Il ruolo del “partito delle istituzioni” nel centrodestra

Meloni e Salvini si contendono la leadership, ma ci sono le condizioni perché arrivino a Palazzo Chigi? Ecco perché le seconde linee strategiche sono fondamentali

Giorgia Meloni, leader di FdI, con Matteo Salvini, leader della Lega
Giorgia Meloni (FdI) con Matteo Salvini (Lega)

Giorgia Meloni è in rampa di lancio. I sondaggi registrano un exploit di Fratelli d’Italia tale che gli analisti iniziano a prefigurare uno scenario in cui Meloni possa addirittura superare la Lega nei consensi alle prossime elezioni politiche diventando il principale partito della coalizione di centrodestra.

Essere stati da sempre e con coerenza all’opposizione sta pagando il suo dividendo. Quest’ascesa determina delle naturali conseguenze politiche sugli alleati. La Lega è un partito che sta vivendo una lunga, seppur lenta, parabola discendente. Si è accreditata come forza di governo e si è levata di dosso lo stigma no-euro grazie al sostegno all’esecutivo di Mario Draghi, ma dal 2019 il partito di Salvini ha lasciato per strada oltre dieci punti percentuali nei sondaggi.

Il leader leghista sarà costretto ad irrigidire alcune sue posizioni nell’attuale maggioranza proprio per evitare la concorrenza esterna della Meloni.

Galassia centrista

Nel frattempo, una Forza Italia da troppi anni uguale a se stessa e oramai orfana di Berlusconi continua a perdere pezzi a favore di movimenti centristi. Il lavoro di Toti e Brugnaro è importante sul piano parlamentare e vedremo che tipo di consenso potrà raccogliere.

Manca una leadership forte, un Calenda del centrodestra, che possa competere con Salvini e Meloni ma la somma di Forza Italia e della galassia centrista rischia di essere più influente di quanto si pensi dopo le prossime elezioni.

La legge elettorale

Ed è qui che il ragionamento deve spostarsi dai leader al sistema nel suo complesso. Che Salvini e Meloni possano dare vita nei prossimi mesi ad una competizione serrata è nella logica della politica, ma è inverosimile che si possa arrivare ad una rottura dell’alleanza poiché nessuno ne guadagnerebbe alcunché.

Nel regolare i rapporti fra partiti sarà piuttosto fondamentale la prossima legge elettorale: la presenza di una quota maggioritaria dei seggi aiuterebbe a cementare la coalizione, costretta a scegliere insieme i candidati dei collegi, mentre un proporzionale pure favorirebbe l’ordine sparso per poi riunirsi in vista del governo.

Se i partiti di centrodestra arriveranno ad un numero di seggi sufficienti a governare, allora partirà una seconda fase.

Meloni o Salvini?

Inutile girarci attorno: ad oggi non ci sono le condizioni per cui Giorgia Meloni o Matteo Salvini possano diventare presidente del Consiglio.

La coalizione è troppo variegata, e Lega e Fratelli d’Italia troppo vicini nei consensi, affinché il più votato dei due possa serenamente finire a Palazzo Chigi.

Si dovrà probabilmente passare da una lunga mediazione, a partire da quella col nuovo Capo dello Stato che sarà eletto nel 2022, per trovare una figura condivisa da tutti a cui affiancare una squadra.

La vecchia guardia del centrodestra

Ed è qui che entrerà in gioco la vecchia guardia del centrodestra, quelle seconde linee strategiche che spesso sono fondamentali. Come lo sono stati, ad esempio, Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Massimo Garavaglia per pilotare Matteo Salvini verso l’appoggio a Draghi. Da uomini di esperienza come Guido Crosetto e Adolfo Urso, Antonio Tajani, Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, oltre ai già citati leghisti, solo per indicare i nomi più noti, potrà e dovrà arrivare la convergenza.

Non campioni di preferenze o di consensi virtuali, ma uomini consapevoli delle prassi istituzionali e inclini alla negoziazione. I consiglieri del principe in Italia hanno sempre goduto di grande credito ed influenza, anche questa volta con una coalizione a più gambe giocheranno un ruolo centrale.

Senza considerare che questo “partito delle istituzioni” interno al centrodestra è l’unico residuato di esperienza politica e governativa su cui possono contare Salvini e Meloni.

E saranno gli stessi che dovranno muoversi per far giocare alla destra un ruolo centrale nell’elezione del presidente della Repubblica.

L’eredità del berlusconismo

Si dice sempre, spesso a ragione, che a destra ci sia un vuoto di classe dirigente. Questo è vero se si guarda alla difficoltà che l’alleanza sta incontrando nel selezionare i candidati sindaco delle grandi città. Ma si devono anche considerare quei pochi elementi di qualità politica che ha lasciato in eredità il crepuscolo del berlusconismo.

È da lì che si dovrà ripartire per costruire un eventuale governo di centrodestra, per poi procedere ad un coinvolgimento progressivo delle nuove leve.

Una classe governante

Senza dimenticare il contributo che enti locali, fondazioni, pensatoi, giornali, ma anche aziende, uffici tecnici e amministrativi, possono dare nel selezionare e formare una classe governante.

In questo senso, gli ultimi uomini del berlusconismo e i nuovi arrivati intorno a Meloni e Salvini hanno l’opportunità di non ripetere gli errori del passato. In un mondo fondato sulle reti non si può pensare di governare baloccandosi esclusivamente nel mito della leadership vincente. 

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Lorenzo Castellani, autore di questo articolo, è docente di Storia delle istituzioni politiche all’Università Luiss Guido Carli di Roma

Foto Ansa