corsi d’aggiornamento sull’educazione alla legalità e sul rispetto della diversità. Magari sarà anche andato a qualche passeggiata pacifista con la kefiah intorno al collo. Ma il gesto di una ragazzina arrogante gli sconvolge i suoi quadretti mentali. A furia di amare le belle e nobili idee, si sarà dimenticato della concretezza di una persona. E il fastidio per una diversità imprevista gli ha fatto saltare tutti gli schemi. Magari continuando a teorizzare che i diritti dei musulmani sono sacrosanti e che lo chador o il burqa sono simboli di una diversità da rispettare.

La storia delle ideologie è lì a dimostrarlo. L’applicazione astratta dei principi, anche dei più nobili, trascina con sé l’odio del piccolo particolare che non rientra nel modello previsto. Si teorizza il rispetto, fino all’estremo esito dell’annullamento di ogni identità. E a furia di proclamare l’assolutezza delle Idee, si finisce per odiare le persone. Se è possibile non riconoscere la concreta diversità di una ragazzina figlia della propria terra, figuriamoci che cosa accade, concretamente, con chi è realmente “altro” da noi. Da qui, dalla tanto sbandierata tolleranza, si arriva all’odio e alla guerra, con l’assurdo paradosso di partire da un giusto presupposto. Anche Robespierre amava così tanto le nobili idee di “liberté, fraternité, égalité”, da tagliare le teste a chi non le amava intensamente come lui.

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