Il regime saudita investe miliardi nello sport per rifarsi l’immagine

Il principe dell’Arabia Saudita Mbs ha già speso due miliardi di dollari per ospitare eventi sportivi, nella speranza di far dimenticare l’omicidio Khashoggi

Un uomo travestito da Mbs protesta contro il regime dell'Arabia Saudita in Italia

Il 2021 non sarà il primo anno nel quale la Formula 1 mette in programma tre Gran premi nella penisola arabica: era già successo nel 2020, quando si era corso ben due volte nel piccolo Bahrein e la gara finale si era svolta ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Ma sarà la prima volta che la Formula 1 sbarcherà in Arabia Saudita, dove è prevista la penultima gara della stagione il prossimo 5 dicembre. Avrà così il suo coronamento la politica di “sportwashing” che il regno conduce da anni, e che ha conosciuto un’accelerazione col piano Vision 2030, annunciato cinque anni fa dal principe Mohammed Bin Salman.

L’Arabia Saudita si rifà il look

Per “sportwashing” s’intende lo sfruttamento della popolarità legata allo sport da parte di uno Stato, di un’azienda o di un singolo individuo per migliorare la propria immagine, compromessa per qualche motivo presso l’opinione pubblica. Per sfruttare le qualità taumaturgiche dello sport bisogna essere molto ricchi, perché si tratta di finanziare eventi sportivi di grande rilevanza mediatica, o di acquistare la proprietà di società sportive dai costi multimilionari. La monarchia saudita dispone certamente delle risorse necessarie per questo genere di operazioni, e ha solo il problema di trovare interlocutori sufficientemente interessati da stare al gioco.

La fama del regime saudita è decisamente peggiore di quella degli altri regimi dinastici della penisola, e mentre Qatar ed Emirati sono riusciti ad acquistare rispettivamente squadre di calcio come il Paris Saint Germain e il Manchester City, i sauditi non ce l’hanno fatta a mettere le mani sul Newcastle, pur avendo offerto 400 milioni di dollari, per una macedonia di motivi che vanno dai diritti televisivi a una campagna di sensibilizzazione di Amnesty International. Su altri fronti invece hanno avuto più successo.

Due miliardi spesi per lo sport

Alla vigilia del Gran premio del Bahrein del 28 marzo scorso una Ong britannica che si chiama Grant Liberty ha pubblicato un rapporto sulle operazioni saudite di “sportwashing” che quantifica investimenti già fatti, offerte in corso di valutazione e offerte respinte. Si va dal contratto decennale con la World Wrestling Entertainment (Wwe) del valore di 500 milioni di dollari per lo svolgimento su suolo saudita di eventi di wrestling, firmato nel 2014, a quello con la Formula 1, che entrerà nella fase operativa quest’anno, anch’esso decennale e del valore totale di 650 milioni di dollari. Complessivamente i sauditi avrebbero già investito 1 miliardo e 561 milioni di dollari per eventi sportivi che vanno dal wrestling alla Formula 1, dalla boxe alle corse dei cavalli, dal calcio al golf.

Dal conteggio restano però fuori eventi come il Rally Dakar, che l’anno scorso per la prima volta si è tenuto in Arabia Saudita, o come la Formula E (per veicoli elettrici) che sin dalla sua prima edizione nel 2018 si svolge su suolo saudita, e altro ancora. Poi ci sono 388 milioni di dollari di offerte in attesa di risposta, che riguardano sostanzialmente due trattative: quella per l’incontro di boxe fra Anthony Joshua e Tyson Fury per la riunificazione del titolo dei pesi massimi (che si terrà quest’anno, ma ancora non si sa dove) e quella per la sponsorizzazione del Real Madrid (per dieci anni) da parte di Qiddiya, la società che gestirà il mega-parco dei divertimenti che i sauditi stanno costruendo nei pressi di Riyadh. Il rapporto quantifica la cifra offerta ai madrileni in 182 milioni di dollari, un po’ di più dei 150 milioni di euro di cui parla la stampa sportiva spagnola.

C’è chi dice no

Infine sono elencate le offerte respinte: le esibizioni di Tiger Woods e di Rory McIlroy, i quali hanno rifiutato offerte rispettivamente per 3 e 2,5 milioni di dollari per partecipare a tornei sauditi; l’incontro di tennis fra Rafael Nadal e Novak Djokovic che doveva tenersi nel dicembre 2018, appena due mesi dopo l’assassinio di Jamal Khashoggi, e che fu annullato per un diplomatico infortunio addotto da Nadal e non più riprogrammato; il rifiuto di Lionel Messi e di Cristiano Ronaldo di fare da testimonial alle offerte turistiche saudite, per la modica cifra di 6 milioni di dollari.

Ma il più vistoso di tutti i “niet” che i sauditi hanno dovuto sopportare finora è stato quello di Khabib Nurmagomedov, campione russo (di origini daghestane) di arti marziali miste che nel febbraio/marzo 2020 ha rifiutato l’offerta di combattere su suolo saudita contro l’irlandese Conor McGregor, che aveva sconfitto a Las Vegas due anni prima, nonostante la vertiginosa offerta di 100 milioni di dollari, difficile da recuperare dagli organizzatori nonostante questo genere di sport abbia un grosso seguito di pubblico sulle tivù pay-per-view.

Il campione daghestano, noto anche per le sue intemperanze, avrebbe dichiarato: «Mi paghereste 100 milioni di dollari per buttare giù di nuovo quell’idiota: penso che questa offerta non abbia senso. Vi consiglio di dare tutti quei soldi a persone bisognose, o di spenderle in opere caritative». Un altro sportivo che ha rilasciato dichiarazioni dopo aver rifiutato offerte saudite è il golfista Rory McIlroy, nordirlandese di famiglia cattolica: «Non è qualcosa che mi ecciti», ha detto riguardo alla proposta di un torneo in Arabia Saudita che avrebbe visto premiata la sua partecipazione con 2,5 milioni di dollari. «Questo lo potrei dire per molti altri paesi, non soltanto per l’Arabia Saudita, e ci sono molti paesi dove andiamo a giocare per i quali ci sarebbe una ragione per non andare; per quel che mi riguarda, semplicemente non voglio andare là. È sicuro al 100 per cento, e in questo c’è anche un aspetto morale».

Hamilton e Blm non hanno problemi

Diverso è stato il comportamento di altre star dello sport di cui si ricordano prese di posizione improntate a una coscienza politica che si è mostrata molto meno esigente davanti al denaro saudita. Anthony Joshua, il pugile britannico campione del mondo dei pesi massimi, è noto anche per aver preso la parola durante una protesta di Black Lives Matter a Watford e aver invitato la folla a boicottare i negozi dei bianchi nel giugno 2020. Nel dicembre dell’anno prima aveva combattuto nei pressi di Riyadh il match di rivincita con Andy Ruiz Jr per il titolo di campione del mondo di pugilato delle federazioni Wba, Ibf, Wbo e Ibo, nonostante una campagna condotta da Amnesty International che gli chiedeva di rifiutare la location o in alternativa di rilasciare dichiarazioni critiche sul governo saudita, che aveva incarcerato proprio in quel periodo alcuni oppositori e ancora risentiva dell’affaire Khashoggi. Joshua aveva ignorato le richieste e aveva lasciato parlare il suo procuratore, che aveva giustificato la decisione presa.

Un’altra star dello sport impegnata a fiancheggiare Black Lives Matter dalla quale ci si attende una presa di posizione sull’Arabia Saudita è il pluricampione di Formula 1 Lewis Hamilton. Pressato a rilasciare dichiarazioni sul Bahrein, nel novembre scorso aveva aggirato la questione dicendo:

«Il problema dei diritti umani è costante e massiccio in molti dei posti dove andiamo. (…) Il nostro sport deve fare di più. Abbiamo fatto un primo passo in questa direzione, ma dobbiamo fare sempre di più». Richiesto più volte di esprimersi anche sull’Arabia Saudita, dove si dovrebbe correre nel dicembre 2021, finora si è limitato a dire: «Penso che sia importante che io mi informi con precisione riguardo a questo problema, prima di rilasciare un commento».

La Supercoppa in Arabia Saudita

Un dettaglio interessante del rapporto di Grant Liberty riguarda l’accordo fra la Lega calcio e la controparte saudita relativo alla Supercoppa italiana. Tutti ricordano che in omaggio a un contratto firmato nel 2018 dalla Lega Serie A con la General Sports Authority saudita si sono già giocate in Arabia Saudita due edizioni della Supercoppa italiana: Juventus-Milan nel gennaio 2019 a Gedda e Juventus-Lazio nel dicembre 2019 a Riyadh. In base al contratto, entro il 2022 devono essere almeno tre le finali di Supercoppa italiana giocate in Arabia Saudita. La prima, come è noto, si giocò appena tre mesi dopo l’omicidio Khashoggi. Il contratto per tre edizioni varrebbe 24 milioni di dollari, più o meno equivalente ai 7,5 milioni di euro a partita di cui hanno parlato i media italiani.

La cifra sfigura notevolmente a confronto con quella prevista dal contratto che riguarda la Supercoppa spagnola: per le tre edizioni previste fra il 2019 e il 2021 sono stati concordati ben 145 milioni di dollari. Anche tenuto conto del fatto che la Supercoppa spagnola viene assegnata su un arco di tre partite che coinvolgono quattro squadre (si giocano semifinali e finale), il valore che i sauditi assegnano allo spettacolo del calcio spagnolo è molto superiore a quello che riconoscono all’Italia: 16 milioni di dollari a partita contro 8 milioni di dollari per ogni finalissima italiana.

Causa Covid le edizioni 2020 delle due Supercoppe si sono giocate entrambe in patria nel gennaio 2021. La prossima edizione della Supercoppa spagnola, prevista per il gennaio 2022, si svolgerà allo stadio di Gedda. Ancora non è noto quale sarà la sede della prossima Supercoppa italiana.

@Rodolfo

Foto Ansa