«Il ritorno di Benedetto XVI alla sua “patria terrestre” è un evento»

Il messaggio commosso del vescovo di Ratisbona ai fedeli: «Il più grande teologo del secolo si è mostrato debole, ma consapevole di ciò che è essenziale»

benedetto xvi ratisbona

Il 18 giugno Benedetto XVI si è recato a Ratisbona per fare visita al fratello malato. È rimasto al suo capezzale fino al 22 giugno, quando è rientrato a Roma dopo averlo incontrato nove volte. Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione del messaggio scritto a tutti i fedeli dal vescovo di Ratisbona, monsignor Rudolf Voderholzer, sulla portata «storica» e il significato di questo «evento».

L’ultimo giorno della breve visita del papa emerito Benedetto XVI è iniziato con una sorpresa che, in definitiva, non era tale. Benedetto aveva deciso di passare, prima di ripartire in aereo, ancora una volta a Luzengasse per incontrare suo fratello un’ultima volta. Così, il cerchio si è chiuso. Il primo incontro, come anche l’ultimo, sono avvenuti al capezzale di suo fratello, malato e indebolito a causa dell’età.

All’aeroporto, ci aspettavano il ministro-presidente della Baviera Markus Soder così come il ministro di Stato Florian Hermann, già presenti per salutare Benedetto al suo arrivo. C’erano anche molti giornalisti. Il ministro-presidente ha spiegato quale onore e gioia fosse per la Baviera la visita di Benedetto.

Benedetto ha espresso molto calorosamente la sua gratitudine per l’accoglienza che gli è stata riservata e per la stima che la presenza del ministro-presidente dimostrava. In conclusione, ho invocato ancora una volta la benedizione di Dio per il suo viaggio e gli ho promesso che avremmo vegliato su suo fratello.

Con questo addio si è conclusa una visita, carica di emozione, imprevista e organizzata in fretta, con poco preavviso – una sfida per tutti coloro che vi hanno preso parte – ma che si è svolta in modo magnifico. Posso dirvi che sono naturalmente sollevato e felice che questo incontro – che i due fratelli desideravano – sia stato per entrambi confortante e visibilmente rinvigorente.

Benedetto XVI, papa emerito dal 2013, ha passato cinque giorni a Ratisbona: un uomo fa visita a suo fratello, molto vecchio e malato, perché è preoccupato di non poterlo più rivedere su questa terra. Ha visitato la sua patria, la tomba dei suoi genitori, la sua casa, alla quale lo lega la nostalgia di tutta una vita e dove avrebbe voluto vivere i suoi ultimi anni.

Ha visitato anche l’istituto “Papa Benedetto”, dove si studia, in tutti i suoi risvolti, la sua produzione teologica e si prepara l’edizione completa delle sue opere. Noi abbiamo pregato davanti al reliquiario di san Wolfgang nella cattedrale. Le cose si sono svolte in modo tale che questa visita imprevista ha coinciso con l’inizio della “settimana di Wolfgang”, la settimana di festa diocesana in preparazione delle ordinazioni.

Doveva trattarsi di una visita puramente privata, senza protocolli ufficiali o diplomatici. Cosa che naturalmente è quasi impossibile per un personaggio pubblico. Così c’è stato un incontro con il nunzio apostolico, rappresentante di papa Francesco in Germania. Questa visita che, si potrebbe dire, procedeva da ragioni “interiori” più che “esteriori”, è stata un segno di benevolenza e di sostegno da parte di papa Francesco.

Nella mia omelia di domenica scorsa, ho definito Benedetto il “teologo del secolo” e ho detto che è il più grande predicatore sul soglio di Pietro dopo Leone e Gregorio – che portano entrambi il titolo di “magno”. Innumerevoli sono coloro che si sono lasciati conquistare dalla sua parola e non cessano di trovare nelle sue opere incoraggiamento e forza.

Dalla penna di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI sono nati best-seller venduti a milioni di copie. Citerò soltanto Introduzione al cristianesimo, apparso nel 1968, e la sua trilogia Gesù di Nazareth. Egli ha toccato milioni di giovani – diverse centinaia di migliaia soltanto alla Gmg di Colonia, ad esempio. Si è rivolto con precisione a coloro che dubitano, agli uomini che sono alla ricerca di una esistenza ricca di senso, una esistenza che affronti le sfide della ragione e della fede. Ha segnato con la sua influenza, in modo decisivo, i testi centrali del Concilio Vaticano II, che indicano il cammino alla Chiesa di oggi e di domani.

La sua opera teologica è, sotto molti aspetti, profetica e, per la profondità che ne fa un riferimento imprescindibile, una testimonianza della grandezza e della dignità umane e del vigore della fede. È stato il pastore di 1,3 miliardi di cattolici, di ogni popolo e nazione. Ma sempre un costruttore di ponti, un ponte-fice che, alla sua maniera umile e discreta, ha saputo vincere gli uomini alla ricerca dell’incontro con Cristo.

Negli ultimi cinque anni, abbiamo visto quest’uomo nella sua fragilità, nella debolezza della sua vecchiaia e nella sua finitezza. Parla con voce flebile, quasi sussurrando. Ed è chiaro che articolare le frasi gli costa molta fatica. Ma il suo pensiero è chiarissimo: e la sua memoria e la sua capacità di ragionare sono sempre fenomenali. Per quasi tutte le necessità della vita quotidiana deve rimettersi all’aiuto di altri. Richiede molto coraggio, ma anche molta umiltà rimettersi così nelle mani di altri uomini. E anche mostrarsi in pubblico. Lui sapeva che non avrebbe potuto nascondersi completamente. Noi abbiamo voluto chiedere a tutti voi di rispettare ciò che riguardava la sua vita privata.

Ha dovuto mobilitare tutta la forza che gli rimaneva per prendere congedo. Benedetto XVI ci ha toccati tutti attraverso la sua debolezza dovuta all’età e noi abbiamo potuto misurare e comprendere concretamente ciò che, al di là della grandezza umana e della potenza della creazione, è davvero importante alla fine di una vita.

C’è innanzitutto l’amore, che l’essere umano sperimenta con i suoi genitori. Questo amore lo costruisce l’uomo, lo incoraggia sulla sua strada, fa crescere la forza di dare una direzione al cammino della vita. Questo amore lo sostiene ancora, quando la fine è vicina. Ieri ho detto nell’omelia per la festa degli anniversari di matrimonio, e pensando già alle ordinazioni di sabato prossimo, che l’amore dei genitori è il primo sacramento nella vita di un uomo. Anche se si tratta di un prete o di un papa. Questo amore è un’immagine dell’amore di Dio, che viene trasmesso ai figli.

È la memoria piena di gratitudine di questa esperienza fondamentale che ha condotto Benedetto XVI alla tomba di sua madre e di suo padre a Ziegetzdorf. Ricordiamoci che i figli della famiglia Ratzinger avevano deciso, nel 1974, di trasferire i loro genitori dal cimitero di Traunstein, dove erano stati seppelliti originariamente – il padre era morto nel 1959 e la madre nel 1963 – a Ziegetzdorf, perché la famiglia fosse “riunita”. Nel 1991, la sorella fu deposta anche lei nella stessa tomba. Con grande dolore, l’allora cardinale Ratzinger non aveva potuto arrivare in tempo per essere presente alla sua morte.

Ma tutto questo mostra fino a che punto Ratisbona rappresenti per lui una “patria” terrestre. È il rapporto prima di tutto che costituisce una “patria”. È per questo che l’amore per la patria non è in contraddizione con la speranza di ritrovare il proprio padre e la propria madre nell’eternità di Dio.

È questo affetto che ha spinto Benedetto a fare questo viaggio e che l’ha condotto al capezzale di suo fratello malato. Non possiamo che augurare a ciascuno di conoscere questo affetto, questo legame fraterno che il rapporto tra i fratelli Ratzinger testimonia. Questo affetto vive di fedeltà, di fiducia, di rinnegamento di sé e scaturisce da un solido fondamento: nel caso dei fratelli Ratzinger, è la comune e viva fede in Cristo, figlio di Dio. I due fratelli si sono incontrati nove volte. Ognuno di questi incontri è stato fonte visibile di forza, di coraggio rinnovato e di gioia. Per nove volte si sono ritrovati con poche parole, nei gesti familiari e soprattutto nella preghiera. Ogni giorno fino ad oggi, l’eucarestia è stata celebrata al capezzale del malato, in una cerchia ristretta. Venerdì, festa del Sacro Cuore, ho potuto presiedere la Messa. Si sente che questa è la fonte per cui vivono entrambi.

Il viaggio di Benedetto era anche un addio alla sua patria bavarese. La patria è l’orizzonte dei primi ricordi e il luogo dove si sviluppano le relazioni fondanti della vita di un uomo. Abbiamo potuto vedere fino a che punto Benedetto è rinato quando ha visto il paesaggio, le strade e le vie familiari e soprattutto le persone che scorgeva da dietro i finestrini dell’auto. Credo che avrebbe preferito venire in bicicletta, come un tempo, da Pentling alla vecchia città di Ratisbona e che avrebbe desiderato sedersi vicino ai giovani in piazza Bismarck per ascoltare, ridere con loro e chiacchierare un po’.

Il viaggio di Benedetto è stato anche un cammino spirituale. Mi è sembrato che si chiudesse un cerchio quando, domenica, noi abbiamo pregato insieme davanti al reliquiario di san Wolfgang nella cattedrale. Abbiamo recitato una litania di intercessione a san Wolfgang, poi il Padre nostro e l’Ave Maria. Abbiamo cantato il Te Deum e il Salve Regina. Ho chiesto a Benedetto di benedire i fedeli e la Chiesa di Ratisbona, cosa che ha fatto volentieri. La nostra preghiera comune è stata accompagnata dalla speranza e dalla certezza di essere protetti in Dio. Nel Dio unico che ci apre le porte del Cielo. Che ci prepara un posto nella patria eterna. Nella quale la nostra vita raggiunge la pienezza. E che ci tratta con grazia e misericordia.

Molti hanno visto nella visita di Benedetto un evento storico. Altri, forse, avranno alzato le spalle perché si interessano poco a Cristo e alla sua Chiesa. Ai miei occhi, la visita è stata soprattutto un viaggio di umanità. Un uomo, che non è estraneo alla grandezza, è venuto da noi come un uomo debole, potremmo dire disarmato, le cui poche forze che gli rimangono gli bastano per non perdere di vista l’essenziale in questo mondo. Questo avvenimento mi ha profondamente commosso – e io stesso ho bisogno di prenderne un po’ le distanze. Perché mi ha toccato all’improvviso e inaspettatamente. La mia prima reazione all’annuncio di monsignor Ganswein è stata: dobbiamo fare di tutto per realizzare ciò che desidera il Papa emerito. Ed è stato, per me e per i miei collaboratori, un onore metterci al suo servizio.

Ringrazio tutti i collaboratori del consiglio episcopale, del capitolo della cattedrale e del seminario che, sotto la direzione di monsignor Martin Priller, hanno in pochissimo tempo organizzato l’ospitalità – di Benedetto stesso, ma anche delle persone che lo accompagnavano e delle forze dell’ordine responsabili della sua sicurezza diretta. Ringrazio il direttore della Caritas, il diacono Weissman, che non è soltanto un teologo ma anche un eccellente infermiere, per il lavoro encomiabile che ha svolto nell’ombra.

Ho ammirato il grande e importante lavoro compiuto dai membri dell’Ordine di Malta che si sono occupati degli spostamenti e anche il lavoro amichevole, flessibile e davvero professionale della polizia. Che tutti possano trovare qui l’espressione della mia gratitudine e di quella di papa Benedetto XVI e di monsignor Ganswein. Infine, last but not least, vorrei anche esprimere la mia gratitudine ai giornalisti. Hanno seguito l’evento con discrezione e riservatezza, contribuendo così a un viaggio essenzialmente privato di rimanere tale e permettendo anche un evento che ha toccato gli abitanti di Ratisbona, della regione e, come mi pare di capire, i cristiani del mondo intero.

Foto Ansa