Se la Nato a giugno pretenderà investimenti pari al 5% del Pil nella difesa, l'Italia dovrà sborsare più di 30 miliardi aggiuntivi nei prossimi sette anni. Per il governo Meloni è un dilemma: nuovo debito o tagli al welfare?
Un riarmo da oltre 30 miliardi, tanto potrebbe costarci l'innalzamento richiesto dalla Nato delle spese militari al 5% del Pil (foto Ansa)
Ieri l'Italia ha inviato una lettera a Mark Rutte, segretario generale della Nato, per comunicargli che è stata raggiunta la soglia del 2% del Pil da destinare in spese militari. Per farlo senza sborsare 10 miliardi in più in riarmo, partendo dall'1,57%, il governo ha inserito nel computo anche guardia costiera, servizi di meteorologia, attività di distruzione di armi e munizioni e le risorse per la cybersicurezza.
Il nostro paese non potrà però sperare di cavarsela così facilmente. Raggiungere il 2% era il minimo per presentarsi al fondamentale vertice Nato che si terrà all’Aja il 24 e 25 giugno. In questa occasione, verrà deciso se e come aumentare gradualmente il livello della spesa per la difesa fino al 5 per cento del Pil entro il 2032, come richiesto dal presidente statunitense Donald Trump e come proposto da Rutte.
Che cosa chiederà la Nato
Il segretario generale della Nato proporrà nello specifico di aumentare al 3,5% del Pil la spesa per la difesa in senso stretto (ordigni, me...
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